Niente libertà per l’atleta accusa di aver ucciso la fidanzata. Racconto dei vicini smentisce la versione della difesa: “urla senza fine poi spari”. Nella sua abitazione c’era anche una pistola non denunciata

Oscar Pistorius

Pistorius piange ancora, fuori dall’aula la protesta aumenta e dentro le prove prendono forma, ma è la difesa che alla fine riesce a cambiare la prospettiva e a seminare qualche dubbio. Fino a oggi l’accusa era stata sempre più precisa, chiara e l’emotiva testimonianza di Pistorius non aveva scalfito l’ipotesi di omicidio premeditato. Oggi qualcosa è cambiato e la polizia non è stata troppo lucida la banco dei testimoni.

Al secondo giorno dell’udienza preliminare per la richiesta della cauzione, tocca a Hilton Botha, il capo degli investigatori, esporre il caso. Illustra il rapporto della scientifica, spiega che Pistorius doveva stare proprio dritto davanti alla porta del bagno per sparare i colpi con quell’inclinazione e ricostruisce la scena. L’intento è quello di dimostrare che l’attacco era studiato, che le distanze e le posizioni erano calcolate e nulla è successo in un momento di panico.

I singhiozzi diminuiscono mentre Botha esibisce un paio di cellulari da cui non sono partite telefonate per la polizia o il pronto soccorso quella mattina. Oltre alla 9 millimetri usata per sparare, in camera da letto c’era una 38mm senza porto d’armi che secondo la difesa appartiene al padre di Pistorius. Botha aggiunge che la famiglia Pistorius ha cercato di accedere ai suoi conti in Italia dopo l’arresto e suggerisce che esisterebbe un reale pericolo di fuga se l’imputato ottenesse la cauzione, peccato che si inventi anche “una casa italiana di Pistorius” che non desiste..

La procura ha costruito l’accusa con un crescendo, citano testimoni pronti a giurare di aver sentito urla e discussioni fino alle prime ore del mattino mentre Oscar ieri ha detto di essere andato a letto presto, verso le 10,30: “Eppure noi sappiamo che ci sono state ore di liti senza fine, c’è chi ha sentito grida e poi spari”. E l’elenco dei dettagli che non tornano continua: «Pistorius dice di essere stato oggetto di rapine e aggressioni, ma non c’è una sola denuncia che lo provi. Invece un uomo minacciato da lui si è così spaventato da aver consultato un avvocato per tutelarsi» e avanti in una sequenza di dubbi e contraddizioni, «abbiamo trovato due scatole di testosterone, siringhe e altri medicinali», per finire con la laconica frase: «Non c’è possibilità che fosse legittima difesa».

I legali di Pistorius: «Primo il testimone più accreditato sta a oltre 600 metri di distanza, secondo, la porta del bagno chiusa dall’interno si spiega facilmente, Oscar era convinto ci fossero i ladri, ha fatto rumore, ha urlato, chiunque si sarebbe chiuso dentro in quella situazione. In più Reeva era in bagno semplicemente perché aveva bisogno di andarci, l’autopsia dimostra che la vescica della ragazza era vuota». Con l’aggiunta della maliziosa domanda: «Lei agente farebbe pipì se si sentisse minacciato?». Smontano anche l’accusa di possesso di sostanze dopanti: “Erbe, come dimostreranno le analisi e medicinali con regolare ricetta”. Pistorius non piange più. Un uomo dello staff della procura esce dall’aula a testa bassa: “Siamo nei guai”. Ieri la giuria aveva ribadito l’accusa, oggi si va alla pausa senza una sola parola del magistrato che presiede l’udienza. La sensazione che il vento sia cambiato.

Alla ripresa Pistorius è tranquillo, sa che i suoi legali iniziano a smuovere le convinzioni del giudice e il fratello Carl si è spostato avanti: è seduto in mezzo ai legali e lì può comunicare con Oscar. Roux, uno degli avvocati, riparte dalla relazione con Reeva: «Erano felici, innamorati, la coppia perfetta secondo tutti»,poi mette all’angolo Botha: «Avete detto a Oscar che non avrebbe avuto problemi a ottenere la cauzione», il poliziotto reagisce male e alza la voce «l’ho detto prima di raccogliere le prove». La sensazione è che la procura abbia strigliato il poliziotto durante la pausa, la sua accorata spiegazione aveva delle incongruenze, la difesa ne ha subito approfittato e tocca al procuratore Nel tornare alla carica: «I vicini stanno a 300 metri, non 600 vero?». E il detective Botha annuisce poi spiega che aveva già incontrato Pistorius in passato, quando l’atleta era stato arrestato per aggressioni, era stato lui a decidere di credere alla versione dell’imputato e a non spingere per mandarlo in carcere. La famiglia di Pistorius ride ironica. Il giudice Nair chiede alla polizia: «Ritenete che Pistorius possa mettere a rischio futuro e carriera e scappare se avesse la cauzione». La risposta è un secco “sì” e l’udienza è aggiornata a domani.

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