Il fascino del mare: un potere induttivo che confonde e ammalia, dà piacere ma al tempo stesso sa togliertelo

golfo di Castel di Tusa

La brezza marina che, profumata, avvolge il piccolo e incantevole golfo di Castel di Tusa (Me) mi spinge, dall’altura dell’antica Halaesa Arconidea ad osservare all’orizzonte il sole che, all’imbrunire, si tuffa in acqua creando, con un effetto ottico, una strada dorata tra me e l’infinito. Quella strada dritta e frastagliata al tempo stesso, percepibile ai miei occhi solo per pochi momenti al giorno, è irresistibilmente affascinante ma carica di mistero e inquietudine. Già, perché il fascino della natura ti avvolge nella sua grandezza e cattura i tuoi pensieri, manipolandoli con i suoi effetti in un gioco che, facilmente, trasforma la realtà in autentico sogno. Il mare ha questo strano potere induttivo, capace di confondere e ammaliare, dare piacere ma al tempo stesso togliertelo.

Dalla rocca di Troia il re Priamo ammirava la distesa del mare che tanto lustro e potenza aveva dato alla sua patria permettendo i lucrosi traffici commerciali di Ilio. Quelle acque però, così tanto amate dal potente re, nascondevano l’oscura insidia della morte che come un oscuro mantello si avvicinava alla costa cavalcando le prue delle 10, 100, 1000 navi Achee comandate da Agamennone che avanzavano spedite verso le possenti mura della città. Il mare Egeo avrebbe assistito per 10 lunghissimi anni agli assalti dei Greci e alla disperata difesa dei Troiani strenuamente guidati da Ettore e dai suoi uomini. Solo l’astuzia di Ulisse avrebbe fatto capitolare con l’inganno la potente Ilio il cui ultimo grido si sarebbe innalzato in lingue di fuoco e morte davanti quel mare che l’aveva vista sorgere. Da questo luogo di morte Ulisse, artefice della disgrazia troiana e inseguito dall’ira degli dei, tremendamente umani nella loro sete di vendetta, avrebbe peregrinato altri dieci anni in giro per il Mediterraneo prima di rimettere piede ad Itaca.

Ben sapeva Omero che la distesa infinita del mare, con i suoi flutti e la sua placidità, avrebbero giocato un ruolo chiave nella vita travagliata dell’eroe. Odisseo e il mare, sarebbero stati cantati per millenni, subendo gli eventi per volontà divina. Eppure la speranza del ritorno dell’eroe itacese legava la moglie Penelope e il figlio Telemaco alla linea dell’orizzonte che chiude in un connubio inscindibile l’acqua del mare col cielo etereo, quella stessa linea che gli abitanti di Halaesa in Sicilia avrebbero visto frastagliarsi dall’impeto delle navi Puniche contro le navi Romane.

Gli Achei avevano fatto sorgere la loro civiltà sulla potenza dei traffici marittimi, ma non erano stati i soli a sfruttare le grandissime opportunità commerciali che il mare poteva loro offrire. I Fenici, gli Egiziani, i Cartaginesi e infine Romani , che chiamarono il Mediterraneo “Mare nostrum”, capirono che la potenza militare delle truppe terrestri e il governo delle provincie lontane non poteva essere attuato se non attraverso un’esperta navigazione. Davanti al porto di Puteoli (Pozzuoli) e in seguito ad Ostia arrivavano continuamente grandissime navi annonarie cariche di grano destinato alla popolazione di Roma proveniente dalla Sicilia, dall’Egitto, dalla Spagna.

Nel corso dei secoli il mare ha rappresentato assolutamente la frontiera nella scoperta di nuove terre. Su di esso si sono avventurati grandi navigatori con vascelli sempre più sofisticati come se la linea dell’orizzonte risultasse indigesta all’uomo e alla sua brama di sapere. Si è sempre riusciti a spostare questa linea sacrificando sull’altare di Nettuno migliaia di vite . Navi, aerei e persino città intere sono scomparse sotto le sue onde, rimanendo soltanto il loro nome nel ricordo sempre più blando degli uomini. Il mito della città di Atlantide che si dice ingoiata dal mare e che nessuno è mai riuscito a verificare, ancora oggi atterisce e stimola gli studiosi e non poche teorie, a volte frutto di immaginazione surreale prendono corpo sorrette spesso da labili tracce scovate in chissà quale libro impolverato dai secoli e dimenticato.

I musei di tutto il mondo offrono ai visitatori la possibilità di osservare i mezzi con la quale l’uomo si è cimentato a navigare in tutti gli oceani del mondo. Molto spesso le tragedie del mare vengono esposte quale monito agli osservatori per non cercare di sfidare la forza della natura che inevitabilmente prevale sempre. Troppo spesso abbiamo sentito appellare col titolo roboante di “inaffondabile” le navi che nel corso dei secoli hanno solcato gli oceani. Il Titanic fu una di queste ma, nonostante la perizia ingegneristica dei cantieri navali di Belfast, affondò nel 1912 proprio durante il viaggio inaugurale trascinando con sé migliaia di vite umane. Dopo 100 anni davanti l’isola del Giglio un altro gigante dei mari, la Costa Concordia, grande quattro volte il Titanic e tecnologicamente avanzatissimo si arenava a ridosso dalla costa anch’essa col suo triste carico di vite umane che non avrebbero più fatto ritorno. Nonostante la tecnologia, è sempre il fattore umano che tristemente fa la differenza .

Non bisogna però pensare che questa grande distesa d’acqua che caratterizza il nostro pianeta sia una perenne minaccia per l’uomo che la abita. Direi proprio sia l’esatto contrario, perché è proprio tutta quest’acqua che garantisce la vita di tutti gli esseri che si muovono sulla terra. Forse bisognerebbe considerare meglio le azioni umane che hanno provocato lo sconvolgimento dell’ordine naturale e che nemmeno la conferenza di Kyoto tra tutti i paesi della terra è riuscita ad arginare. Vorremmo osservare sempre il mare come nelle cartoline illustrate delle spiagge dei tropici poi però a poche miglia da quei luoghi di sogno stazionano permanentemente le stazioni petrolifere e le petroliere che, non di rado, sono la causa di immani disastri ambientali.

La pesca sconsiderata delle specie ittiche ha rapidamente impoverito l’habitat marino mentre flotte di navi baleniere scorrazzano nei mari di tutto il mondo uccidendo centinaia di balene che rischiano ormai l’estinzione. Associazioni meritorie quali “Greenpeace” composte da volontari di tutte le nazioni lottano ogni giorno con i loro piccoli battelli per difendere i grandi cetacei dalle baleniere che ne stanno causando l’estinzione. Il mondo si indigna, ma non fa nulla per impedire tutto ciò anzi a volte le giurisdizioni dei paesi il cui braccio di mare è vicino a questi “campi di battaglia” si schierano contro gli uomini di Greenpeace accusati indegnamente di atti di pirateria navale.

Viene da ridere se si pensa che ai giorni nostri gli atti di vera pirateria tutti sanno che non sono di questo tipo, e mi riferisco ai continui attacchi vicino le coste della Somalia e della Nigeria. Il mare viene solcato temerariamente a bordo di piccoli barchini da veri e propri pirati pesantemente armati che non esitano a sequestrare, per poi chiedere il riscatto, qualsiasi tipo di nave e d equipaggio incroci le loro rotte.

E la cartolina esotica? la dobbiamo riporre in un cassetto come carta straccia? Non direi, anzi, correre in riva al mare per poi tuffarsi dentro penso che sia una delle poche gioie che vale la pena di ripetere ogni anno, naturalmente nella stagione estiva quando le meritate vacanze finalmente ci fanno allentare la morsa dello stress quotidiano. Per il resto, se lo rispetteremo, il mare ci offrirà sempre , anche nella stagione invernale, un’occasione di poter meditare e di fare un poco d’ordine nelle nostre menti sempre convulse, ma attenzione, non stiamo troppo a riva, l’onda anomala colpisce sempre all’improvviso.

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