La seduzione degli intrecci tra arti visive e altri profili della cultura. Intervista alla gallerista Tiziana Di Caro

Che la bellezza si possa percepire attraverso ognuno dei sensi che ci connettono  al reale è una cosa abbastanza nota. Crediamo di sentire tutto attraverso la sensibilità degli organi recettori,  ma spesso quel di più che siamo certi di avvertire, anche se  non riusciamo a spiegarlo, quel “quid” che viene alle volte chiamato sesto senso, cioè quell’indefinibile  e a tratti inconcepibile sensazione di pienezza che sfiora la spiritualità, è in realtà una percezione che va al di là di tutti i sensi.  Una sensazione che oltre ad essere un riassunto esperienziale dei sensi, è la sintesi di ciò che avvertono i quattro corpi fondamentali di cui siamo composti, il fisico, l’emotivo, il mentale e lo spirituale; i quali quando vibrano in sintonia, come le note di un accordo armonioso, trascinano l’esperienza estetica su quel piano messo in risalto da  Marcel Proust  ne  “À la recherche du temps perdu”, e la trasformano in una bellezza altra.

Una sinestesia della bellezza è ciò che accade entrando alla galleria Di Caro. Il profumo, per rimanere in questa metafora dei sensi, è quello del vecchio borgo artigianale di Salerno, in uno spazio già storicamente dedicato alla cultura e intorno al quale operò l’associazione “Le botteghelle”, che fece respirare alla città negli anni ’80 aria di musica, arte e teatro d’avanguardia.

I colori sono quelli della terra del mito.  Gli ariosi e solari azzurri del lungomare che virano nel rosso mattone mano a mano che ci si inoltra nel centro storico, prendendo le stradine usurate ma ricche ancora di artigiani laboriosi per arrivare al bianco delle pareti della galleria. Puro come i toni di verde che sbucano tra le case e le punte di spillo del giallo di alcuni limoni.

All’interno il suono  è quello del silenzio; un silenzio quasi ieratico, che sembra intonarsi alla vicinanza del Duomo di Salerno, e il sapore ha un gusto minimal che riflette il carattere della padrona di casa che evidentemente predilige un ordine estremo, pragmatico e risoluto, proprio per mettere in risalto le storie e i sapori degli artisti che si alternano in queste sale. Il tatto è tutto affidato alla gentilezza ed al garbo con il quale mi accoglie, denotando eleganza, umiltà e amore per il lavoro che fa. Ma è anche una giovane donna decisa e a tratti spigolosa quando le domande si fanno leggermente provocatorie: 

Tiziana, vorrei partire dalla domanda da cento milioni di dollari, che cosa è l’arte per te?

Quando mi fanno questa domanda, mi viene un po’ da ridere, perché non amo tutte quelle elucubrazioni e le costruzioni articolate che fanno alcuni per veicolare un messaggio che dovrebbe solo essere fruito. Di sicuro non può essere un hobby, e sia per l’artista che per il gallerista dovrebbe essere il più possibile una cosa identificata con la propria vita. 

Come hai fatto la scelta di diventare una gallerista?

Il mio è un percorso che definirei naturale. Fin da quando ero al liceo sentivo che questa sarebbe stata la mia strada, e poi è accaduto tutto in maniera un po’ casuale, legata anche a certe opportunità che si sono create. Ho seguito un master come curatrice negli Stati Uniti, ma non ho mai avuto parenti o amici, né tantomeno esperienze legate alla città di Salerno, che potevano in qualche maniera indirizzarmi. 

Una galleria contemporanea che pur essendo  nata da pochi anni ha già alle spalle una serie di eventi con nomi molto interessanti del panorama internazionale, ma  la maggior parte stranieri, come scegli i tuoi artisti?

La mia non è mai una scelta “snobistica”. È un lavoro che faccio insieme agli artisti, specialmente i giovani con i quali trovo istintivamente maggiori assonanze, direi “generazionali”, anche se non mi dispiacerebbe ospitare dei grandi nomi che mi interessano, anche più anziani. Gli artisti con i quali collaboro sono in prevalenza ragazzi che al di là della nazionalità viaggiano e sono arricchiti dalle esperienze in paesi diversi. Preferisco gli artisti che mi mettono di fronte ad emozioni che hanno a che vedere con ciò che amo di più dell’arte, cioè gli intrecci tra l’arte visiva e tutti gli altri settori della cultura. 

C’è spazio per i giovani italiani? 

Certo che c’è spazio anche per i nostri giovani.  Ivano Troisi, i cui lavori sono in mostra fino alla fine di marzo ad esempio, è nato a Salerno. Il suo lavoro parte dall’osservazione della natura per mettere in atto un’analisi dei processi che riguardano le sue dinamiche e le sue trasformazioni. Arriva, attraverso lo studio della realizzazione artigianale  della carta, il medium specifico che utilizza, alla creazione di un gioco di testimonianza che allo stesso tempo svela e occulta l’essenza della natura e testimonia della natura dell’arte.

Anche Antonia Carrara è italiana, ma con l’atto di coraggio che dovrebbe contraddistinguere tutti gli artisti italiani, vive e lavora a Parigi.  E Valerio rocco Orlando fa la spola tra Milano e New York. L’Italia  non è il paese ideale per gli artisti. Il fatto che io abbia aperto questa galleria a Salerno la dice lunga sul mio entusiasmo e sulla mia voglia di lavorare sul territorio, ma qui gli artisti per la loro crescita sono molto penalizzati.

Stai dicendo come Giancarlo Politi che in Italia non c’è la giusta formazione e il giusto supporto per gli artisti? 

Sono d’accordo con Politi sul fatto che non ci siano scuole adeguate e sulla sua esortazione ad andare a imparare all’estero. Da noi mancano vere scuole, e forse anche vera cultura dell’arte. La politica poi e le istituzioni italiane non possono offrire chissà quale supporto. Anche io del resto da quando ho iniziato, ai tempi in cui non sapevo nemmeno bene come funzionava il mercato dell’arte, ho sempre scommesso solo sulle mie energie economiche private e sul mio temperamento di persona dinamica e non ho mai fatto affidamento su fondi pubblici. 

Non c’è speranza dunque per gli artisti italiani? 

C’ è sempre speranza, ma gli artisti devono fare da soli. Non devono aspettare aiuti, soprattutto dalla politica, di questi tempi. Basti pensare alle difficoltà in cui versano i musei, che, come le gallerie, dovrebbero rappresentare una parte importante del sistema dell’arte, dato che, pur aspirando l’arte ad un valore estetico più alto, è indiscutibile il fatto che per vivere di essa bisogna legarsi al mercato. Mi consola solo il fatto che per quanto si possa vedere il quadro pessimista, la cultura per fortuna non dipende dalla politica.

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