Matri in avvio, Marchisio e Vucinic nella ripresa: 3-0 al Celtic e qualificazione ai quarti di Champions ipotecata

la Juve passeggia a Glasgow

Dove neanche il Barcellona era arrivato, arriva la Juve. Perché se questo Celtic nelle mura amiche non perdeva da anni costringendo anche gli alieni catalani alla sconfitta, allora il trionfo dei bianconeri nella tana talismano degli scozzesi ha un valore infinito. Una vittoria di spirito, concretezza, cinismo e sofferenza, costruita su una solidità difensiva suprema; una vittoria da grande d’Europa che spedisce, a meno di follie impensabili al ritorno, i bianconeri dritti nei quarti di finale dell’Olimpo Champions. Né i consigli di Sir Alex Ferguson né il telefono in panchina per parlare con la tribuna sono bastati a Lennon, il Conte del Celtic, per ripetere il miracolo del 7 novembre contro i blaugrana. Questa sera non era storia per gli scozzesi: la storia era della Juve, da scrivere nero su bianco sull’erba del Cetlic Park.

Con il presidente dell’Uefa Michel Platini ospite d’onore in tribuna, Conte sistema la sua Juve imbattuta in Champions League con il collaudato 3-5-2: Asamoah, Isla e Giaccherini in tribuna, tre punte in panchina (Anelka, Giovinco e Quagliarella), Caceres in difesa e Peluso, debuttante assoluto nella competizione, esterno sinistro di centrocampo. Davanti la coppia del momento Matri-Vucinic, col montenegrino in campo con una vistosa fasciatura al ginocchio. Annunciato anche lo schieramento di casa, col rientrante Ambrose dalla Coppa d’Africa schierato titolare e con Hooper e l’ala Commons punte di una formazione che non vede Samaras né in campo né tra i possibili sostituti: il greco non recupera dall’infortunio muscolare e si accomoda sugli spalti. All’impresa crede tutto un popolo, non c’è un posto libero nello stadio: se qui è stato piegato addirittura Messi, può succedere anche stasera che i favoriti escano sconfitti dalla piccola valle verde della Scozia.

Pronti via e lo spauracchio biancoverde si dissolve in tre minuti. Il tempo di un siluro di Wanyama da trenta metri che Buffon si fa scivolare in angolo e il tempo di ripartire per la Juve che va a segno alla prima occasione. Ambrose, forse ancora ebbro dalla vittoria della Coppa d’Africa commette un’incertezza fatale su un lancio di Peluso per Matri: stacco a vuoto del nigeriano e pallone che rimbalza tra l’attaccante e Forster in uscita, tocco velenoso sotto le gambe e pallone che supera la riga di porta nonostante l’intervento disperato di Brown.

Ma il fischio dell’arbitro non arriva, serve l’inserimento di Marchisio che si fionda sulla palla vagante in area e la spedisce di forza sotto la traversa, e stavolta non c’è dubbio che tenga, nel silenzio irreale dello stadio a fare da colonna sonora del crollo immediato dell’annunciato fortino scozzese. Nella terra di spiriti e castelli i fantasmi possono svanire e le fortezze possono essere espugnate.

Mentre la Uefa corregge l’assegnazione del gol, per la gioia di Matri che aveva detto di sognare il suo primo gol in Champions, il Celtic ferito la mette sulla battaglia e la partita si capovolge rispetto allo spartito iniziale: sono gli scozzesi a infuriare verso l’area avversaria. Hooper e Commons sono due torelli, dei Rooney meno dotati tecnicamente ma dalla grinta infinita. E se il primo viene neutralizzato da Barzagli, non così per il sostituto di Samaras che scappa via a Caceres con facilità, iniziando un duello con Buffon per tutto il primo tempo. Il portiere bianconero, dopo aver bloccato un altro missile di Wanyama e aver visto Marchisio fallire l’acrobazia del 2-0, viene impegnato due volte dal sinistro della mezzapunta biancoverde e altre due volte vede uscire un suo sinistro al volo e una sua rovesciata. La Juve? La gabbia agonistica su Pirlo funziona e il gioco bianconero è imbrigliato: solo una volta Brown, pestatore principe del regista, se lo lascia scappare e per poco la pennellata per Vucinic non diventa il raddoppio juventino.

Ma lo stop del montenegrino a dribblare Forster in uscita è troppo lungo e l’azione sfuma. Sulla fascia sinistra Izaguirre è puro furore isterico e traversoni, dall’altra parte Peluso trova più spazi rispetto a Lichtsteiner, che finisce sul taccuino dell’arbitro insieme a Hooper per scaramucce continue sui calci piazzati, con l’attaccante piazzato fastidiosamente addosso a Buffon per limitargli le uscite. La sensazione di assedio è continua, Wanyama di testa tutto solo al 40′ fallisce il colpo di testa del pareggio e allo scoccare del 45° ancora il centrocampista si fa respingere dalla difesa un piattone rasoterra dall’interno dell’area. Nonostante le sfuriate dallo spirito rugbystico dei padroni di casa comunque la Juve regge, resiste e chiude avanti all’intervallo, aggrappata alla garra di Vidal e alla solidità difensiva. Che il Barça non aveva.

Solita pressione scozzese in avvio, con Mattews per l’infortunato Lustig. Due i lampi dei primi venti minuti: un colpo di testa di un solitario Ambrose poco dopo il quarto d’ora, tra le braccia di Buffon, e una ciabattata di Vucinic su assist di Peluso, costretto dai crampi a lasciare il posto a Padoin. Il Celtic però lentamente si spegne, rallenta, solo gli offside fermano gli inserimenti di Marchisio e Lichtsteiner nelle praterie difensive avversarie, e allora gli scozzesi continuano a metterla sull’unico piano rimasto, lo scontro fisico: altro doppio giallo per scorrettezze in area tra Padoin e Brown.

Ma ora è la distanza su cui la Juve esce fuori, palla al piede, dritta a testa alta verso il raddoppio che chiude la partita: il genio è di Pirlo, la lucidità e la freddezza sono di Marchisio, bravissimo a far sedere il difensore in scivolata e a superare Forster sul suo palo. Stavolta il gol è tutto il suo, di un principino a cui tutto il Celtic Park è costretto ad inchinarsi. Il tris di Vucinic, dopo un altro errore di Ambrose, arriverà dai piedi ancora di Marchisio, dopo l’ingresso di Pogba per Matri e prima della prima passerella juventina per Anelka: è il saluto finale, crudele e spietato, della corazzata bianconera alla terra di Scozia

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