Incontro con uno dei più quotati chirurghi ortopedici emergenti in Italia: “tempistica e avanguardia, ecco le differenza tra la medicina al Sud e strutture del Nord”

il dott. Francesco Facchinetti

Si chiama Francesco Facchinetti ma, a dispetto del nome che porta, in mano tiene il bisturi invece del microfono.

Bergamasco, 38 anni, amante del buon vino e della buona cucina, passa intere giornate a visitare e operare pazienti.

Una passione, quella della chirurgia, sbocciata sin da piccolo e che oggi l’ha portato ad essere uno dei più quotati chirurghi ortopedici emergenti, specializzato in chirurgia protesica, chirurgia mini-invasiva, ricostruttiva ed artroscopica articolare.

Da più di un anno è uno dei chirurghi che opera nell’ambulatorio poli-specialistico d’eccellenza, il centro medico “Sacro Cuore” di Modica, dove mette a disposizione dei siciliani le proprie conoscenze tecniche chirurgiche e la possibilità di sottoporsi a visite ortopediche con immediatezza e rapidità nei tempi di attesa. L’abbiamo incontrato e intervistato.

Quando ha iniziato a lavorare e dove?

Nel 2003 mi sono laureato presso l’Università di Brescia che mi ha dato una buona impostazione culturale medica. Nel 2004 mi sono abilitato e già a giugno lavoravo; facevo la guardia medica, il medico dell’avis, il medico sportivo delle squadre di calcio dilettantistiche e ciclistiche amatoriali. Nasco come medico sportivo. Ho iniziato successivamente ad interessarmi al ramo chirurgico-ortopedico seguendo le orme paterne, in quanto mio padre è un noto chirurgo ortopedico bergamasco.

Perché ha scelto questo particolare ramo di medicina?

Per reticenze culturali e caratteristiche della mia personalità. Già da piccolo se capitava, incuriosito dalle ortesi traumatologiche ed ortopediche, mi ritrovavo in sala gessi a giocare tra bende e cotone e stecche gessate mentre mio padre lavorava. Sono un uomo molto determinato, tenace, essenziale e ho un forte senso pratico, elementi che vanno di pari passo ad una chirurgia legata alla bio-meccanica e agli organi di movimento.

C’è qualcosa che dice sempre ai suoi pazienti prima di un intervento?

In genere rincuoro il paziente invitandolo ad avere massima fiducia sia in me che nell’intero apparato medico perché abbiamo maturato grande padronanza delle tecniche che adottiamo.

Lei si occupa principalmente di chirurgia protesica, chirurgia mini-invasiva, ricostruttiva ed artroscopica articolare. Crede che oggi l’ortopedia sia all’avanguardia in Italia?

Credo che l’ortopedia sia ad ottimi livelli in Europa. In Italia esistono ottimi centri di eccellenza ortopedica come ad esempio l’istituto Ortopedico Rizzoli, il Galeazzi ed il Gaetano Pini, per citarne alcuni. Esistono poi in generale regioni più virtuose e altre meno nell’ambito sanitario e soprattutto nella mia disciplina. Per quanto mi riguarda la regione Lombardia, nella quale io risiedo e lavoro la maggior parte del tempo, è da tutti considerata eccellente in Italia.

Le è aiuto presso l’U.O. complessa di Ortopedia IV dell’Istituto clinico San Rocco di Ome, in Franciacorta ed una volta al mese visita nella Sicilia sud-orientale, tra Caltagirone, Ragusa e presso il centro medico Sacro Cuore di Modica. Che differenze trova tra il nord e il sud Italia?

La regione Lombardia, come anticipavo, mi mette a disposizione il massimo delle potenzialità tecnologiche ingegneristiche nell’ambito ortopedico e mi permette di valorizzare al massimo le mie capacità e il mio talento. La particolare contenzione dei tempi di lista d’attesa e la dinamicità dell’organizzazione logista delle strutture lombarde, offre un prodotto altamente competitivo nell’ottica dell’eccellenza delle cure prestate e nella rapidità della loro erogazione. Altre regioni invece, come non solo la Sicilia, che hanno amministrazioni e politiche sanitarie diverse, pur avendo ottime competenze mediche, risultano meno organizzate e con budget inferiori, e quindi faticano a mantenere gli stessi standard.

Ha un curriculum non indifferente. Crede di essere più bravo o più fortunato?

Il mio cv è il risultato di tre cose:
– Amore viscerale per questo lavoro , maturato sin da piccino e con un lungo ed articolato percorso.
– Un grande impegno umano nell’apprendere e perfezionare quello che assomma l’insieme delle tecniche, degli studi, delle ricerche che costituiscono il mio lavoro.
– Una personalità forte, pratica ed incline a questo tipo di chirurgia.
Quindi, rispondendo alla tua domanda, ho avuto la fortuna di essere una vigorosa pianticella in un ottimo terreno: ovvero al posto giusto e al momento giusto.

L’intervento più difficile che ha eseguito e perché?

Ogni intervento, anche quello che il chirurgo ritiene essere di routine o banale, nasconde delle insidie. Non è matematica. E’ arte, anatomia, biofisica, meccanica. Ogni intervento è a sé. Va studiato, preparato con dovizia di particolari e con un adeguato planning pre-operatorio. Chiaramente esistono tipologie e coefficienti di difficoltà differenti a seconda dei casi. Forse l’intervento che più di ogni altro resterà impresso nella mia mente, sia per la difficoltà che per la tipologia, risale al 2008, quando ho operato una paziente per una lussazione congenita dell’anca mai trattata in età post natale e matura. Per 50 anni la paziente ha camminato con una displasia (cioè un arto più lungo dell’altro). Sono intervenuto protesizzando completamente l’anca e ripristinando l’eterometria (stessa lunghezza).

Ha scelto di lavorare presso un ambulatorio poli-specialistico d’eccellenza, il Sacro Cuore di Modica. Perché?

“Perché desidero mettere a disposizione dei Siciliani in genere le mie competenze. Spero che le mie conoscenze e tecniche chirurgiche possano offrire ai pazienti la possibilità di sottoporsi a visite ortopediche con immediatezza e rapidità nei tempi di attesa. Il tutto in poliambulatorio di nuova concezione e con una organizzazione ottimale che personalmente ho curato.

Sei anche autore di uno studio monografico dal titolo: “Il Trapianto Osteo-Cartilagineo a Mosaico nelle lesioni traumatiche di ginocchio: Sei anni di esperienza chirurgica”, pubblicato sulla nota rivista specialistica “Acta Orthopaedica Italica”. Parlaci di questa esperienza.
Quest’esperienza nasce da un lavoro di ricerca durato sei anni e conclusosi nel 2006 quando ancora ero specializzando. Ad oggi non esistono metodiche sufficientemente consolidate atte al recupero della patologia degenerativa e post-traumatica della cartilagine articolare. Una delle sfide più ardue con la quale gli ortopedici contemporanei quotidianamente si confrontano è quella di contrastare l’insorgere della patologia chiamata artrosi delle grandi articolazioni.

I trapianti di osteo-cartilaginei, quelli che inducono crescita della cartilagine dalla matrice autologa (AMIC) e soprattutto le più recenti acquisizioni bio-ingegneristiche e sulla ricerca delle cellule staminali, sono sempre stati per me argomento di grande studio ed approfondimento scientifico, nonché tesi della mia specializzazione in Ortopedia. Per chiunque fosse interessato, i risultati di questo lavoro sono reperibili anche su Internet”.

Bertrand Russell diceva: “Se fossi un medico, prescriverei una vacanza a tutti i pazienti che considerano importante il proprio lavoro”. Lei cosa direbbe ai suoi pazienti?

Per arrivare a certi risultati e raggiungere determinati standard esiste una e una sola strada: dedizione profonda e soprattutto convinta a questo lavoro: a 360 gradi. Il resto è approssimazione e mediocrità.

Il lavoro è la cosa più bella nella tua vita. Ma oltre il lavoro, cos’altro di bello le è capitato?

(Sorride). Conoscere la giornalista che mi ha fatto questa intervista.

Chi è Francesco Facchinetti e cosa manca oggi a questo brillante giovane chirurgo?

Diceva Teofrasto: “Il tempo è la cosa più preziosa che un uomo può spendere.” Il mio più grande limite è il tempo. Tempo che ormai è quasi esaurito, al di fuori della sala operatoria.

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