Stato-Mafia: parla il pentito “stragista”, Brusca: “Mancino era destinatario del “papello” di Riina”

Salvo Lima e Giulio Andreotti

Nega di aver ritrovato la memoria su particolari mai svelati prima per salvarsi dall’indagine per riciclaggio in cui è stato coinvolto nel 2010 e definisce il boss Totò Riina il suo «maestro d’arte». Comincia così, nel bunker del carcere di Rebibbia a Roma, la deposizione del pentito Giovanni Brusca all’udienza preliminare del processo in corso a Palermo sulla trattativa Stato-mafia. Brusca, che viene sentito per ragioni di sicurezza in trasferta, è stato citato dal gup Piergiorgio Morosini che nell’ultima udienza ha disposto integrazioni probatorieche è uno dei 10 imputati, è stato citato dal gup che ha disposto intergrazioni probatorie. Il collaboratore di giustizia, che nel 2010 venne accusato di avere occultato e reinvestito parte del suo tesoro sottratto agli inquirenti, sostiene di essersi deciso a dire tutta la verità dopo avere incontrato i familiari di alcune vittime della mafia.

«L’ultimo destinatario del “papello” di Tototò Riina era Nicola Mancino», ha poi detto Brusca. Il “papello”, secondo Brusca, ma anche secondo Massimo Ciancimino, sarebbe un foglio contenente le richieste avanzate da Cosa nostra allo Stato per fare terminare, dopo la stragi di Capaci, la stretegia stragista della mafia. Mancino è tra i dieci imputati dell’udienza preliminare, con l’accusa di falsa testimonianza. Alla sbarra anche lo stesso Brusca ma anche il generale Mario Mori e Marcello Dell’Utri.

«Con l’omicidio Lima si voleva colpire politicamente Andreotti», racconta ancora Brusca. L’eurodeputato Dc, capocorrente degli andreottiani in Sicilia venne ucciso a Palermo il 12 marzo del 1992. Secondo i magistrati venne assassinato da Cosa nostra perchè non avrebbe mantenuto fede ai suoi impegni con i boss sul maxiprocesso. Nel ’92 si andò anche al voto e Brusca ha spiegato al gup Piergiorgio Morosini che «nell’aprile del ’92 non avevamo preferenze politiche e neppure indicazioni. Volevamo solo distruggere la corrente andreottiana».

«Io non ho mai parlato di Luciano Violante», continua il pentito Giovanni Brusca, proseguendo la sua. Interrogato dal Gup di Palermo, Piergiorgio Morosini, Brusca sostiene di non aver «mai fatto» il nome dell’ex presidente della Camera e della Commissione nazionale Antimafia. E per dimostrarlo, Brusca, che è anche imputato nell’udienza preliminare, ha prodotto in aula un verbale di un suo interrogatorio che risale al 28 agosto del 1996.

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