Chiunque crei  un manufatto non può che trarre salute e benessere dal fare creativo. Ognuno ha al suo interno uno straordinario meccanismo di auto guarigione da risvegliare

Arteterapia, l’arte che guarisce

Gli artisti sanno per certo che stanno facendo arte, i galleristi, i critici ed i curatori, sono convinti, beati loro, che se ne stanno sicuramente occupando, ed i musei sono arciconvinti di esserne i sacri custodi, mentre i direttori di tutte le riviste si beano di essere i depositari di tutte le idee e di tutte le parole che la riguardano. Ma che cosa sia, e a cosa serva è un interrogativo, a cui non sentono nemmeno l’esigenza di rispondere. E quando ne hanno idea non sempre sono interessati alla condivisione, oppure partono con certi discorsi pieni di prosopopea, solenni  quanto nebulosi, che lasciamo i più confusi e dubbiosi. Un amico mi ha solo saputo dire che di certo si tratta di un “altra cosa”, cioè di un aspetto dell’umano non tanto facilmente definibile, e di questa  “alterità”, di questo “ quid “ tutto ciò che si può dire, e che non c’è nulla da dire. Mi ricorda un po’ quella frase di Gerhard Richter, grande artista tedesco, che ha detto: ”Non ho nulla da dire e lo sto dicendo.” Ma sono certo che lui non ha mai letto libri o riviste sull’argomento!

Allora, dato che non è semplice dire cosa è, non ci resta che provare a dire, con spirito filosofico ed ermeneutico ciò che l’arte non è. Diventa più facile allora trovare molti d’accordo sul fatto che l’arte non è una cosa che fa male e con un sillogismo per nulla forzato si può dire che se l’arte non fa male, ciò che non fa male porta salute e benessere, quindi l’arte porta salute e benessere. Questo sillogismo  potrebbe anche essere messo in discussione da chi dell’arte è solo un fruitore, perché spesso la visione di un’opera d’arte, oltre alla sindrome di Stendhal, può arrecare poco piacere se non addirittura fastidio, ma ci porta ad un insindacabile assunto:

Chi l’arte la fa, anzi chiunque realizzi un manufatto che si allaccia alle espressioni figurative, chiunque crei qualsiasi oggetto,  pur lontano parente dell’arte, non può che trarre benessere da questo fare.

Questo è il principio dell’arteterapia.

Al di là della funzione preventiva ed educativa, l’arteterapia si sviluppa in una direzione diagnostica con l’interpretazione dei disegni o di altro, attraverso veri e propri laboratori di Arteterapia. Uno dei progetti diagnostici più usati e il cosiddetto Baum test, che consiste nel disegno di un albero la cui interpretazione fatta da esperti del settore apre ad una visione dell’essenza  psico-corporea di un individuo. Fare arte ci fa capire chi siamo e tutti possono farlo al di là del professionismo.  Integrata con un lavoro di equipe, fatto di diverse competenze e professionalità, con l’arteterapia si riescono a raggiungere straordinari livelli di riabilitazione anche in casi di gravi deficienze psicomotorie e in casi di seri disturbi psichiatrici come l’autismo e la schizofrenia. Anche in assenza di vere e proprie patologie psichiche, quando i problemi sono semplicemente legati a problemi di handicap fisici, la possibilità di esprimersi al di là del giudizio, in un’area che si collega al gioco e alla leggerezza delle esperienze ludiche, mette in condizione i pazienti di tutte le età di “sentire” il proprio corpo e non di subirlo come un corpo diversamente abile. Il punto interessante dell’arte terapia è che non si concentra sul prodotto artistico finale, ma sul processo creativo in sé, e questo permette all’individuo di penetrare in quegli angoli nascosti del proprio subconscio dove può contemplare senza riserve le sue emozioni  positive e negative, e quindi imparare a gestirle e, nel portarle alla luce, può scoprire alle volte capacità e potenzialità del tutto inaspettate. E la scoperta di questo “io” così fondamentale e la sua messa in luce attraverso un manufatto o una  qualunque espressione, dona una sicurezza e una stima di sé, che alle volte anni di lettura e di parole non riescono a portare a galla. Il vedere le proprie ansie ed i propri conflitti interiori come qualcosa di esplicitato ed esterno da sé, offre il necessario distacco per poterli superare. Le immagini partendo dal profondo non sono in grado di operare le coperture che nell’uso della parola istintivamente mettiamo in atto. L’arte passa dalla porta intellettuale solamente in una fase di rilettura, mentre la parte produttiva affonda le radici nell’arcaico cervello primitivo dialogando con il nostro vero io. Ognuno ha in sé delle risorse proprie, e sono talmente straordinarie che offrono un alto potenziale di auto guarigione, che va semplicemente stimolato.  L’Arteterapia svolge questa funzione e consente di credere in se stessi ed essere fiduciosi nelle capacità che possediamo.

La visione di un opera artistica o la realizzazione di essa muta decisamente lo stato di coscienza dell’uomo, e questo al di là delle conferme che ne hanno dato gli studi di Freud e di Jung ,  lo avevano capito già gli antichi Greci, che utilizzavano il teatro e la musica per favorire la catarsi, liberare le emozioni represse e ritornare ad una vita equilibrata.

Continuano per esempio ad usare il teatro, mettendo i pazienti sul palcoscenico, al centro del turbinio delle emozioni, gli operatori che utilizzano gli psicodrammi di Moreno, o le costellazioni familiari. La sostanza di queste forme di psicoterapie risulta proprio dalla esteriorizzazione, mediante delle improvvisazioni sceniche, del proprio vissuto personale, profondamente sepolto nel subconscio.  Le costellazioni familiari di Bollinger non hanno secondo tanti  una validità scientifica,  in quanto si basa sul concetto di “campo morfogenetico”, che la scienza ufficiale non ritiene misurabile.  Ma il fatto che non sia misurabile non vuol dire che il suo effetto non sia percepibile, come dice lascia intendere l’approccio delle  medicine   olistiche, le quali tendono a non considerare l’uomo come un insieme di organi, ma come un tutto che accorda diverse frequenze di forma della stessa energia.

E in ogni caso, per buona pace degli  “scienziati” , sentite cosa ne pensava a tal proposito Albert Einstein, il prototipo della figura dello scienziato: “Ogni essere umano è parte di un tutto chiamato Universo. Egli sperimenta i suoi pensieri e i sentimenti come qualcosa di separato dal resto: una specie di illusione ottica della coscienza. Questa illusione è una specie di prigione. Il nostro compito deve essere quello di liberare noi stessi da questa prigione attraverso l’allargamento del nostro circolo di conoscenza e comprensione, sino ad includere  tutte le creature viventi e l’interezza della natura nella sua bellezza.”  Forse aveva letto anche Platone.

L’artista professionista ha un altro compito, di cui adesso non è il caso di parlare, ma ben vengano  dunque    le migliaia di pittori e scultori della domenica, perché, come dice il grande De Filippo,  accade con l’arte in genere quello che accade  nel teatro, dove “si vive sul serio quello che gli altri recitano male nella vita.” Sono certo che, come asseriva Warren, “ la salute di una società si riflette nella sua attività artistica e viceversa” e quindi al posto degli antibiotici  non ci rimane che tener presente questa forma di cura ed assumere dei sani “artebiotici”, che di sicuro non possono che far bene.

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