La questione radicale: grandi battaglie, piccoli numeri

L’aggettivo radicale è talvolta usato in modo ambiguo: si parla ad esempio di “sinistra radicale” riferendosi alla sinistra del PD, ma sinistra radicale potrebbe a pieno titolo essere considerato il Partito Radicale (nella sua natura principale transnazionale e nelle sue ipostasi dei soggetti italiani), che è di una sinistra liberale, tendenzialmente liberista ma con componenti al suo interno tradizionalmente liberal-socialiste.

Con l’avvicinarsi delle elezioni politiche, in una situazione di crisi economica, di sconcerto sociale, di deflagranti scandali (che non risparmiano quasi nessuno, neppure i più convinti assertori dei valori di cui si dicono portatori), di incertezze e di promesse poco promettenti, ebbene in questo sconfortante quadro andrebbe valutato il ruolo di un movimento/partito attivo da cinquant’anni, mai coinvolto in scandali di corruzione o altro, anche nelle pur rare occasioni in cui ha occupato responsabilità di potere, a livello locale o nazionale. Parlo dei radicali di Pannella e Bonino.

Si tratta non solo di un movimento ricco di idee e onesto, ma anche di un movimento che ha ottenuto come è noto numerosi risultati per la crescita democratica e civile del paese, non soltanto mediante lo strumento referendario che poi nei fatti ha però contribuito a usurare, abusandone. Andrebbe in ogni modo capito come mai questo movimento/partito non è mai riuscito a ottenere un consenso ampio, con l’eccezione clamorosa delle europee del 1999, quando superarono l’8% sulla scia del grande credito generalmente riscosso dalla Bonino nel corso del suo mandato di commissario europeo.

Il tema della vocazione di nicchia dei radicali, nonostante la importanza delle loro iniziative e le loro stesse aspettative, meriterà variazioni e altri interventi in questo blog. Focalizzerei per il momento l’attenzione su un punto: le difficoltà dei radicali, accentuatasi negli ultimi dieci anni, nella comunicazione politica con la gente comune.

Una norma dello statuto del partito prevede che essi non si possano presentare con il nome che li renderebbe immediatamente riconoscibili (Partito Radicale o quello di Radicali Italiani). Dovrebbe essere cambiata. Pur avendo sollevato con forme di iniziativa nonviolenta la fondamentale questione delle disastrosa condizione delle carceri e della giustizia in Italia, che ci ha causato persino le rimostranze formali della Comunità Europea, i radicali si presenteranno con la denominazione AGL (Amnistia Giustizia e Libertà).

Quanti simpatizzanti sapranno riconoscersi in questo simbolo? In tal modo, per una decisione sostanzialmente dovuta alla volontà di Pannella, e con qualche mal di pancia da parte della base del partito, i radicali finiranno per rendersi poco riconoscibili, senza contare la difficoltà di spiegare nei rari e brevi passaggi televisivi e radiofonici in campagna elettorale il senso della parola amnistia in prima evidenza nel loro simbolo, e in che modo (perché questo è incontestabile, ma non semplice a chiarire nei suoi meccanismi) la risoluzione del problema giustizia avrebbe una ricaduta positiva sull’intero sistema Italia, economia reale inclusa.

Così, non c’è bisogno di essere indovini per immaginare che i radicali otterranno inevitabilmente ancora una volta un risultato modestissimo, proprio in una tornata che avrebbe potuto lasciare loro delle speranze di far breccia presso un elettorato disorientato e che in buona misura voterà “il meno peggio”.

Tale esito, facilmente prevedibile, sarà dovuto anche a motivazioni più profonde e antiche: l’idiosincrasia viscerale del PD (almeno nella sua componente più direttamente e orgogliosamente erede del PCI), la diffidenza di parte del mondo cattolico in qualunque schieramento disposta, sebbene ci sia parte del cattolicesimo liberale che non pone veti nei loro confronti, la prudenza dei moderati e dei conservatori che ovunque disposti non accettano di buon occhio le “provocazioni” radicali (come quella infelice dell’accordo abortito con Storace per le regionali del Lazio, che però i mass-media avrebbero fatto bene a raccontare anche il comportamento riprovevole del PD nei confronti dei due deputati regionali radicali che avevano sollevato il coperchio degli scandali del Lazio), infine la convinzione che un voto indirizzato a una minoranza è un voto sprecato: un errore quest’ultimo, come dimostrano decenni di sostegno ai grandi schieramenti, perché con questo ragionamento le migliori minoranze rimarranno sempre tali e magari si estingueranno, e le peggiori maggioranze continueranno a fare della politica un terreno di saccheggio e di cattiva amministrazione.

Infine, il fatto che nei media Pannella, Bonino, e molti dirigenti capaci e giovani non vengono quasi mai invitati a intervenire per spiegare le loro ragioni e il loro programma. Insopportabile il loro vittimismo, esagerate certe loro formulazioni che assimilano il trattamento ricevuto con forme di “genocidio politico”. Ma ne avrebbero di cose da dire e noi da ascoltare: in economia, nell’ambito dei diritti civili e umani, in politica internazionale, nel campo minato della giustizia. Il contributo della sinistra radicale (ossia dei radicali, che sono un’espressione della sinistra liberale) potrebbe essere prezioso, e forse un giorno lo sarà, nel raddrizzare le sorti di questo tormentato paese.

© Riproduzione Riservata

Commenti