Un viaggio tra storia mito e epica e “l’incontro” nella genialità di un grande scrittore, profondo conoscitore della storia classica ed archeologo, alla ricerca della verità tra le pagine epiche per eccellenza della storia

Valerio Massimo Manfredi con l’organizzatrice Antonella Ferrara

La Sicilia è una terra antica, misteriosa e profumata, in essa sono nati miti e leggende e la sua stessa storia si confonde con l’epica delle narrazioni che nel corso dei secoli hanno profuso di gloria e a volte fatto cadere nell’oblio il suo stesso patrimonio monumentale e culturale.

Il mare che la bagna ha visto passare navi e eserciti, quale naturale crocevia di cui la nostra odierna civiltà è naturalmente un indiscutibile frutto. Ma indissolubilmente questa terra ha avuto, e per molti versi lo ha tuttora, un forte legame con tutto il mondo ellenico da cui ha attinto molti dei suoi usi e dei suoi miti. L’imponenza dei suoi monumenti classici e quindi la storia stessa testimoniano agli occhi del mondo questo connubio millennare che ci rimanda per molti versi là dove la cultura ellenica ebbe inizio. La Grecia classica.

Dedica ai lettori di Blogtaormina

In questo viaggio misto tra storia mito e epica non possiamo fare a meno di imbatterci in un grande scrittore, profondo conoscitore della storia classica ed archeologo, abituato da anni a ricercare la verità anche tra le modificazioni epiche della storia stessa, Valerio Massimo Manfredi. L’incontro tra questo grande autore e i suoi lettori è stato possibile a Taormina presso la fondazione Mazzullo venerdì 25 Gennaio in occasione della presentazione del romanzo “Il mio nome è Nessuno” per i tipi di Mondadori, già da qualche mese in libreria e destinato ormai a diventare un best seller.

La storia immortale di Odysseo lunga ben ventisette secoli rivive in un memorabile romanzo dalla straordinaria forza narrativa, al quale Manfredi ci ha ormai abituato dalle pagine dei suoi tomi sempre carichi di suggestioni classiche. Ma ventisette secoli di epica narrata e modificata dai tantissimi autori che hanno contribuito a ergere la figura di Ulisse nell’empireo dei grandi eroi non rischiavano di modificare, forse indissolubilmente, il mito originario del figlio di Laerte? In soccorso a Manfredi non poteva che scendere, inconsapevolmente, Ugo Foscolo egli stesso nato a Zante (Zackyntos) isola greca poco distante da Itaca. Nei “Sepolcri” dice “Un dì vedrete mendico un cieco errar sotto le vostre antichissime tombe, e brancolando penetrar negli avelli, e abbracciar l’urne e interrogarle. Il sacro vate col canto eternerà quelle alme afflitte… finché il sole risplenderà sulle sciagure umane”. Manfredi fa proprio tutto ciò, ritorna ad Omero, ripulisce il personaggio dalle aggiunte epiche dei secoli e proprio come suggerisce Foscolo, ma col piglio storico dell’archeologo, interroga lo stesso Omero e i luoghi da lui narrati. Nella ricerca del mito vero si imbatte inevitabilmente in quella realtà che non aspetta altro che ritornare alla luce, e tale incontro lo trascina indietro nei secoli regalandoci uno spaccato autentico della vita ellenica tra il XIII e il X sec. a.c.

Odysseo ma anche Achille, Agamennone e tutti i personaggi omerici ritornano ad essere uomini con i loro pregi ed emozioni ma anche preda di dubbi esistenziali. Così scopriamo un Ulisse che prima di essere un eroe sanguinario fa di tutto pur di non scatenare la guerra sia in patria tra i Re achei che tra questi e la città di Troia. Manfredi appella Odysseo col termine wanax dando peso al fatto di essere un re indiscusso e superiore sia in patria che alla testa delle sue truppe. Il termine greco basileus come anche quello latino di rex non avrebbero potuto trasmettere lo stesso carisma di “comandante” che, sapientemente, Manfredi vuole evidenziare. Ma Odysseo ha un suo codice morale e una sua fede religiosa negli dei fra i quali reputa sua guida in terra la dea Athena. Colei che lo sostiene gli appare nei momenti più struggenti della sua vita, spesso con mentite spoglie, sfidando l’eroe itacese a riconoscerla e a comprenderla, e quando finalmente sulla spiaggia di Itaca approda dopo venti anni, è lei ad accoglierlo sotto le sembianze di pastorello. Odysseo quasi indispettito con colei che reputa più di un’amica la rimprovera di averlo abbandonato, ricevendo come risposta che in realtà era stato lui stesso a non riconoscerla più. Questi tratti teneramente umani trasformano l’eroe dalle mille battaglie in un figlio bisognoso d’affetto e di calore familiare. Ulisse ha una voglia estrema d’intimità familiare come se la sua vita si reggesse disperata a quel lontano ricordo. Quell’intimità del focolare domestico che Elena non avrebbe potuto garantirgli, sebbene amandola, e che lo avevano indirizzato verso Penelope. Lei è fatta per lui e lui per lei e di ciò Ulisse è pienamente convinto tanto da commuoversi davanti all’accoglienza veramente filiale destinatale ad Itaca dai suoi genitori Laerte e Anticlea. La speranza del ritorno del wanax di Itaca legava la moglie Penelope e il figlio Telemaco alla linea dell’orizzonte che chiude in un connubio falso ma al tempo stesso apparentemente inscindibile l’acqua del mare con l’azzurro del cielo.

Nel romanzo di Manfredi la cornice del mare è l’immagine principe che si pone davanti agli occhi del nostro eroe, la sua fortuna e la sua disgrazia, come se gli dei lo avessero predestinato a cavalcarne a vita le onde. Il nonno Autolykos giunto attraverso il mare dall’Acarnania gli aveva imposto un nome nel quale l’odio era insito già nella grafia, e nel mare Odysseo avrebbe vissuto combattendo quasi tutte le sue avventure perseguitato dall’ira degli dei. Dante Alighieri, imbevuto della cultura latina favorevole ai troiani e assolutamente avversa agli Achei, rei di aver distrutto con l’inganno la progenitrice di Roma, colloca Ulisse all’inferno e nel XXVI canto il mare si chiude per sempre sul nostro eroe. Manfredi, magistralmente, si pone fuori dalla sua opera, sdoppia la sua natura e chiama lo stesso Odysseo al racconto della sua vita. E sebbene Ulisse è e resterà un personaggio letterario, l’autore ce lo rende vero, possente nella sua forza e preda delle sue emozioni ma fermamente padrone della sua volontà.

Un’ultima annotazione mi sembra doverosa, avendo già constatato sul campo la meravigliosa e coinvolgente forza descrittiva del Professore Valerio Massimo Manfredi. Una giorno, dopo aver letto il “Tiranno” (Premio Corrado Alvaro, premio Vittorini) fortunato best seller di Valerio Massimo Manfredi, seduto su una pietra al calar della sera davanti il Tempio di Giunone ad Agrigento mi son venute incontro le immagini evocative descritte dal nostro autore della distruzione di Akragas nel 406 a.c. ad opera dei cartaginesi. Quest’emozione mi accompagna sempre davanti alle rovine di qualunque sito archeologico. La lettura de “Il mio nome è Nessuno” ha ridato dimensione alla mia personale voglia di conoscere, spostando sempre più in là tale limite proprio come fece Odysseo con la sua vita avventurosa. Di ciò ne sarò sempre grato a Manfredi che con tali opere rende e renderà sempre la conoscenza del passato un ulteriore traguardo per un soddisfacente ed appagante futuro.

 

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