La tecnica consente di estrarre gas da giacimenti finora inaccessibili. Ma c’è chi avanza dubbi sui rischi

“fratturazione idraulica” del sottosuolo

Fracking: se non avete mai sentito questa parola, e vi interessate di ambiente, è bene che la segnate. Perché è il prossimo terreno di scontro più incandescente fra la lobby ecologista e quella dell’energia.

Per capire quanto vada di moda questo tema – si legge in un approfondimento su “La Stampa”, basti sapere che al momento nei cinema americani ci sono ben due film che si danno battaglia sul fracking.

Il primo, contrario, si intitola “Promised Land”. Lo ha scritto John Krasinski, lo ha girato Gus Van Sant, e il protagonista è Matt Damon, una garanzia per le cause liberal. Il secondo, favorevole, è un documentario chiamato “FrackNation”. I suoi autori, Phelim McAleer e Ann McElhinney, non sono altrettanto famosi, ma stanno facendo lo stesso un sacco di rumore.

Il fracking è una tecnica speciale per estrarre soprattutto gas naturale, da giacimenti molto profondi e ostruiti da rocce spesse e solide. Il nome sta per “hydraulic fracturing”, e significa che queste rocce vengono perforate iniettando in profondità una miscela di acqua, sabbia e sostanze chimiche segrete, che aprono le fessure da cui poi esce il prezioso gas.

La tecnica era stata inventata in Texas nel 1947, ma poco usata. Nel 1998 è stata perfezionata, sempre in Texas, e dal 2005 in poi ha cominciato a diffondersi nel resto dell’America. Gli stati che la adoperano di più sono Pennsylvania, Texas, Wyoming e Colorado, mentre New York e Illinois stanno valutando la sua adozione. Finora, solo il piccolo e liberal Vermont ha vietato il fracking.

Il vantaggio di questa tecnica è che consente di raggiungere giacimenti enormi, altrimenti bloccati in profondità. Il loro sviluppo sta già facendo aumentare vertiginosamente la produzione di energia sul suolo degli Stati Uniti, e le stime più ottimistiche prevedono che se continueranno ad espandersi, l’America potrebbe diventare autosufficiente in questo settore nel giro di un decennio. Significherebbe risparmiare miliardi di dollari, e soprattutto salutare una volta per tutte il caos mediorientale.

Lo svantaggio sta nei rischi ambientali. Studi definitivi non sono stati ancora compiuti, ma le minacce principali sono almeno tre: la contaminazione delle falde acquifere a causa delle sostanze chimiche utilizzate, la desertificazione del terreno sopra ai pozzi, e l’inquinamento atmosferico. In alcuni casi, ad esempio in Wyoming, la Environmental Protection Agency ha concluso che il fracking non ha reso pericolosa l’acqua; in altri, gli abitanti delle zone perforate hanno denunciato malattie che vanno dall’asma al tumore, associate all’uso di questa tecnica. In alcune aree le riserve di acqua hanno preso fuoco, a causa dei gas liberati.

Il dilemma è serio e complesso, perché la natura ha voluto che i giacimenti si trovassero soprattutto in regioni economicamente depresse, come la Pennsylvania rurale. Quindi da una parte ci sono le grandi compagnie energetiche che offrono grandi somme di denaro per acquistare dai contadini poveri il diritto di perforare; dall’altra ci sono le preoccupazioni ambientali e sanitarie, che fanno perdere il sonno a chi deve decidere se accettare i soldi, e nello stesso tempo i rischi.

La questione sta diventando globale, perché le stesse opportunità esistono in molti paesi. Polonia, Gran Bretagna, Argentina, Cina, Brasile e Arabia hanno già avviato i progetti o gli studi per usare il fracking, mentre la Francia lo ha vietato e l’Unione Europea sta conducendo uno studio per prendere posizione.

Il film di Damon racconta la storia di un emissario delle compagnie energetiche che va in Pennsylavania per convincere la gente a vendere i terreni, ma poco alla volta cambia posizione. Il documentario “FrackNation” invece smonta tutto, dicendo che la tecnica non è pericolosa, e il rilascio di questi gas e di queste sostanze avveniva da sempre naturalmente. La disputa è appena cominciata, e presto dovrà essere risolta anche in Europa.

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