Tra eros e spiritualità l’appassionante viaggio estetico del corpo della donna. La figura femminile all’interno delle opere d’arte, oltre la dimensione della pura forma

Abbiamo lasciato l’universo artistico delle donne con un’artista degli anni settanta che con forza provava a restituire al mondo la potenza dell’erotismo arcaico del corpo femminile e la sua libertà universale. Carolee Schneemann abbiamo visto considerava il corpo e la sessualità femminile  un clamoroso “rimosso” sociale, che l’uomo ha sempre temuto da antagonista e da prevaricatore, per nulla conscio delle potenzialità di un approccio totale alla sorgente unitaria dell’essenza del genere umano, di cui peraltro anche il genere femminile stenta a impadronirsi.

Ma osserviamo come si è sviluppato l’appassionante viaggio estetico del corpo femminile.

Nonostante  sia ipotizzabile una società che, secoli fa, vedesse in primo piano, o almeno su un piano di perfetta parità, la figura della donna, per buona parte della storia dell’umanità ha comandato il genere maschile. L’ipotesi di una società in cui aveva la preminenza la figura femminile, e presumibile dai resti di innumerevoli ritrovamenti archeologici che mostrano la frequenza con cui veniva rappresentato il corpo femminile. E al di là della valenza magica, simbolica o apotropaica che tali statue potevano avere, appare chiaro che si ricreano le immagini di chi ha una certa forma di potere, o gode di una stima straordinaria e possiede un aura che le garantisce grande ammirazione.

Notevoli vestigia di tale rispetto per il genere femminile si sono trascinate anche nelle due  grandi culture di cui siamo tutti figli, la greca e la latina, che hanno poi animato una parte considerevole della storia dell’arte mondiale. Il mediterraneo è infatti la culla dalla quale è nata l’idea stessa dell’arte, e noi italiani sembriamo aver dimenticato di esserne  stati per secoli la nutrice.

Ma il Mediterraneo è intessuto della cultura religiosa del cristianesimo. E la chiesa, che ha consentito la creazione e la cura di tante opere d’arte, quella chiesa che rivede per fortuna lungo gli anni tutti gli integralismi, durante il medioevo fece diventare la donna, per via di un maschilismo nemmeno tanto nascosto nell’ambito religioso, un essere inferiore, quasi senza anima. Per chi ha una certa sensibilità, senza voler arrivare alle critiche delle gerarchie ecclesiastiche, come fa il teologo Vito Mancuso, esaltando la verità originaria del messaggio cristiano, basti sapere che il nudo femminile si è cominciato a poterlo guardare senza vergognarsene perché si è ammantato dello scudo protettivo dell’arte.

L’artista ha elevato tutto il guardabile, perché guarda  il mondo con l’innocenza di un bambino. Per i pittori e gli scultori il corpo della donna rimane essenzialmente segno, cioè espressione pura della forma, anche se è innegabile il permanere di una forza espressiva  che si apparenta con la forza creatrice insita da sempre nel corpo della donna, che infatti ha rappresentato in tutte le culture antiche l’idea della vita. Nell’animo dell’artista sembra essere rimasto il segno profondo di questo archetipo della donna  come fonte di vita e attraverso i suoi occhi è riuscito a cogliere sempre le tante sfaccettature che fanno parte del suo poliedrico mondo e la rendono così affascinante. Donna come madre, e madonna, come divinità e come ballerina, amante e musa ispiratrice, e poi etera, strega e lasciva fanciulla.

Un caleidoscopio delle umane emozioni, nella cui figura si rispecchia la ricerca dell’ideale di bellezza e di bontà di ogni artista, con quella potenza in più donata dalla sua bellezza agli occhi dell’artista che è stato per lungo tempo l’occhio di un uomo, e quindi un occhio lambito dall’eros. Per averne un’idea è sufficiente pensare al perché della nudità di alcune donne in un atmosfera irreale a volte, in cui gli uomini sono  tutti vestiti.

Nel 1863 fu esposto a Parigi Le déjeuner sur l’herbe di Manet, provocando scandalo e disgusto, dimenticando che il tema biblico di  “Susanna e i vecchioni” aveva già riempito la storia dell’arte. D’altronde non poteva non aver visto al Louvre il “concerto campestre”  di Tiziano. Emile Zolà lo difese adducendo il valore della pura forma pittorica come se fosse un delitto che la ricerca del bello indugiasse su una certa carnalità, indubbiamente suscitata dal corpo di una donna. Chi ha un concetto del corpo sublime, libero da ogni gravame di tipo trascendente, e lo guarda attraverso un rispetto di tutte le sue funzioni naturali, e soprattutto come espressione della bellezza del creatore attraverso la natura, non può che trovare bello  il corpo di una donna, così come la mano di un bambino o viso corrugato di un anziano.

I più sopraffini potrebbero riconoscerci la grandezza del concetto di physis espresso dai greci, ma anche il soffio di Dio non si curò di donare vestiti ad Eva; siamo stati noi umani, come quelli che istruirono il  “Brachettone” di Michelangelo a realizzare le foglie di fico con cui coprire tutto ciò che la pudicizia di menti malate riteneva non dovesse essere visto.

Il Buonarroti  in uno dei suoi capolavori, la cappella Sistina di sicuro non coprì nulla di questo suo amore per il corpo umano, al punto che parecchi esegeti e interpreti sono arrivati a intravedere nella presenza di alcuni uomini abbracciati, in due che addirittura si baciano, una sua presunta omosessualità. E questa deviazione esegetica ancora persiste nei nostri atteggiamenti sociali.

Non a tutti i visitatori e storici dell’arte salta subito all’occhio però una presenza, che dovrebbe far riflettere tutti sul ruolo della donna nel mondo dell’arte e non solo. Sulla destra della creazione di Adamo il cui centro è la plasticità di quelle mani che sembrano essere diventate il simbolo della cappella Sistina, c’è una schiera di angeli che sorregge il creatore.

Ma in mezzo a loro, proprio alle spalle del creatore, si trova una figura di donna dal seno acerbo. Un viso angelico e austero che nasconde la verità mal celata della forza  della polarità della donna, che nella genesi  ebraica è palesata dai nomi di Dio al plurale o al femminile. Mentre i profeti ed i religiosi a seguire sembrano aver voluto coprire l’energia del pianeta donna e la potenza evocativa dell’eros.

Poco più in là un altro artista, il poeta Salvatore Quasimodo, legge con candore e senza svenimenti nella cappella sistina  quel “ … pudore  di sensazioni ed esperienze, l’abisso che non bisogna corrompere”.

Oggi pare stia cambiando l’occhio di chi guarda. Stanno aumentando le donne dell’arte, e il loro punto di vista offrirà di certo un panorama diverso, sempre che ci riescano. Un panorama che, visto dalla loro angolazione offrirà di sicuro  qualche spunto di riflessione.

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