“Taormina: la storia, i peccati, i grandi amori”: un inedito di Ernest Hemingway nel nuovo libro del giornalista taorminese Gaetano Saglimbeni

Gaetano Saglimbeni

In novant’anni, i taorminesi (come gli italiani) non l’hanno letto. E’ il racconto che il diciannovenne giornalista-soldato Ernest Hemingway, volontario della Croce rossa americana sul fronte della prima guerra mondiale e ferito mentre prestava soccorso ad un soldato italiano, scrisse a Taormina durante una vacanza di convalescenza, tra la fine del 1918 e l’inizio del 1919: il primo racconto in assoluto dello scrittore che 35 anni dopo, nel 1954, avrebbe ottenuto il premio Nobel per la letteratura.

Ed è un paradosso (uno dei tanti paradossi che caratterizzeranno la vita del grande Hemingway) che l’opera d’esordio di uno scrittore così importante sia apparsa in libreria solo 68 anni dopo, nel 1987, quando lui era morto da 26 anni (suicida a 62 anni, con una fucilata alla testa, nel 1961). “The mercenaries”, il titolo originale del racconto, pubblicato dal biografo Peter Griffin, con la collaborazione del figlio dello scrittore, Jack Hemingway, insieme ad altri inediti, tutti racconti brevi (“Crossroads”, “Portrait of an idealist in love”, “The current”), mai tradotti in italiano. Cronista dello “Star” di Kansas City, Ernest Hemingway aveva da poco compiuto i 18 anni quando arrivò in Italia, nel 1917. Spirito avventuriero ed a contatto sin da ragazzo con i drammi della vita (aveva seguito il padre medico tra i disperati dell’Illinois, dove era nato, e del Michigan, dove era vissuto per molti anni), si era rifiutato, come volontario della Croce rossa, di operare nei servizi logistici cui in un primo tempo era stato assegnato: la guerra (“la più sordida e crudele carneficina del mondo”, come la definì lui), il cronista Hemingway voleva “vederla in faccia”, viverla in prima linea, raccontarla dalle trincee ai lettori del suoi giornale. Assegnato alla guida delle autoambulanze che andavano a raccogliere i feriti al fronte, fu ferito ad una gamba dalle schegge di una granata, nel luglio del 1918, e curato in una villa della Brianza trasformata in ospedale militare (dove sbocciò l’amore tra il giovane Ernest e la crocerossina tedesco-americana Agnes, immortalato dalle pagine del famoso romanzo “Addio alle armi” e dai film che ne sono stati tratti (con Gary Cooper ed Helen Hayes nel 1932 e Rock Hudson e Jennifer Jones nel 1957). A Taormina il giovane Hemingway fu ospitato dal duca di Bronte nella splendida villa a mezza costa sulla via Pirandello. Erano con lui un capitano ed un colonnello dell’esercito americano, James Gamble e Tom Bartley (grandi amici del duca e suoi, essendo stati anch’essi al fronte con i volontari della Croce rossa), e due attori, l’inglese Elijah Woods e l’americano Stewart Kisten. Duca di Bronte era allora Alexandre Nelson-Hood, 65 anni, pronipote del famosissimo ammiraglio inglese Orazio Nelson, il quale aveva avuto in dono la ricchissima ducea alle falde dell’Etna da Ferdinando I di Borbone, re delle Due Sicilie, per avergli salvato la vita durante una sommossa popolare a Napoli. Un padrone di casa “charming and generous aristocratic” (parole di Hemingway), intelligente e raffinato, di grande cultura e dai vastissimi interessi (era stato nominato commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia per meriti acquisiti nel campo della agricoltura), il quale aveva fatto della sua incantevole e confortevole villa di Taormina una sorta di “buen retiro” per artisti e scrittori (tra gli ospiti, Thomas S. Eliot, David H. Lawrence, William Somerset Maugham, Gabriele d’’Annunzio, il futuro premier inglese Winston Churchill).

Due settimane di vacanze, distensive e salutari, per il soldato in convalescenza Hemingway. La mattina (scriveva agli amici), “lunghe passeggiate per vicoli pittoreschi, tra vecchie case dai muri in pietra semicoperti dalle buganvillee, per viali che si aprivano tra limoneti e aranceti, su per colline coperte dal verde scuro degli ulivi, davanti ad un mare dai colori cangianti, dall’azzurro al blu, al viola”; e la sera, fino a tarda notte, ad “ammirare lo spettacolo della baia di Naxos al chiaror della luna, con l’Etna fumante che la sovrastava, imponente e meraviglioso”. Sempre allegre le tavolate, una cucina dai sapori fortissimi, come e forse più di quelli che lo scrittore Hemingway esalterà poi nella sua Cuba. Con i famosi dolci di Taormina, per la cui preparazione il giornalista aspirante scrittore Hemingway sarà poi in grado di fornire agli amici tutti gli ingredienti, ed i vini dell’Etna, “robusti e profumati” come piacevano al gran bevitore Hemingway, “con dentro il fuoco del vulcano e il sole di Sicilia”, che il padrone di casa produceva a Bronte e non vendeva (come facevano in Sicilia altri produttori di nobile casato), per destinarli esclusivamente alla famiglia, agli amici, agli ospiti. “Si parla anche di cucina e vini, nel racconto ambientato a Taormina”, scrive il giornalista Gaetano Saglimbeni nella sesta edizione del libro dedicato alla sua città (“Taormina: la storia, i peccati, i grandi amori”, euro 16). “E di un duello alla pistola per i begli occhi di una donna che avrebbe avuto come teatro il giardino di un ristorante, protagonisti un capitano mercenario americano dalla vita avventurosa, uscito vincitore da tante sanguinosissime battaglie in vari continenti, ed un pilota della aviazione militare italiana, molto più giovane di lui, che si era particolarmente distinto nella prima guerra mondiale. E’ lo stesso capitano a raccontarlo, in un bar di Chicago, ad un gruppetto di suoi colleghi, orgoglioso di essersi battuto anche in duello per motivi d’onore, per difendere la dignità propria e quella della donna con la quale cenava in un ristorante. Una ammaliante siciliana dagli occhi scuri e dalle labbra rosse carnose, che aveva conosciuto in treno viaggiando da Roma a Taormina (la signora era salita alla stazione di Messina) ed aveva subito invitato a cena, lo stesso giorno dell’arrivo in Sicilia. Una cena romantica, naturalmente, a lume di candela”. Seduto con amici al tavolo accanto, c’era un pilota di aerei militari dal fascino irresistibile, conquistatore incallito e sfrontato, pronto a guastare con qualsiasi pretesto quell’incontro galante. Uno sguardo di troppo per la bella signora, un complimento al limite della impudenza, con la inevitabile reazione del suo accompagnatore, al quale l’intruso rispose spavaldamente con una sfida a duello, prontamente accettata dal capitano.

E lo scontro avvenne di lì a poco nel giardino dello stesso ristorante, sotto gli occhi della signora in lacrime e con uno dei camerieri chiamato a scandire ”l’un, due, tre” per la repentina giravolta dei due contendenti e l’apertura del fuoco con le pistole. Stando al racconto del capitano, il pilota non attese il ”tre” per voltarsi e sparare, ma fallì il bersaglio, ed il capitano, sparando subito dopo, lo colpì (solo alla mano, per fortuna). Avveniva anche questo, per colpa di ospiti in vena di bravate, nella quieta Taormina di quegli anni. Un racconto breve, che occupa appena cinque pagine e mezza del libro di Griffin, ma con un fascino che non è soltanto quello del lavoro di esordio di un futuro premio Nobel per la letteratura. “E’ importante, questo racconto breve”, dice Mimi Reisel Gladstein, attenta studiosa dell’opera hemingwaiana, “perché anticipa lo stile narrativo, i caratteri dei personaggi ed in parte anche le linee tematiche dei suoi migliori romanzi”.

“Giudizio da condividere in pieno”, aggiunge Saglimbeni. “Spiace soltanto che queste pagine taorminesi del grande Hemingway, scritte tra la fine del 1918 ed il 1919 e pubblicate 68 anni dopo, non siano state mai tradotte in italiano e (ciò che è ancora più grave) nelle nostre librerie non esistano neppure in lingua inglese”.

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