La prostituzione allontana dalla relazione autentica uomo e donna, nega la dimensione della reciprocità, dello sguardo d’amore che si instaura in un rapporto autentico. Nell’Antico Testamento numerosi versetti la condannano ma puniscono anche chi la favorisce

l’eterno dibattito sulla prostituzione

Nella Bibbia la prostituzione è dichiaratamente condannata perché è considerata come un sovvertimento della legge divina e un abuso della sessualità, che dovrebbe essere vissuta secondo il progetto di Dio, il quale prescrive all’uomo e alla donna di diventare una carne sola e d’amarsi in un rapporto di coppia. Prostituirsi significa quindi violare la Legge consegnata a Mosè che norma gli atteggiamenti con Dio, con se stessi e con il prossimo.

Chi lo fa si oppone alla Legge perché a rapporti gratuiti di fratellanza e figliolanza sostituisce rapporti di scambio, dove la persona si vende, si mercifica e si prostra davanti a un altro, facendolo padrone, idolo, gestore del proprio corpo per un compenso che consiste spesso in grano e vino. La prostituzione allontana dalla relazione autentica tra uomo e donna, nega la dimensione della reciprocità, dello sguardo d’amore che si instaura in un rapporto autentico. Sono numerosi i versetti che nell’Antico Testamento la condannano e puniscono con pene severe anche chi la favorisce.

Era prevista la lapidazione, sanzione che spettava a tutti gli atti riconosciuti come infami nella casa di Israele, perché disonoranti e non rispettosi della legge di Dio e del prossimo. È nota la severità di Israele in fatto di pene!La Bibbia condanna anche quelle forme di prostituzione sacra accettate e riconosciute dalle religioni pagane. Pertanto, non è lecito prostituirsi, nemmeno per sacrificio e per amore di Dio: “Non vi sarà alcuna donna dedita alla prostituzione sacra tra le figlie d’Israele, né vi sarà alcun uomo dedito alla prostituzione sacra tra i figli d’Israele” (Deuteronomio 23,18).

La prostituzione è idolatriaNonostante questa condanna, le prostitute avevano comunque un ruolo sociale ben definito, tanto che la Bibbia parla spesso di loro e degli uomini che le cercano. La presenza di tale realtà risulta ancora più evidente se si considera che non è semplicemente la prostituta che viene condannata, ma anche colui che permette tale fenomeno e che fa prostituire o che va con le prostitute. Da qui il monito del Levitico (19,29): “Non profanare tua figlia, prostituendola, perché il Paese non si dia alla prostituzione e non si riempia di infamie”. Il cattivo comportamento di una donna, quindi, è un danno per tutti, perché viene a rompersi l’armonia di rapporti gratuiti e di reciprocità. Ancora più chiaro è il libro del Siracide (14,12) dove si parla della prostituzione come corruzione della vita: “L’invenzione degli idoli fu l’inizio della prostituzione, la loro scoperta portò la corruzione nella vita”. Gli idoli che sono all’origine della prostituzione hanno però rapida fine, perché vanno contro la natura, contro la vita, contro l’uomo.

Nei libri profetici si trovano numerose invettive di Dio contro Gerusalemme che si è data alla “prostituzione”. Questa diventa, così, un simbolo, un indicatore per eccellenza della condizione di Israele. “Come mai è diventata una prostituta la città fedele?”. È la domanda di Isaia (1,21), o meglio, la domanda di Dio messa sulla sua bocca. Ed è una questione chiave che contrappone la prostituzione alla fedeltà, all’elezione di una relazione. Quando il popolo di Israele non custodisce più la sua elezione come dono, si dà agli idoli e cerca sicurezze altrove, quando non sa fare memoria della sua storia di salvezza, allora è diventato per Isaia, e così anche per Geremia, come una prostituta che si dà senza vivere la relazione, come una donna che si vende al primo passante che incontra.Gomer, la moglie di Osea“Va’, prenditi in moglie una prostituta e abbi figli di prostituzione, poiché il Paese non fa che prostituirsi allontanandosi dal Signore”, questo è l’invito che il profeta Osea si sente rivolgere dal suo Dio (1,2).

La cosa sconcerta sempre a un primo impatto. Dio che ordina di sposare una prostituta? Dio comanda a Osea di sposarsi con una prostituta proprio perché Israele, il popolo eletto di Dio, da lui tanto amato, si sta prostituendo e sta mancando nella sua fedeltà. Così lo sposalizio tra Osea e Gomer, la prostituta, simboleggia il matrimonio corrotto tra Dio e il suo popolo che concede il suo culto ad altri idoli e vive superficialmente non manifestando più fedeltà all’Alleanza. Quale sarà però il risultato del matrimonio tra il profeta, simbolo di colui che ascolta e parla apertamente mantenendo fedeltà al suo Dio, e Gomer, simbolo dell’infedeltà e della chiusura? Il risultato di tale non-relazione sono due figli, di nome Non-amata e Non-mio-popolo. I figli di prostituzione non possono essere amati, perché non sono nati da un rapporto d’amore.

Ma proprio per questo il profeta deve trasformare la sua compagna da una prostituta a un oggetto d’amore: “Si tolga dalla faccia i segni delle sue prostituzioni e i segni del suo adulterio dal suo petto”, ordina Osea (2,4-5), “altrimenti la spoglierò tutta nuda e la renderò come quando nacque e la ridurrò a un deserto, come una terra arida, e la farò morire di sete”. Questi versetti hanno un significato centrale: sono, in realtà, pieni di amore, perché il Profeta, dopo aver eseguito gli ordini del Signore, si rende conto che la sua prostituta non può che generare non-amati, perché, prima ancora dei suoi figli, è lei stessa la non-amata. La relazione che libera la prostituta è il risultato di un rapporto che la pone nella condizione di “neonata”.

Solo tornando fragile, bisognosa e recettiva come una bambina, potrà liberarsi dalla prostituzione. Dovrà uscire dal mondo delle sicurezze, dalla ricerca dei doni della prostituzione per un dono più grande, quello della relazione. La rabbia del marito-Dio è feroce verso la sua sposa-Israele.

Dio non accetta l’essere considerato solo come padrone e che la sua donna-Israele corra tra le false sicurezze di tanti amanti: “In quel giorno mi chiamerai: ‘Marito mio’, e non mi chiamerai più: ‘Mio padrone’. Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore. E avverrà in quel giorno – oracolo del Signore – io risponderò al cielo ed esso risponderà alla terra; la terra risponderà con il grano, il vino nuovo e l’olio e questi risponderanno a Israele. Io li seminerò di nuovo per me nel Paese e amerò Non-amata; e a Non-mio-popolo dirò: ‘Popolo mio’, ed egli mi dirà: ‘Mio Dio’” (Osea 2,18.21-25). Sono parole di una dichiarazione d’amore. Alla prostituzione si oppone il desiderio di un’alleanza, di un continuo riconoscimento di sé e dell’altro, alla fuga, alla precarietà si contrappone la fedeltà.

Ai linguaggi della prostituzione dove tutto è sfuggente, si contrappongono linguaggi di radicalità, totalità, parole di relazione. Alla negazione si contrappone un chiamare per nome, un riconoscere, tanto che i figli cambieranno nome in Amata e Popolo mio. E, a sua volta, sentendosi riconosciuto, Popolo mio potrà chiamare per nome il suo Dio, ascoltarlo e lasciarsi guidare da colui che è suo sposo, per sempre, e non padrone, non dominatore senza pietà. È la promessa di una nuova alleanza.La relazione salvifica promessa da Dio nell’Antico Testamento tramite Isaia, Osea, Ezechiele trova compimento nel Nuovo. Una delle frasi più lapidarie e sconvolgenti del Vangelo riguarda proprio le prostitute: “I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio” (Matteo 21,31).

Perché proprio loro che negano la relazione, che sono stigmatizzati come infedeli, instabili, venditori di se stessi ci precederanno in Paradiso? Perché le prostitutePerché non hanno nulla da perdere, perché la loro sete d’amore va oltre, perché non-amate, spesso mercificate. Lo spiega bene Gesù nei due versetti successivi: “È venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli” (Matteo 21,32).Leggendo questi versetti sembra che la provocazione consista proprio nel ribaltamento dello stato di cose: chi sembra perduto trova la salvezza. È difficile afferrare il senso di questo messaggio a partire da categorie razionali.Probabilmente ciò risultava ancora più difficile al popolo ebraico che conosceva a memoria le leggi scritte nel testo sacro. Un’affermazione come quella di Gesù non poteva che creare scandalo. E così fu!Questa dichiarazione evangelica oppone alla norma regolativa la legge dell’amore. Gesù conosce il cuore delle prostitute e dei pubblicani che lo ascolteranno.

Sa che chi non ha nulla da perdere, come la prostituta, non si difende, non respinge la novità e, soprattutto, non teme di dover cambiare rotta, è totalmente libero. Nel Vangelo non rappresenta un modello di vita, ma un esempio da imitare: diventa “metafora” di conversione. La libertà che caratterizza la prostituta nel vendersi, nel darsi a chiunque chieda il suo corpo vale anche per un’apertura a un’altra libertà, nuova e diversa.Vivere secondo il Vangelo, infatti, non è adeguarsi a formalismi, norme, precetti, ma aprirsi alla relazione, prendere consapevolezza della propria condizione per poter cambiare. La prostituta sa di essere tale e conosce il vuoto che caratterizza la sua vita affettiva.

Per questo, quando le viene proposto un cambio di rotta non si tira indietro. Simbolo di colei che vive nella non-relazione, la prostituta è colei che per prima può riscattarsi, perché non si sottrae all’altro che le viene incontro, che la chiama per nome, che le porta una nuova notizia. Chi non ha nulla da perdere e non è mosso da istinti di autoconservazione, ha una disposizione in più a imparare il linguaggio della radicalità, che alla fuga contrappone la fedeltà, al silenzio la parola, alla negazione dell’altro il riconoscimento.

Per questo le prostitute sembrano avere maggiori chances di salvezza rispetto alle altre donne; al momento giusto sanno riorientare il loro sguardo, sono libere dall’adeguamento a norme superflue e pronte a riconoscere un amore radicale.

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