L’inferno del manicomio criminale di Barcellona dovrebbe chiudere il 31 marzo: al momento però non ci sono le strutture dove ricoverare i degenti

l’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Barcellona

Un’inchiesta de “Il Messaggero” riaccende i riflettori sui manicomi criminali: i “lager” ormai prossimi alla chiusura

Saful Islam è minuscolo, sottile, mingherlino, è un bimbo di 22 anni con la pelle d’ambra. Chissà dove ha trovato l’energia per fare a pezzi col coltello il suo ”principe”, il senatore Ludovico Corrao, il leggendario artefice della rinascita di Gibellina, di cui era badante, figlioccio, chissà cosa. Nel carcere di Marsala ha tentato di uccidersi sbattendo la testa contro le inferriate; nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto tenta di sopravvivere galleggiando alla deriva di un spazio vuoto. Si sfila dalla tasca ritagli di giornale sulla legge che dispone la chiusura degli Opg entro il 31 marzo, li mostra al ministro Paola Severino con l’ansia di chi vuol metterla al corrente, «ecco, vede, c’è scritto che bisogna chiuderli, io voglio essere curato, non voglio stare qui». Lei lo ascolta, lo guarda con tenerezza, rilascia una carezza della voce: «Sì, hai ragione».

Lei è un ministro della Giustizia, ed è una mamma, ed è una nonna, e ascolta tutti, e chiede di vedere «le cose più brutte», e ce l’ha scritto negli occhi quel che pensa, quel che è venuta a dire qui. Che hanno ragione tutti, in questo deposito della follia, dove 219 uomini si spengono da vivi nel tempo immobile del nulla, «perché la detenzione non è il percorso giusto per chi ha bisogno di essere curato, e dunque questo edificio verrà riconvertito in un penitenziario, ed i malati verranno trasferiti in adeguate strutture ospedaliere». Via tutti. Hanno ragione. Devono andar via da qui.

Ha ragione Andrea, che nessuno è in grado di soccorrere, mentre grida contro il muro delle sue ossessioni, con energie vocali innaturali, per rovesciare rabbia contro i suoi ricordi, il suo destino, l’omicidio che un fantasma interiore ha commesso al posto suo. E ha ragione Nicola, gigante stanco, triste, intorpidito, a dire che qui non riesce a emanciparsi dai suoi incubi: «Ho ucciso Satana, e dopo, per la felicità, ho ucciso anche mia madre, ma non volevo, nessuno mi capisce». Farmaci, solo farmaci, che rendono opachi suoi pensieri, che rallentano il ritmo delle sue parole. Farmaci e basta, da mettere via per tentare il suicidio, qualche volta. Farmaci per questi uomini che stanno ammucchiati nelle celle del palazzo liberty dell’Opg, al quale è stato fatto un maquillage dopo il sequestro disposto dalla commissione di Ignazio Marino. Sembra sinistramente accogliente, adesso. Quasi non sembra ciò che è, un contenitore di ostaggi di menti disturbate, intrappolati in un circolo vizioso: nessuna cura, nessuna guarigione, nessuna possibilità di uscire, di riacquistare l’identità di esseri umani.

«Questa è una pattumiera umana, una discarica sociale, lo dice persino il direttore», assicura don Pippo Insana, il cappellano. Sgrana sequenze di risse e di violenze, disegna sagome di uomini disperati, annientati, abbrutiti dall’inerzia. «Abbandonati nella solitudine, nella promiscuità, buttati a letto tutto il giorno, cinque per cella senza uno sgabello, nell’assenza di psicoterapie e di attività socializzanti, per mancanza di personale».

E allora hanno ragione pure i sanitari che non ce la fanno. «E’ molto dura», ammette Nunziante Rosania, ultimo dei direttori medici ”alienisti”. Tra poco cambierà mestiere, come i cinque colleghi che dirigono gli altri Opg in chiusura. Tornerà a essere medico e basta, non più custode di un inferno. Tra poco i dannati torneranno ad essere pazienti. Chi si prenderà cura di loro? La palla passa in mano alle Regioni. «Alcuni sono pericolosi, spero che trovino strutture in grado di garantire i cittadini», scuote la testa un agente. Lui ha visto di tutto, a Barcellona. Non può sapere, però, cosa succede rovesciando la follia.

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