Il ministro Elsa Fornero: “la crisi frena la riforma. Al Sud la gente punta ancora ad avere il posto fisso, ma quando arriveranno i tagli come la metteranno?”

Elsa Fornero

 

Nuove dichiarazioni destinate a fari discutere del ministro Elsa Fornero. Le ha rilasciate in un’intervista al quotidiano “Il Mattino”.

Ministro Fornero, da Bankitalia alla Cisl i dati confermano che il lavoro è diventato una vera emergenza nazionale: se l’aspettava, lei che con la riforma ha puntato a stabilizzare il mercato del lavoro per favorire i giovani? «Il lavoro sta vivendo in Italia da alcuni anni una vera e propria crisi strutturale, non un semplice indebolimento a carattere ciclico. Non si tratta, del resto, di un fenomeno soltanto italiano anche se da noi si presenta con particolare gravità. Naturalmente la natura internazionale del problema non ci consola affatto: ci deve anzi impegnare ad agire a tutto campo, affrontando prima di tutto la questione a livello di Unione europea».

Sta pensando a iniziative comunitarie?
«Come ministro del Lavoro, insieme alla collega tedesca Ursula von der Leyden, abbiamo scritto al commissario europeo alle politiche sociali Laszlo Andor perché la Commissione faccia di tutto per mettere al centro della sua agenda l’occupazione. È questo il vero problema: ora che sotto il profilo finanziario l’Eurpa e l’Italia possono sentirsi meno in affanno (e questo ovviamente non vuol dire ritornare alle vecchie politiche di disavanzo) dobbiamo prendere di petto la questione, sia sul versante occupazionale sia su quello della produzione di reddito».

Ma le prospettive della sua riforma del Lavoro non sembrano così rosee: persino il premier Monti si è detto disponibile, se toccasse a lui governare ancora, a rivederne alcune parti…
«Ho sempre detto, e lo ripeto con estrema pacatezza, che la riforma del mercato del lavoro non è un testo pietrificato e immutabile. Offre molti spunti positivi che vanno sperimentati, applicati, migliorati. I comportamenti non si cambiano con il tratto di penna che modifica una norma. La riforma è una risposta necessaria, non sufficiente, a risolvere i problemi del lavoro. Perchè possa andare a regime, serve un quadro macroeconomico di crescita stabile che oggi manca in Italia e in gran parte d’Europa».

Vuol dire che è inutile attendersi a breve termine risposte positive dalla sua riforma?
«Come tutte le riforme strutturali, anche questa – nata da un’attenta analisi del mercato del lavoro, senza dogmatismi e pregiudiziali economiche, e sulla base di un ampio confronto con le parti sociali e in Parlamento, non può essere giudicata in tempi. Non mi risento affatto se qualcuno dice che il lavoro iniziato dalla riforma dovrà continuare proprio perché non è una riformetta».

Eppure, insisto, l’ipotesi di mettere mano alla riforma non è un’invenzione dei giornali.
«Occorre fare la tara di una campagna elettorale piuttosto grossolana ma un ministro ha il dovere di essere positivo: non posso pensare che manchi il senso di responsabilità che impone a chi vuole governare il Paese di avere un atteggiamento costruttivo. Non è possibile la restaurazione del passato, occorre far crescere il Paese, dare prospettive ai giovani, migliorare la situazione delle donne. Altrimenti la tenuta dell’Italia e la sua posizione nel contesto internazionale sarebbero a rischio».

A che punto è, allora, il monitoraggio? Come si è organizzata per capire se la riforma funziona o no? E quando conosceremo i primi risultati?
«Una prima iniziativa, in collaborazione con la mia collega tedesca al Welfare, ha portato alla costituzione di un gruppo di lavoro che ci consentirà di trarre vantaggio dall’esperienza della riforma del mercato del lavoro in Germania. Sono state previste due fasi, una di monitoraggio e una di valutazione vera e propria, i primi risultati ci saranno a fine mese. Ci siamo inoltre focalizzati sulla necessità di mettere in comunicazione tra di loro banche dati di vari settori che finora non hanno mai interagito tra di loro, ognuna gelosa custode delle proprie competenze. Il monitoraggio è affidato all’Isfol, l’Istituto di ricerca del ministero del Lavoro, con il coinvolgimento del ministero stesso e di collaboratori esterni, a titolo ovviamente gratuito. Poi seguirà una valutazione più scientifica, con modelli econometrici, che cercherà di isolare l’effetto delle singole norme per capire se funzionano o meno. È lo stesso metodo seguito in Germania, dove la riforma del Lavoro targata Schroeder ha iniziato a produrre ricadute positive due anni dopo la sua entrata in vigore, e ha fatto scendere la disoccupazione al 6%».

Che risultati può anticipare in questa fase?
«Il quadro del monitoraggio è per così dire ”misto”. Siamo partiti dai contratti su cui la riforma incide parecchio e ciò che vediamo, ma che non ha ancora carattere sistemico, è che in molti casi i contratti a progetto e le collaborazioni sono stati trasformati in contratti a tempo determinato o indeterminato. In altri casi invece il rapporto è stato risolto ma questo è certamente dovuto al pessimo quadro economico: se un’impresa non ha domanda, il lavoratore lo lascia a casa non perché c’è la riforma Fornero ma perché mancano commesse».

Ma aveva senso una riforma così impegnativa senza il contemporaneo abbassamento della pressione fiscale sul lavoro e sulle imprese?
«Noi siamo stati chiamati come governo tecnico a fronteggiare una crisi finanziaria gravissima. Certo, concordo anch’io che se avessimo potuto anche alleggerire il peso fiscale insieme alla riforme oggi saremmo in una condizione migliore. Ma, se permette, non affidiamoci alle valutazioni a volte miopi o parziali di chi giudica la riforma solo dal suo osservatorio particolare».

A cosa si riferisce, esattamente?
«Sono stati lanciati segnali d’allarme per la diminuzione delle partite Iva e si imputava anche questo alla riforma. Ma come? Fino a pochissimo tempo fa ci si lamentava perché erano troppe e proprio l’eccessiva loro diffusione era uno dei segni distintivi del cattivo funzionamento del mercato del lavoro in Italia. Se qualche imprenditore si è convinto ad assumere qualche dipendente prima in partita Iva, dobbiamo rallegrarci, non preoccuparci. Le cito il caso dei promotori di vendite, circa 150mila in tutta Italia, 130mila dei quali a seguito di una trattativa e della firma di un accordo, saranno con contratti a tempo indeterminato. Hanno rinunciato alla 14esima e ad altre indennità ma alla fine hanno ottenuto, con il sostegno del sindacato, la stabilizzazione del posto di lavoro».

Eppure la resistenza delle imprese alla sua riforma, crisi a parte, sembra un dato di fatto.
«Io insisto sul fatto che la stabilizzazione è importante anche per le imprese perché il lavoro precario non aiuta la produttività, che in Italia non cresce o addirittura cala da circa 15 anni. Deve essere molto chiaro che o ci avviamo verso un mercato del lavoro più favorevole sia al lavoratore sia all’impresa, con meccanismi di formazione basati sull’apprendistato e anche sull’uso più flessibile della forza lavoro (penso all’introduzione di elementi specifici di produttività nei contratti aziendali), oppure continueremo a tenere inchiodate le imprese a bassi livelli di produttività e competitività. E quindi il Paese sarà condannato all’impoverimento».

Proprio sull’apprendistato però arrivano dubbi: c’è chi dice che è meglio mantenere gli stage in azienda, costano poco e durano meno…
«La produttività stagnante è figlia anche di queste pratiche. Credo nell’apprendistato perché con le sue alternative la produttività non è cresciuta e il capitale umano e professionale dei lavoratori non si è formato a sufficienza. La distanza tra formazione scolastica e mondo del lavoro dev’essere ridotta e come ho detto a Napoli a dicembre devono essere ridotti gli abbandoni scolastici. Ai giovani che non amano la scuola dovrebbe essere offerta la possibilità di apprendere un mestiere, un’arte, una professione. Che ritrovassero la voglia di partecipare. L’apprendistato è la premessa per creare non solo relazioni di lavoro più stabili all’ingresso ma anche più produttive».

Addio tirocini, allora?
«No. Nella prossima conferenza unificata Stato-Regioni avremo le linee guida sui tirocini e mi auguro che le Regioni le seguiranno in modo uniforme. Ma lo stage non potrà mai essere un surrogato dell’apprendistato, ha una valenza formativa diversa».

Un’indagine Adecco segnala che la maggioranza delle donne continua a essere penalizzata dal lavoro e che nemmeno la sua riforma riesce a mettere un argine a questo fenomeno: delusa?
«Il problema è sempre quello della cappa recessiva sotto la quale ci troviamo. La stabilizzazione all’ingresso è stata pensata soprattutto per aiutare le donne che da sempre sono le più penalizzate nel mercato del lavoro. In un clima economico così difficile, però, in cui non si assume o non si rinnovano i contratti, finiscono ancora per subire una vecchia e brutta mentalità, un retaggio culturale: si favorisce sempre il capofamiglia maschio quando c’è da tagliare posti di lavoro».

L’introduzione dei voucher per le lavoratrici madri è stata una novità ma le risorse sono subito sembrate poche…
«Ha ragione. Ma il ministero del Lavoro non poteva gestire che quelle risorse e spesso i suoi fondi sono presi da altri. Ho dovuto faticare molto per trattenere quelli destinati alla copertura della cassa integrazione in deroga».

E c’è riuscita?
«Sì. Per il 2013 ci sono 1,8 miliardi che dovrebbero essere sufficienti sempre a patto che lo scenario economico non peggiori. Nel 2012 se i conti sono saltati è perché alcune Regioni hanno sforato».

Nel Sud il presidente di Confindustria, Squinzi, ritiene che la ripresa passi per il rilancio dell’industria: a condizione che abbia le stesse condizioni di sviluppo del Nord. Che ne pensa?
«Non sbaglia anche perché tutte le ricette che sono state sperimentate nei decenni passati, parlo di misure ad hoc per il Sud, non mi pare abbiano dato buoni risultati. Ogni volta che vado nel Mezzogiorno mi chiedo però perché non si possono percorrere anche lì strade che si sono mostrate virtuose altrove? Penso alle cooperative che funzionano benissimo in tante regioni, creando posti di lavoro e assicurando assoluti livelli di competitività. Perché non sviluppare la cooperazione nel turismo, nella cultura, nell’agricoltura che sono risorse peculiari del Mezzogiorno?».

Già, perché?
«Quando ne ho parlato a Reggio Calabria ad una platea di giovani mi sono sentita rispondere che al Sud manca la cultura della cooperazione. E alla fine l’aspirazione dei più era ottenere un posto pubblico fisso, soprattutto nelle Forze armate, perché a loro giudizio è la strada più concreta. Ma quando arriveranno i tagli anche in quel settore, come la metteranno?».

Delusa più da Squinzi che parlava di riforma-boiata o dalla Camusso che non ha firmato l’accordo sulla produttività?
«Il mio rimpianto è di non aver potuto seguire la strada del dialogo personale perché sono sicura che avrebbe portato a risultati migliori. Il confronto pubblico è indispensabile ma spesso non raggiunge gli obiettivi desiderati. Mi auguro che la durezza del confronto della campagna elettorale non faccia perdere di vista gli interessi generali del Paese».

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