L’empatia come presupposto della cura: il senso e il valore. L’esperienza del singolo per aprirsi all’altro

i segreti dell’empatia

Una riflessione sul rapporto tra empatia e cura, soffermandosi sul loro significato e sul loro valore indispensabile per poter condurre una vita dignitosa. In questo articolo empatia e cura vengono strettamente correlate tra loro, in quanto è impossibile concepire una forma di cura non empatica.

Le parole chiave sono: empatia, cura, riconoscimento, alterità, vigilanza.

1. Come premessa

[…]
E guarirai da tutte le malattie,
perché sei un essere speciale,
ed io, avrò cura di te.
[…]
Ti salverò da ogni malinconia,
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te …
Io sì, che avrò cura di te.

Sono queste alcune parole della famosa canzone di Franco Battiato dal titolo La Cura.
È una canzone ormai nota e conosciuta da molti, diventata di dominio popolare, tanto che digitando la parola “cura” è la prima pagina che viene indicata dalla maggior parte dei motori di ricerca.

Un verso in particolare, però, se letto attentamente, evidenzia bene la dinamica della cura: «perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te». È premessa indispensabile dell’aver cura, infatti, riconoscere l’altro, colui che si pone di fronte, come un “essere speciale”.

Rieccheggiano interiormente, quasi a contrasto, parole antiche, anche queste di dominio comune. Sono le parole di uno dei dialoghi più lontani nel tempo tra Dio e uomo, ma che, commentate e ricommentate, rimangono immagine e contrassegno, ancora oggi, di noncuranza, disinteresse e chiusura.

Nel Libro della Genesi (Gen 4, 9), primo libro della Bibbia, in cui emergono tutte le dinamiche del cuore dell’uomo, chiede il Signore a Caino: «Dov’è Abele, tuo fratello?», risponde Caino: «Non lo so. Sono forse io il guardiano di mio fratello?». La domanda di Dio a Caino è diretta, lo chiama in causa, gli chiede conto del fratello. La risposta di Caino, che a sua volta pone domanda al suo Dio, è altrettanto lineare, di immediata comprensione: che ho a che fare io con mio fratello? Vale a dire: perché devo prendermi cura di mio fratello?

La risposta della canzone di Battiato, e forse anche quella del Dio creatore, sarebbe: “perché è un essere speciale”. Da qui bisogna partire per concepire il legame tra empatia e cura. Senza riconoscimento dell’altro, del suo valore, diventa inutile ogni tentativo di farsi prossimi, di aver cura e di stabilire un rapporto empatico e di vigilanza nei confronti dell’altro.

2. Guardare negli occhi, incrociare gli sguardi

Edith Stein, una delle principali pensatrici che si sono soffermate con più attenzione sull’atto di empatia definisce non casualmente tale atto come un «rendersi conto», un riscontrare la situazione di ciò e di chi si pone di fronte, uno stare ad occhi aperti, vigilanti, pronti a farsi ‘toccare’, per utilizzare un’espressione tipicamente steiniana. Commentano bene tale dinamismo dell’atto di empatia Annarosa Buttarelli e Laura Boella, nel loro testo Per amore di altro:

La parola chiave nella descrizione dell’atto di empatia è «rendersi conto» (gewahren). Si tratta di un termine che fa parte dell’esperienza del mondo esterno in un senso si direbbe iniziale o dal lato del soggetto. […] Il «rendersi conto» cui fa riferimento Edith Stein è l’osservare, l’accorgersi di qualcosa che «affiorando d’un colpo davanti a me, mi si contrappone come oggetto (come le sofferenze che ‘leggo sul viso dell’altro’)». Dunque, c’è una sequenza, quasi simultanea, in cui l’altro/a e il suo dolore non sono immediatamente un evento che è lì, di fronte a me, ma si presentano nella forma dell’accadere di una rottura della continuità della mia esperienza.

Empatia, allora, significa essere pronti ad un evento di rottura, a uno spezzarsi della continuità dell’esperienza del singolo per aprirsi all’esperienza dell’altro.

Trattando e scrivendo di empatia si riportano spesso tanti esempi, spesso rifacendosi a frasi famose ed arcinote dei ‘pensatori dell’alterità’, ma poco alle esperienze vissute da chi, per primo, ha cercato di argomentare su questo complesso atto dell’uomo.

Ripercorrendo lo scritto autobiografico degli anni giovanili di Edith Stein, Dalla vita di una famiglia ebrea, mentre il lettore si trova concentrato a ricostruire gli anni di studio universitari, la stesura della tesi sul tema dell’empatia, ad un certo punto, nella narrazione si imbatte nella rottura esistenziale ed empatica vissuta da Edith Stein: sono gli anni della Prima Guerra Mondiale ed Edith Stein, studiosa, non può accettare di restare lontana dalle sofferenze di migliaia di uomini al fronte siano essi tedeschi, polacchi, slavi o di altra nazionalità e, interrompendo gli studi, decide di partire per prestare servizio come crocerossina all’ospedale militare di Weisskirchen.

Le pagine in cui Edith Stein, a ritroso, dopo anni, racconta della sua esperienza di crocerossina sono una delle più belle lezioni di empatia: c’è il travaglio dell’intellettuale costretta a fermare la sua attività per partecipazione al momento storico, c’è la compartecipazione attiva con le sofferenze fisiche dei malati, il trovarsi di fronte ai moribondi ed il prendersi cura instancabilmente di loro, innanzitutto, guardandoli negli occhi.

Empatia, allora, diventa un ‘sospendere’ la propria vita, e spesso anche il giudizio, per fermarsi a guardare l’altro, per entrare, con le proprie forze, nella sua situazione concreta, empatia è, innanzitutto, un atto in cui l’altro è riconosciuto nella sua dignità.

3. I modi dello sguardo e della cura

La parola ‘empatia’ è stata spesso fraintesa ed utilizzata in modo inappropriato, in modo da travisare, a propria volta, come conseguenza, anche i modi dello sguardo verso l’altro e spesso, ancora di più gli atteggiamenti di cura. La stessa Edith Stein, da buona fenomenologa ed intellettuale seria, in Il problema dell’empatia si impegna a circoscrivere la definizione di empatia. Questa, scrive la Stein, servendosi della ricchezza della lingua tedesca, non è co-sentire (Mit-fühlen), né una forma di immedesimazione completa e incondizionata nel vissuto dell’altro, non è simbiosi (Eins-fühlen), ma è Einfühlen, un atto complesso con cui si coglie l’altro nel suo modo unico e del tutto proprio, irripetibile, di essere.

Non è un atto semplice e sempre immediato, in quanto chiede capacità di ascolto e disposizione a cogliere l’alterità, proprio perché non significa immedesimazione incondizionata nel vissuto dell’altro, ma sforzo di farsi prossimo e di comprendere il vissuto, l’esperire e lo stare nel mondo di uno che si presenta nella sua specificità propria e, a noi, come alterità. Non a caso, insieme alla definizione di empatia, la Stein in Il problema dell’empatia si sofferma a definirne anche i possibili errori ed inganni, qualora tale atto dipenda unicamente dal punto di vista dell’osservatore e non decentri, ma autocentri chi osserva:

[…] se mentre empatizziamo ci basiamo sulla nostra costituzione individuale, anziché sul nostro tipo, in questo modo giungiamo a falsi risultati. Così succede se assegniamo ad un daltonico le nostre impressioni cromatiche, al bambino la nostra capacità giudizio, al selvaggio la nostra sensibilità estetica.

È un esempio semplice, ma che rende bene il concetto insito al termine empatia come atto che pone un Io di fronte a un Tu, colto come soggetto spirituale in cui ogni espressione, reazione e parola ha un senso preciso e singolare, non inglobabile secondo categorie predefinite e fisse. L’empatia fa orientare uno sguardo sulle singole persone in modo tale che queste, nonostante siano abitate da strutture comuni, siano colte sempre nella loro singolarità e complessità, non venendo mai semplificate, ridimensionate, inglobate ed incasellate secondo categorie predefinite e spesso stantie.

Empatia e cura: verso un nuovo sentire, verso orizzonti di possibilità

Empatia e cura aprono così ad orizzonti impensati, liberano dai pregiudizi e donano respiro. Sembrano appropriate, come conclusione di questo breve percorso, le ultime frasi di un capitolo di un libro di Emanuele Trevi, Musica distante, in cui lo scrittore si sofferma su storie di medici di fronte alle ferite dei loro malati. Ecco un’immagine della cura che pone le sue fondamenta sull’empatia, su quell’atto che consiste nel guardare l’altro oltre l’evidente e lo scontato, ma nelle profondità che lo abitano, scrutandone le cicatrici e le ferite e dando loro respiro:

La tua ferita è comprensibile, intende forse dire il medico. Ciò che allo sguardo del mondo può apparire come sigillo di un mistero ostile, dal quale volgere gli occhi più in fretta che si può, nella luce della carità si rivela un segno di riconoscimento, la garanzia di un’intimità fra uomini così stretta che la ferita non appartiene più a nessuno in particolare, è una condizione possibile per chiunque in ogni momento. La ferita indica così l’umanità soprattutto la prossimità del sofferente, che è semplicemente colui che patisce quel dolore unico e indivisibile che accomuna tutti i viventi, anche coloro che nemmeno ci fanno caso.

Ferite, feritoie di cura, di apertura di sguardi e orizzonti nuovi.

Rimangono aperte ancora delle domanda, fondamentali per lasciare spazio agli atteggiamenti di empatia e di cura in questo mondo: si può curare senza aver ricevuto primariamente cura delle proprie ferite? Viviamo in territori che danno ossigeno alle nostre ferite? E soprattutto siamo inseriti in contesti sociali e comunitari che non inglobano, non incasellano secondo categorie e sono liberi da pregiudizi?

Ma soprattutto: abbiamo coscienza di essere ‘esseri speciali’ l’uno per l’altro?

 

Bibliografia

L. Boella – A. Buttarelli, Per amore di altro. L’empatia a partire da Edith Stein
Raffaello Cortina, Milano 2000.

L. Boella, Sentire l’altro. Conoscere e praticare l’empatia
Raffaello Cortina, Milano 2006.

E. Stein, Il problema dell’empatia, Studium, Roma 1988.

E. Trevi, Musica distante.Meditazioni sulle virtù, Mondadori, Milano 1997.

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