Mandare lo sguardo oltre la siepe senza trascurare i fiori ai propri piedi. Intervista a Franco Barbato, anima insieme alla consorte della Galleria Arte Barbato di Scafati

Franco Barbato, Dario Solidoro, Vincenzo Pellegrino

Uno dei dilemmi che  angustia il già tormentato mondo dell’arte italiana è il rapporto tra gli artisti e le gallerie.

Le categorie si lamentano l’una dell’altra, ognuna con dinamiche diverse, e tutti sono convinti di essere nella ragione. Gli artisti alle volte credono che il semplice fatto di realizzare delle opere debba  garantirgli il diritto di esporle in modo che tutto il mondo possa godere delle proprie emozioni per elevarsi a chissà quale forma di spiritualità, mentre i galleristi sembrano aver perso il desiderio di operare in maniera rischiosa e intuitiva nel tentativo di scoprire qualche voce che realmente dica qualcosa di nuovo.

Rappresentando il panorama umano così ricco di sfumature, entrambe le categorie offrono grandi espressioni di competenza e professionalità e al contempo basse manifestazioni di approssimazione ed incapacità.

Ma non tutti si rendono conto che il sistema dell’arte di cui fanno parte, è molto più complesso di quanto sembra, e la sua essenza è complicata dall’asservimento totale al potere economico.

Il segreto?  Continuare  a fare il proprio lavoro con la massima serietà e professionalità.  Fino a che il gioco dura ci saranno sempre artisti degni di nota e gallerie che li vorranno ospitare.

La galleria Barbato di Scafati, una delle gallerie che sembra rispondere a questo proposito, si presenta da sola. Ed è tutta riassunta nello sguardo schietto e sorridente del suo titolare, e forse la sua apertura, la sua disponibilità  e il suo sguardo solare  rappresentano gli strumenti per la “performance” in cui si deve, a suo dire, cimentare il gallerista per completare l’opera dell’artista, cioè venderla. “ E più facile realizzare un quadro che venderlo al giorno d’oggi .”  E non so se da questa frase emerge più la sua competenza tecnica, perché in gioventù ha anche dipinto, o la sua straordinaria fiducia nella vendita. “ Siamo avvantaggiati dalla maniera in cui compriamo. Esclusivamente per passione e questo ci aiuta nel trasferire le nostre emozioni ai collezionisti.” Parla al plurale,  perché assieme a noi è seduta la moglie, che per una sorta di decoro tipicamente femminile non interviene quasi mai , ma si percepisce chiaramente dagli sguardi che si intrecciano, che lei è l’altra anima della galleria.

Vorrei partire dalla domanda da cento milioni di dollari che tutti si fanno. Che cosa è l’arte per voi ?

L’arte è una delle primordiali manifestazioni dell’uomo. Il desiderio irrefrenabile di esprimere i propri sentimenti. È come una pulsione che non finisce mai e che da sempre tende ad esorcizzare le umane paure e a riallacciare un rapporto diretto con il divino.

Come mai avete scelto di fare di fare i galleristi ?

È stata una scelta fatta quasi per caso. Siamo partiti come collezionisti, che amano l’arte in tutte le varie espressioni. E da veri collezionisti abbiamo acquistato sempre sull’onda di una spinta emotiva, mai pensando a rivendere o al mercato. Poi la galleria è nata quasi con il desiderio di essere molto vicino agli artisti e condividerne alcuni momenti. Mi è sempre piaciuto dialogare con loro e alle volte ci sono state delle interazioni che hanno portato dei frutti notevoli. È stato così nel caso di Faccincani, noto paesaggista  del colore, che in occasione della sua mostra, ha presentato anche alcune riflessioni sui nostri paesaggi. Un vero omaggio a Pompei. E questo contatto oltre che utile per avvicinare l’arte alla vita, credo sia un’ottima cosa per il territorio.

Un discreto numero di artisti nazionali ed internazionali,  Faccincani,  Nunziante, Kostabi etc. Come scegliete gli artisti?

Sempre su un onda di carattere emozionale. L’artista ci deve fondamentalmente piacere, non lo scegliamo quasi mai per il nome o per la sua potenzialità di vendita. Di fondo da sempre la nostra galleria si occupa di far crescere insieme a noi i collezionisti. Di farli diventare collezionisti maturi, persone in grado di scegliere in maniera autonoma. Un quadro funziona quando emoziona me. La galleria non vende uno spazio espositivo, l’artista deve solo essere nelle mie corde emotive. Solo così si riesce, insieme, a fare il lavoro di cui necessita ogni evento.

Leggo di tanti nomi affermati, diciamo di successo, ma c’è spazio anche per i nostri giovani?

Giovani certo, ma che guardino alla realtà del paese, che abbiano realmente una personalità, e delle cose da dire, e che innanzitutto ci appassioni, ci trasmetta delle emozioni. La galleria vuole essere una lente di ingrandimento per tutti gli eventi che si riferiscono al territorio. Debbono soprattutto imparare a non guardare subito troppo lontano, ma a crescere prima sulla loro terra. Mandare lo sguardo dei sogni oltre la siepe, guardando anche i fiori ai loro piedi

Esiste un’arte senza mercato, senza il cosiddetto sistema?

L’arte non esiste senza mercato, è da sempre così. Nasce l’esigenza di un uomo di esprimere se stesso ed insieme ad esso nasce l’esigenza di condividere e quindi il mercato si impone in maniera quasi naturale. È chiaro che l’arte in sè può esistere al di fuori del mercato, come esistono grandi giocatori fuori del mondo del calcio, ma uno che ha l’intenzione di vivere dell’arte, di essere un “professionista”, assolutamente non può vivere al di fuori del cosiddetto sistema.

E uno dei problemi dell’arte?

Ciò che complica le cose è la mancanza di regole, anche a livello di certificazioni. Oggi fare un quadro è alla portata di tutti. Ma anche un quadro di Picasso è nato per abbellire una parete; ciò che diventa fondamentale è la documentazione che lo accompagna,  la figura professionale del gallerista, e la lotta che insieme dovremmo fare alla nascita di fondazioni fantasma intorno alla figura di pseudo artisti, che tutto sono fuor che dei professionisti. Questo non vuol dire che un artista debba avere un titolo, ma almeno una onestà intellettuale di fondo. A parte il disastro della nostra classe politica, questo puoi dirlo a chiare lettere, che oltre a non aver capito che l’arte e la cultura possono essere una ricchezza per il paese, non sono in grado di regolarla. Ma questa è un po’ anche colpa nostra, che negli ultimi quaranta anni ci affidiamo ad una classe dirigente di incompetenti.

Parliamo spesso del territorio,  che  nel vostro caso,  a pochi passi da Pompei, racchiude millenni di arte e di storia ?  Cosa c’è da fare per migliorarlo.

A parte le responsabilità istituzionali di cui ho già detto, che lasciano crollare le mura della Pompei antica mentre centinaia di giovani archeologi e specialisti  cercano lavoro, credo che a noi non rimanga niente altro che lavorare, ognuno al meglio delle proprie possibilità. Competenza e passione. Le soddisfazioni arrivano da sole, sia economiche che morali. Quando abbiamo ospitato Kostabi per noi è stato un piacere sentirgli dire:

“Io non sapevo nemmeno dove era Scafati. Ora so che c’è una bella galleria d’arte”

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