Il dramma del Malì, il dovere di intervenire

Il Malì è un paese dell’Africa nordoccidentale di 1.248.000 kmq. Già colonia francese, come molte altre ottenne l’indipendenza nel 1960. Nel suo settore settentrionale, largamente desertico, movimenti secondo ogni verosimiglianza diretti da Al-Qaeda hanno di fatto messo sotto il proprio controllo un’area grande più della Francia. Qui vivono comunità seminomadi berbere Tuareg, a loro volta musulmane, ma difficilmente favorevoli a questa spinta dall’esterno. Essa è pienamente coerente con la nuova strategia del fondamentalismo islamico, che ha spostato in Africa il centro della sua lotta, peraltro ottenendo finanziamenti in armi, secondo alcune indiscrezioni, non solo dal Qatar, ma persino dalla Cina.

Il governo maliano (di cui fa parte Demba Traoré, segretario del Partito Radicale a vocazione transnazionale di Marco Pannella, che nel 2012 si trattenne a lungo in Italia per denunciare la situazione del suo paese) non è in grado da solo di difendere l’integrità dello Stato.

Il recentissimo intervento militare da parte dell’esercito francese a sostegno delle truppe governative tenta di arginare questa situazione. Un intervento che di primo acchito non può non apparire unilaterale, anche se appoggiato dall’ONU. Sono favorevole all’intervento del governo Hollande, indipendentemente dalle motivazioni di grandeur da paese ex-colonialista che gli possono star dietro, così come sono favorevole alla sua trasformazione in una missione internazionale coordinata, alla quale parteciperà verosimilmente anche l’Italia. E ciò vale per molte altre iniziative di peace-keeping (le si chiamino pure di guerra, la parola non deve spaventare, fa parte ineliminabile della storia umana e talvolta è necessaria), per quanto esse abbiano un tragico costo in vite umane.

Oggi (17 gennaio) si ha del resto la notizia della rapimento di quarantuno occidentali in un impianto petrolifero del sud-algerino rivendicato come rappresaglia da parte di un gruppo vicino al leader jihadista algerino Mokhtar Belmokhtar.

In questo quadro, capisco meno, però (e mi attendo che cambino), i toni soft della sinistra europea, di giornali come il Guardian, Libération, e anche di giornali della sinistra italiana. Mancano condanne nette. Chi si dice pacifista, sembra talvolta anche un po’ doppiopesista. Tanta indulgenza, o tanta disattenzione, si spiega perché qui si tratterebbe di attaccare duramente un governo socialista? Mi viene questo dubbio. O forse ci si è scoperti improvvisamente giustificazionisti rispetto alle più pesanti risposte degli stati che si trovano a combattere contro Al-Qaeda.

Già perché lo strano silenzio del pacifismo (almeno, mi pare) nei confronti degli eccidi perpetrati dalla Siria di Assad (con l’appoggio sappiamo bene di quali altri stati) nei confronti dell’esercito di liberazione nazionale è spesso l’altra faccia del principio che la sovranità nazionale sta al di sopra di tutto e dell’indimostrato circolante teorema che i ribelli in Siria sono largamente infiltrati, ormai anzi dominati, dai fondamentalisti islamici; al punto che c’è chi sostiene che tale guerra civile contro il dittatore, che ha portato a decine di migliaia di morti negli ultimissimi anni, sarebbe un tentativo di prendere il potere da parte di Al-Qaeda e di altre correnti dell’islamismo internazionale, con l’appoggio degli…. immancabili USA: dunque Assad in fondo opererebbe per il bene della patria e non solo. Il Manifesto, finalmente, oggi (17 gennaio 2013 La guerra in Mali per conto Terzi), rispetto alle ambiguità di larga parte della sinistra, si dimostra una felice e coerente eccezione, giacché scrive con accenti assai critici nei confronti della iniziativa di Hollande e del previsto sostegno italiano.

[dailymotion]http://www.dailymotion.com/video/xwtvd9_mali-esercito-francese-combatte-a-diabal_news?search_algo=2[/dailymotion]

© Riproduzione Riservata

Commenti