Tra gli imputati Dell’Utri, Mannino, Riina e Mori. Conclusa la requisitoria del pm. Fuori Provenzano 

Marcello Dell’Utri

L’atto finale era previsto: la richiesta di rinvio a giudizio per tutti gli imputati. Undici tra capimafia di rango, alti ufficiali del carabinieri e politici che avrebbero avuto un ruolo nella cosiddetta trattativa Stato-mafia. Resta fuori solo il boss Bernardo Provenzano che, dopo i dubbi dei periti sulla sua capacità di partecipare coscientemente all’udienza, segue una sorte processuale separata.

In tarda mattinata, al termine di un lunghissimo intervento cominciato ieri, il pm Nino Di Matteo presenta il conto. E chiede il processo per i padrini Totò Riina, Luca Bagarella, Nino Cina’ e Giovanni Brusca, per gli ex vertici del Ros Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, per il senatore Marcello Dell’Utri e l’ex ministro Calogero Mannino, tutti accusati di violenza o minaccia a Corpo politico dello Stato. Mannino, però, ha scelto la strada dell’abbreviato, quindi verrà giudicato separatamente: il gup stabilirà quando alle prossime udienze.

Il processo è stato chiesto anche per Massimo Ciancimino che risponde pure di concorso in associazione mafiosa e calunnia aggravata dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro e per l’ex ministro Nicola Mancino, accusato di falsa testimonianza.

L’atto finale della procura di Palermo giunge al termine della ricostruzione di quello che sarebbe accaduto negli anni delle stragi mafiose, quando pezzi dello Stato sarebbero scesi a patti con la mafia per fare fermare il sangue.

La seconda puntata andata in scena oggi nel bunker del carcere Pagliarelli parte dal ’93 quando entra in scena, al posto dell’ex sindaco mafioso Vito Ciancimino, Marcello Dell’Utri. Le bombe di Milano, Roma, Firenze, per i pm, servono a dare un’accelerazione alla trattativa già avviata nel ’92. E, secondo la Procura produssero qualche frutto: l’allentamento dei 41 bis, un segnale di disponibilità ad andare incontro ai desiderata di Cosa nostra.

La trattativa in questa fase sarebbe arrivata a toccare i più alti vertici istituzionali, dice il pm Di Matteo. Vengono sostituiti – sostiene la procura – ministri ritenuti troppo intransigenti come Claudio Martelli e Vincenzo Scotti, ecco Nicola Mancino al Viminale e Giovanni Conso alla Giustizia.

E in questo mix mafioso-istituzionale boss e pezzi dello Stato agiscono «in nome di una male intesa e perciò mai dichiarata ragione di Stato». Nel reato commesso dai padrini – la violenza a Corpo politico dello Stato perpetrata con le bombe – concorrerebbero, secondo i magistrati, l’allora capo della polizia Vincenzo Parisi, il vicedirettore del Dap Francesco Di Maggio (entrambi morti) che, «agendo entrambi in stretto rapporto operativo con l’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, contribuirono al deprecabile cedimento sul 41 bis». Si arriva così al 1994 quando, secondo il quadro ricostruito dalla Procura, la ricerca di Cosa nostra arriva al punto e il patto si salda. Il destinatario dell’ultima minaccia è il neopremier Silvio Berlusconi. Si sfiora la strage con il fallito attentato all’Olimpico: messaggio intimidatorio chiaro che a Berlusconi sarebbe stato portato da Dell’Utri. Poi arriva la pace. Si completò, in tal modo – secondo i pm – il lungo iter di una travagliata trattativa che trovò finalmente il suo approdo nelle garanzie assicurate dal duo Dell’Utri-Berlusconi.

Peccato che per i suoi rapporti con la mafia dopo il ’92 Dell’Utri sia stato assolto con sentenza ormai definitiva, ribattono i legali del senatore, Giuseppe Di Peri e Pietro Federico intervenuti dopo le parti civili.

Domani parleranno gli altri avvocati, mentre dopo le accuse dell’ex procuratore aggiunto Antonio Ingroia che denuncia che il pool che indagò sulla trattativa fu spiato, tornano ad accendersi le polemiche su un’inchiesta che fa molto discutere.

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