Piccola cronistoria dello sguardo femminile che aggiunge suggestioni al mondo dell’arte

Le donne dell’arte

Da moglie e musa dell’artista a nuova figura del panorama espressivo.

“All’arte non interessa se sei una donna o un uomo. Una cosa che devi avere è il talento e devi lavorare come un matto”. Alice Neel, pittrice americana scomparsa nel 1984, attestava con questa frase una parità che andava ben oltre le lotte che nei secoli la donna ha dovuto fare per affermare la semplice parità.

In realtà per lungo tempo l’universo femminile  non ha avuto la possibilità di pensare all’arte. Per il semplice fatto che, anche se le dinamiche e le metodiche interpretative moderne dell’arte e dell’estetica non possono essere applicate alla stessa maniera al passato, le applicazioni della famosa Τέχνη aristotelica, cioè la capacità di creare un oggetto,  è stato  da sempre un ambito espressivo dal colore maschile, anche  se lungo la storia ritroviamo spesso figure femminili.

La pittura stessa secondo la leggenda sarebbe stata inventata da una donna, la vergine Corinzia figlia di Butade di Sicione, tracciando sul muro l’ombra dell’amato che si allontanava. Ma nonostante la loro perizia artigianale e la loro sensibilità e bravura, citata da Plinio e poi ricordata da Boccaccio nel suo “De claris mulieribus”  nel 1300, esse vivevano la loro esperienza quasi sempre come mogli o figlie di artisti uomini già affermati. Quando dopo il 1500 con le sorelle Anguissola, cominciò a delinearsi la figura di un artefice donna, la loro personalità veniva  messa poco in risalto, perché spesso si dovevano limitare alla copia di temi già trattati. Gli veniva concessa libertà solo nel trattamento di temi floreali, di maniera o decorativi.  Lavinia fontana e Artemisia Gentileschi rappresentarono nel seicento le punte di un movimento che continuava ad essere circondato da riserve e pregiudizi  dato che non potevano prendere parte alle lezioni di nudo, né avere uno studio personale. L’evoluzione della donna artista, almeno in Italia, nei secoli successivi è andata di pari passo con l’evoluzione della sua figura nel sociale. Così come è stato difficile per le donne far valere le proprie potenzialità in tutti gli ambiti considerati maschili, esse si son dovute ritagliare con grande lavorio un posto nel mondo dell’arte.  Ma esiste un’arte al femminile?  E soprattutto aggiunge qualcosa il loro sguardo?

Escludendo l’arte femminista che, negli anni settanta, ha provato ad indagare il sociale da quello specifico punto di vista, credo che non si possa dire che l’arte abbia un sesso, perché non ho mai visto un’opera che facesse capire chiaramente se l’autore era un uomo o una donna, mentre il secondo interrogativo è da analizzare in maniera più profonda.

Per far ciò dobbiamo fare un passo indietro ed andare a qualche considerazione sulle reali differenze tra l’uomo e la donna. Siamo tutti d’accordo sulla parità nel rispetto delle rispettive peculiarità, ma anni di studi sociologici sono riusciti a farci arrivare alla conclusione che le differenze fisiche e psicologiche tra i due sessi di fondo non sono colmabili;  siamo diversi per fortuna, è proprio perché non esiste un sesso migliore, è la nostra complementarietà che rende grande l’umano. Aspetti maschili sono presenti nella donna e viceversa. La polarità maschile tende a perfezionare ed esperire le emozioni attraverso il corpo fisico e quello mentale, celebrando uno spirito di volontà e di potenza, mentre per le donne esiste una ciclicità che parte da uno sviluppato senso emotivo a giunge a quello spirituale, non disdegnando affatto il fisico ed il mentale, in cui infondono amore, sapienza e accoglienza. Per via di questa ciclicità che spesso la fa apparire lunatica allo sguardo maschile,  riesce a cogliere l’ampiezza delle sfumature, mentre gli uomini eccellono quando si concentrano su un punto.

Gli artisti delle due polarità tornano comunque bambini. Nel senso che è proprio in quella dimensione  di meraviglia e curiosità,  intrisa  dell’ innocenza che  caratterizza il fanciullo, gli artisti riescono a leggere ed interpretare tutto in maniera leggera. Da questo punto di vista forse l’arte ha anche un sesso. Ma è proprio il sesso percepito dai bambini,  un erotismo pieno di una passionale  purezza e  di una bellezza assoluta.

Negli anni  le Guerrilla Girls iniziarono  a scardinare con convinzione il monopolio degli uomini, e poi a seguire un mare di artiste che sembrano aver, se non cambiato radicalmente, almeno allargato e amplificato il punto di vista dell’arte. Fare una rassegna in poche righe sarebbe difficile e improponibile e oltretutto il panorama italiano, e specialmente il nostro territorio non offre per il momento, tranne l’italianissima Vanessa Beecroft, molte figure che possano dialogare con personaggi come Jenny Saville, Marina abramovic, Lynda Benglis, Cindy Sherman, o Rebecca Horn. Tutte comunque sembrano, con grande consapevolezza, e armate di una grande dose di autoironia, tendere a disinnescare l’idea di donna, che negli anni è stata costruita, e i clichè sul loro corpo, portando avanti ricerche che vanno dalle riflessioni sui luoghi comuni della società moderna alla lotta agli stereotipi della donna immagine, dalle riflessioni sullo sguardo con le sue interazioni tra il fruitore e l’opera d’arte, allo scompaginamento di tutte le regole  “ufficiali” del sistema. Quasi come sintesi di questo spirito rimane ancora, chiaro  punto di svolta, l’opera di Carolee  Schneemann che già nel 75 con “interior scroll” riuscì  superare la distanza emotiva e partecipativa di chi guardava le sue performance.  In quella circostanza nuda su un tavolo, con il corpo dipinto con il fango leggeva un componimento poetico scritto su un sottile rotolo di carta, dopo averlo estratto dalla propria vagina. Riaffermava con veemenza l’erotismo arcaico del corpo e la sua libertà universale, considerando il corpo e la sessualità femminile  un clamoroso “rimosso” sociale, fonte di potere generativo e creativo che l’uomo teme,  perché antagonista del patriarcato istituito da millenni. Prova così a riappropriarsi dell’energia sepolta sotto secoli di tabù e di paure. Una femminilità che va al di là di ogni femminismo, lasciando intatto il codice emotivo della bellezza e  della sensibilità.

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