Nel romanzo di Antonio Raciti un viaggio nei luoghi antichissimi della spiritualità, compiuto dall’autore nei monasteri di Sichuan e Tibet. Il percorso che parte da noi stessi e arriva all’eden che ristora mente e anima

la copertina di “Dharma”

Una passione, quella per i viaggi, coltivata da sempre. La voglia di raccontare le tradizioni, i luoghi e gli usi attraverso pagine di libri che diventano memoria. Descrizioni particolareggiate e a tratti incantevoli. Questo e molto di più è il contenuto dell’ultimo libro di Antonio Raciti.

Un viaggiatore che racconta nei suoi libri i pellegrinaggi e le città che visita proprio per lasciare traccia di spettacoli tanto belli da essere immortalati nelle fotografie e raccontate dalle pagine dei libri.

Il tour narrato nelle singole fasi, il mostrare le usanze di un popolo totalmente distante dalla nostra civiltà e il restare meravigliati davanti ad un vero spettacolo di ombre cinesi. Tutto questo è “Dharma”, il romanzo del catanese Antonio Raciti che ha accettato di raccontarsi su Blogtaormina.

Nel libro racconti cha hai iniziato a viaggiare grazie a tuo padre. Che ricordo hai di quei viaggi?

Nonostante organizzasse tutto nei minimi dettagli lasciava sempre uno spazio per nuove scoperte. Diceva: “L’obiettivo è quello, ma diamoci la possibilità di cambiare programma.” Mi insegnava a orientarmi a trovare sempre la strada. Diceva: “Segnati un punto di riferimento”. Da piccino pensavo di segnalare un auto e lui mi rispondeva: “devono essere punti che non si spostano. Se prendi un albero può facilmente essere tagliato.” Definiva l’alba “l’inno alla natura”. Era appassionato dei panorami, seguiva l’altimetria dei luoghi per cercare un punto panoramico da cui osservare.

Quali paesi hai visitato fino ad oggi?
L’Europa un po’ tutta e di questa la Spagna ha un valore aggiunto. Il medio oriente e il Magreb. L’asia minore con Armenia e Georgia. Ma l’oriente ha qualcosa di magico. Cina, Vietnam, Cambogia, Tibet e l’India.

Qual è il viaggio che più di ogni altro ti è rimasto nel cuore e perché.
L’India con la sua gente ha certamente quel qualcosa in più che gli altri popoli non hanno. La loro filosofia, la maniera di vivere e di stare al mondo suscitano un fascino magnetico. L’unico popolo che ha conquistato l’indipendenza con la protesta dei telai e del sale. Senza usare mai la violenza. Un popolo che dovrebbe essere per tutti gli altri un punto di riferimento per la condivisione e la tolleranza.

Quanto il pellegrinaggio nei tuoi viaggi si sposa con il descrivere la bellezza dei luoghi e dei costumi tipici?
Ogni viaggio è un pellegrinaggio. Ha scritto José Saramago: “Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: ‘Non c’è altro da vedere’, sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito.” Questo esprime la continua ricerca. Il pellegrinaggio è una ricerca così come lo è un viaggio.

Il Tibet è stato più volte scelto come location di film. Tu hai deciso di raccontarlo nel romanzo “Dharma”. Perché? Il Tibet, come tutto il subcontinente indiano, ti sbattono in faccia tante di quelle contraddizioni che ti costringono a guardarti dentro, sia che tu lo voglia o no. Inoltre il contatto con la dominazione cinese ha stimolato in me riflessioni sui miei ideali giovanili. Tutto questo è stato materiale per il pellegrinaggio interiore. Ho vissuto emozioni fortissime. E come diceva Fosco Maraini: “Ho iniziato a scrivere perché i miei erano ricordi davvero molto belli, molto vissuti e mi dispiaceva non ne restasse più traccia.”

Cosa hai scoperto e cosa non ti saresti mai aspettato, nella tua avventura in Tibet?
La tirannia cinese mi ha sconvolto. Non mi aspettavo l’attività distruttiva nei riguardi della loro storia, e della loro identità.

“Il vapore nasconde gli altri pellegrini silenziosi, creando un’atmosfera intima e favorevole al raccoglimento. Stringo la mano di Carmen, poi la stringo tutta a me..” Chi è Carmen nella tua vita?
Bisognerebbe chiederle cosa sono io. Siamo una coppia. In fisica esistono gli elettrodi: anodo e catodo. Insieme danno vita a un campo magnetico ma da soli sono metalli inerti.

Ho trovato molto bella la frase: “E’ un’altra vita, un altro mondo, desidero che il tempo si fermi affinchè ieri sia come oggi e tutto sia senza domani”. Ti fa paura il futuro?
Assolutamente no! Non ho paura del futuro. Ci sono certi momenti della vita in cui si crede di aver raggiunto il Dharma cioè l’equilibrio e in quei momenti sembra che tutto sia compiuto.

Qual è la prossima meta che ti prepari a visitare?
Ho tanti progetti in mente. Mustang, Perù, Etiopia. Ma quelli più ambiti sono dove sono le nostre origini. Catania è stata una colonia Calcidiese e la penisola Calcidica mi attrae molto. L’Iran e l’Iraq culla della nostra civiltà mi infondono ancora più fascino.

Nel romanzo c’è solo una parte, quella relativa alle ombre cinesi, dove si vede tutta la tua emozione ed entusiasmo. Sembri quasi un bambino che vede le immagini con l’innocenza della fanciullezza. E’ così difficile per te manifestare le tue emozioni?
Lentamente scopro la capacità di emozionarmi. E man mano riesco a conoscere questi miei aspetti e accettarli. Solo dopo che ne ho acquistato tale consapevolezza riesco a esternare ogni battito del mio cuore.

Chi è Antonio Raciti?
Sono un uomo che ha cominciato a trovare se stesso e quanto di bello c’è in ogni uomo da poco. Inizialmente non avevo alcuna cognizione dell’energia che l’animo umano potesse produrre. La vita con le sue gioie e suoi dolori mi ha fornito gli strumenti per tale conoscenza. Cito una frase di Nichi Vendola: “Eppure non bisogna scomodare Plutarco per capire che ascoltare è preferibile alla prepotenza del dire, che i tempi dell’attesa sono più fecondi di quelli dell’attacco (avete presente la panchina di Caos Calmo?), e che una ruga è più bella, sì più bella e profonda, di un turgore inespressivo”.

Antonio è un amante delle rughe profonde.

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