L’omicidio Rea per un rapporto negato. Secondo il gup anche “l’attaccamento alla figlia desta sospetto di autenticità”. Il militare definito “violento e subdolo” 

Salvatore Parolisi

Salvatore Parolisi uccise la moglie Melania Rea perché lei rifiutò di avere un rapporto sessuale e il caporalmaggiore dell’esercito “ha reagito all’ennesima umiliazione, sferrando i primi colpi”. E’ quanto scrive il gup di Teramo, Marina Tommolini, nelle motivazioni della sentenza, che il 26 ottobre scorso lo ha condannato all’ergastolo. Il gup spiega il perché dell’applicazione della pena massima consentita dal giudizio abbreviato: per il giudice il caporalmaggiore si è mostrato “subdolo e violento”, non ha mostrato nessun ravvedimento, e pesa anche il comportamento tenuto in aula. Era “silente” al punto di negare un semplice buongiorno “a chi entra o esce da un’aula di giustizia”, anzi l’unica volta che ha parlato di fatto ha “spacciato” come collaborazione un “ennesimo tentativo di inquinamento probatorio”. E persino “l’improvviso attaccamento alla figlia desta più di un sospetto di autenticità”.

Le motivazioni, 70 pagine, sono state depositate ieri. Per il gup il 18 aprile 2011 la coppia era con la figlia a Ripe di Civitella, dove due giorni dopo la scomparsa venne poi ritrovato il cadavere di Melania, e così nelle motivazioni è ricostruito il momento dell’omicidio: “La donna, dovendo urinare, si è portata dietro al chiosco dove il marito, vedendola seminuda, verosimilmente si è eccitato, avvicinandola e baciandola per avere un rapporto sessuale. Melania – ha scritto il gup – sia per il problema dell’ernia, sia per le condizioni (la bimba in auto che – forse – dormiva e la possibilità che qualcuno sopraggiungesse) ha rifiutato e in quel contesto, deve aver rivolto anche rimproveri pesanti contro il coniuge che, a quel punto, ha reagito all’ennesima umiliazione, sferrando i primi colpi”.

“Nel corso del processo (Parolisi) ha assistito in disparte e silente ( anche sotto il profilo dei normali saluti, quali un ‘buongiorno’ o un ‘buonasera’ che normalmente si pronunciano a chi entra o esce da un’aula di giustizia) ed è intervenuto in un’unica occasione, quando stante l’esigenza manifestante dal giudicante di acquisire i sui orologi, ha indicato quello rimasto nell’abitazione della suocera, scoprendosi che da detta abitazione l’orologio in questione non è mai stato postato, e, di conseguenza, non poteva essere indossato al polso il giorno del delitto”. “Ennesimo tentativo – prosegue il gup – di inquinamento probatorio, ‘spacciato’, invece, come collaborazione di chi sa di non dover nascondere nulla”.

E “anche l’improvviso attaccamento alla figlia desta più di un sospetto di autenticità”. Il giudice cita il verbale in cui la madre di Melania, nonna della piccola Vittoria che all’epoca aveva un anno e mezzo, dove la donna sottolinea che nella notte tra il 18 e il 19 aprile 2011, quando Melania era già scomparsa, “la bambina piangeva in continuazione ma il padre non era mai intervenuto per calmarla”.

“Evidentemente – scrive il gup nelle motivazioni – nel ruolo che il prevenuto sta recitando, la piccola ( che potrebbe peraltro aver assistito a tutto o a parte dell’omicidio, per cui è l’unico potenziale teste oculare) gli è utile per fornire l’immagine del padre premuroso (pur essendo rimasto assente, per non ben spiegate ragioni, persino quando è nata).

E ancora “Parolisi ha mostrato un lato della propria personalità particolarmente violento e subdolo, per cui si reputa necessaria, oltre all’applicazione delle pene accessorie anche la libertà vigilata, per un periodo che stimasi congruo determinare in anni due stante la pericolosità sociale che nel caso in esame, tenuto conto delle modalità dell’azione criminosa, appare sussistere”.

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