Tempi duri per il giornalismo: redattori messi alla porta e molti altri rischiano di perdere il posto. La crisi economica investe anche l’editoria, ma in alcuni casi incidono rischiose politiche aziendali. È quello che sta accadendo anche al popolare quotidiano spagnolo

la crisi di El País è lo specchio delle difficoltà di un intero settore

 

Tempo fa ho espresso il mio punto di vista sull’importanza di essere informati per costruire una propria coscienza civica. Carta stampata, quotidiani online, applicazioni telefoniche, social networks, siti web aggiornati in tempo reale. Insomma, risulta difficile trovare giustificazioni con una gamma così vasta di metodi per avere gli occhi puntati sulla realtà che ci circonda. E, nel contempo, aumentano le possibilità di valutare e selezionare le notizie, per scegliere poi quelle più attendibili.

Eppure, il corollario di agenti che muove l’informazione e lavora, spesso a ritmi serrati, per garantirla, è sottoposto a sfide quotidiane. La crisi economica non ha risparmiato l’editoria ed il giornalismo, settori già fortemente colpiti dal precariato e dall’instabilità strutturale di numerose realtà aziendali. In Italia la protesta dei redattori di Pubblico per la chiusura del quotidiano, fondato appena tre mesi fa dal giornalista Luca Telese, è l’ennesima prova delle difficoltà in cui imperversa il mondo dell’informazione.

Non è soltanto il giornalismo italiano a subire gli effetti di un complicato momento socioeconomico. Una situazione analoga sta influenzando le sorti dei giornalisti di El País: la redazione del quotidiano spagnolo (la cui tiratura è al primo posto nella stampa nazionale) è stata svuotata di un terzo dei suoi collaboratori (per la precisione, di 129 su un totale di 456) ed il futuro dei giornalisti superstiti non si presenta dei più rosei considerando che verranno privati del 15 per cento dello stipendio attuale. Scelte che i dirigenti del gruppo editoriale Prisa, di cui El País è proprietà, hanno motivato sottolineando la presenza di “troppi giornalisti e troppo ben pagati”. Un ragionamento simile è stato fatto dal capo del governo conservatore Mariano Rajoy, che in più occasioni ha giustificato l’adozione delle politiche d’austerity dicendo che “la Spagna non può continuare a vivere al di sopra dei propri mezzi”. Dunque, El País è oggi divenuto il riflesso della crisi che attanaglia il Paese?

Negli ultimi mesi gran parte dei giornalisti e dei dipendenti ha scioperato contro la decisione di licenziare un terzo del personale. Pere Rusiñol , ex giornalista di punta di El País fino al 2008, ha da poco pubblicato una dura inchiesta sul gruppo Prisa in cui scrive che “il declino del quotidiano non è una catastrofe naturale, ma l’esempio perfetto di come una cattiva gestione possa rovinare anche l’istituzione giornalistica più solida in Spagna”.

Infatti, nel 2007 il gruppo editoriale Prisa, mosso da smanie di grandezza, lancia un’OPA sulla società di tv a pagamento Sogecable, di cui già possiede una quota. All’inizio del 2008 il debito però schizza alle stelle raggiungendo i 4,6 miliardi di euro.

Per assorbire parte dei debiti, Prisa apre il suo capitale a nuovi azionisti, tra cui il fondo americano Liberty Acquisition Holdings che porta nelle casse del gruppo 650 milioni di euro. I Polanco, che prima detenevano il 70 per cento del capitale aziendale, ne perdono la metà al termine di un’offerta molto vantaggiosa per Liberty, che applica al gruppo Prisa la più bassa valutazione della sua storia.

Qualche anno dopo il bilancio aziendale appare gravemente deteriorato, anche a causa della crisi economica, e il debito resta gigantesco, attorno ai 3,5 miliardi di euro. Chi non ha accusato il colpo è il Fondo Liberty i cui finanzieri si sono assicurati nei contratti un ritorno del 7,5 per cento sulla loro partecipazione nel gruppo, quali che fossero i suoi risultati.

Inoltre, nel 2011, mentre l’azienda Prisa annuncia la soppressione del 18 per cento dei suoi effettivi nelle attività in Spagna, Portogallo e America Latina (un ammontare di perdite per 450 milioni di euro), Juan Luis Cebrian, consigliere delegato del gruppo, riceve un compenso compreso tra gli 11 e i 13 milioni. L’episodio desta scalpore all’interno della redazione di El País perché i sindacati dei giornalisti si rendono immediatamente conto del paradosso in cui si trovano coinvolti: la somma incassata da Cebrian corrisponde ai risparmi realizzati grazie al licenziamento di 129 giornalisti.

In tal modo il gruppo dirigente Prisa appare legato molto più al mondo della finanza che ad una realtà, quale quella del quotidiano El País, fatta di persone di cui ha ignorato le esigenze basilari e primarie. A complicare la situazione interviene l’entrata nel capitale di Prisa, avvenuta nell’estate del 2012, di due tra gli istituti di credito più importanti del mercato spagnolo, quali Santander e Caixabank. Il consiglio d’amministrazione dell’unico quotidiano progressista spagnolo diviene un’assemblea di consiglieri bancari ed alcuni giornalisti denunciano la pubblicazione sempre più frequente di articoli che espongono il punto di vista di due banchieri ed azionisti di Prisa, Emilio Botin e Isidro Fainé. Infatti, Botin ha esposto più di una volta le sue argomentazioni sulla gestione della crisi dell’eurozona.

Tutto ciò a dispetto di un giornale che negli anni ha portato avanti un’idea di democrazia popolare attraverso le parole di denuncia dei propri giornalisti, che oggi si vedono privati della possibilità di svolgere il proprio lavoro in maniera dignitosa ed egualitaria.

Nel marasma della stampa spagnola non c’è soltanto il declino del quotidiano El País. Complessivamente, dal 2008 sono stati licenziati ottomila giornalisti e circa duecento testate della stampa scritta e audiovisiva hanno chiuso i battenti. I dati sono stati riportati proprio da un articolo di El País che ha citato un rapporto pubblicato lo scorso dicembre dall’Associazione della stampa di Madrid.

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