Dopo tanto parlare sono giunti nelle scorse ore i provvedimenti della Commissione disciplinare in merito al presunto caso di tentata combine posto in essere dall’ex terzo portiere del Napoli Calcio, Matteo Gianello, e che vede coinvolti altri tesserati della società partenopea ancora sotto contratto, come Paolo Cannavaro e Gianluca Grava. È dunque opportuno fare chiarezza nella confusione ingenerata da una sentenza, il cui esito era noto fin da agosto…e già questo dice molto.

Punto di partenza può essere il comunicato della SSC Napoli, pubblicato martedì sul sito della Società.

«Pur non entrando nel merito dell’obsoleto e superato principio della responsabilità oggettiva, e riservandosi ogni commento giuridico e ogni azione nelle opportune sedi, la SSC Napoli non condivide le decisioni della Commissione Disciplinare Nazionale, ritenendo, inoltre, che non si possano alterare irrimediabilmente i campionati in corso di svolgimento. Ogni eventuale decisione va presa prima che inizi un torneo o al termine dello stesso. Dalla stagione 2009/2010, di tempo ce n’è stato per valutare e decidere. Siamo fiduciosi che nei due gradi successivi di giudizio si possa applicare una vera giustizia che si fondi sul diritto e sull’equità e non sul giustizialismo».

Quello che bisogna chiedersi è perché i presidenti delle Società di calcio soltanto se tirati in ballo in procedimenti sportivi e dopo aver subito condanne arrivano ad accorgersi dell’anacronistico sistema della giustizia sportiva in vigore nel nostro Paese.

Dove erano i presidenti prima di questa estate, o di questo natale, quando è da 30 anni che esiste tale sistema giustiziale ed un istituto, quello della responsabilità oggettiva, che è indubbiamente il (maldestro) principio cardine del procedimento disciplinare sportivo?

Molte battaglie anche se giuste devono essere combattute a tempo debito. Ne abbiamo un esempio anche ad altissimi livelli. Discorrere di riforma del sistema giudiziario è doveroso, ma non lo si può fare da accusati…intelligentibus pauca…

Cerchiamo di spiegare brevemente come funziona il sistema sportivo di giustizia e perché, guardando strettamente al caso in questione, c’è da essere fiduciosi in merito alle posizioni di Cannavaro e Grava e del Napoli Calcio, senza nulla togliere, sia chiaro, ad un discorso di principio, che pure va svolto.

Procediamo con ordine. Innanzitutto bisogna distinguere la giustizia sportiva della FIGC dall’arbitrato sportivo del CONI.

La prima fa riferimento all’applicazione del c.d. vincolo di giustizia (più volte, tra l’altro, sottoposto ad accertamenti di legittimità costituzionale), tramite il quale le parti (sodalizi, atleti, dirigenti, arbitri, allenatori) si impegnano a non adire i giudici statali a favore degli organi di giustizia interni all’ordinamento sportivo delle singole federazioni. Attraverso invece le clausole compromissorie o arbitrali, le parti si impegnano a devolvere le controversie a soggetti terzi rispetto allo stesso ordinamento sportivo, ovverosia ad appositi Collegi arbitrali.

Mentre la giustizia sportiva vede quali suoi organi il giudice sportivo, la Commissione disciplinare e la Corte federale, l’arbitrato sportivo è espressione della clausola compromissoria sportiva, quella, per intenderci, che lega tutti i sodalizi di tutte le discipline sportive al Coni e che vede quale ‘giudice’ di riferimento il TNAS, Tribunale Nazionale di Arbitrato dello Sport del Coni.

L’arbitrato sportivo va inteso, dunque, come il mezzo alternativo alla giurisdizione tutta, sia statale che sportiva, di risoluzione delle controversie e si caratterizza principalmente per la posizione di terzietà dell’arbitro rispetto alle parti.

È proprio la posizione di terzietà dell’organo giudicante l’elemento discriminante tra i procedimenti arbitrali e i procedimenti interni alla giustizia sportiva, procedimenti, questi ultimi, affidati ad organi di giustizia che sono, allo stesso tempo, organi di una delle parti.

Soltanto le pronunce del Tribunale del Coni possono essere considerati ‘lodi’, là dove quelle espresse dagli organi federali restano pronunce (provvedimenti, più che sentenze) endoassociative, domestiche, e non connotate di crismi prettamente costituzionali. Per intenderci, il procuratore federale è espressione della Federazione come la Commissione disciplinare e la Corte federale, che svolgono il ruolo di giudicanti.

Nel mondo federale sportivo, più chiaramente, tra “p.m.” e giudice non c’è dunque una netta separazione, tutti sono nominati dal Consiglio della federazione di riferimento.

La demarcazione tra giustizia sportiva e arbitrato sportivo si evidenzia leggendo alcune pronunce della Disciplinare o della Corte federale. Per queste ultime l’ordinamento sportivo è sempre da considerarsi ordinamento altro e separato, totalmente autonomo da quello statale. Nelle pronunce del TNAS, diversamente, più rispettose delle norme dell’ordinamento statale, tale approccio di frequente è totalmente ribaltato.

Questo ha condotto a riforme drastiche dei pronunciamenti delle corti della federazione di primo e secondo grado davanti al Tribunale del Coni.

Ecco perché è lecito sperare che, nel caso Gianello, da un -2 comminato alla SSC NAPOLI in terzo grado si possa arrivare anche ad una semplice ammenda per la società e ad una riduzione delle squalifiche ai giocatori coinvolti, in ragione del fatto che gli impianti accusatori e lo stesso istituto della responsabilità oggettiva più volte in processi del genere sono stati messi in crisi dall’accurata indagine dei giudici del Coni, i quali, anche di recente, hanno ribadito cautela massima prima di far scattare il meccanismo di responsabilità in questione.

Ma questo può bastare? No, bisogna andare più a fondo, senza essere superficiali in questioni delicate come questa.

E allora, tornando alla dicotomia ordinamento sportivo/statale è da precisare che una simile ricostruzione, la quale sostiene che l’ordinamento sportivo è assolutamente autonomo rispetto a quello statale soprattutto in materia di sanzioni disciplinari, è sconfessata da diverse pronunce dei tribunali della Repubblica (TAR, Consiglio di Stato e Cassazione) ma anche e soprattutto da importantissime sentenze della Corte di giustizia europea totalmente neglette dai giudici interni delle federazioni.

Si tratta di quello che in letteratura e giurisprudenza è definito “principio di specificità dello sport”.

Secondo tale modello, di recente utilizzato dalla Corte di giustizia anche nel noto caso Meca-Medina per giudicare della legittimità della disciplina federale antidoping (Corte giust., 18 luglio 2006), le «regole sportive, ove anche si qualifichino alla stregua di norme tecnico-disciplinari e pertanto siano distinte da quelle aventi un immediato riflesso economico, hanno rilievo per il diritto comunitario ai sensi degli artt. 49, 81 e 82 Tratt. CE – ora artt. 56, 101 e 102 TFUE – in quanto viene in considerazione l’attività sportiva in sé considerata e non la natura giuridica delle norme sportive. Ne deriva che qualsiasi regola sportiva può avere una ripercussione economica».

Il fenomeno sportivo gode dunque di autonomia fin là dove, però, non incide irragionevolmente su diritti fondamentali tutelati dagli ordinamenti nazionali.

Da qui allora i numerosi quesiti che vanno con vigore sollevati rispetto ai casi di Gianello, Cannavaro e Grava. È giusto arrivare a decisioni inerenti a squalifiche in un così breve lasso di tempo? Sanzioni che compromettono la credibilità e la carriera di un giocatore, che fa della pratica sportiva il suo lavoro, come riconosciuto dalla l. n. 91 del 1981, possono essere erogate così alla leggera?

Negli ultimi periodi le cronache sono piene di clamorose ‘sviste’. Si pensi ai casi di Bonucci della Juventus, per il quale era stata richiesta una squalifica di tre anni e sei mesi, poi assolto, o al caso del portiere del Novara, Fontana, condannato a tre anni e sei mesi, carriera chiusa, e pochi giorni fa assolto dal Tnas in maniera piena. Chi paga per simili errori di valutazione?

È possibile arrivare a condanne in corso di campionato sconvolgendo classifiche, piani e bilanci societari? E il caso Mauri? Quando verrà affrontato, porterà ad una penalizzazione della Società Lazio senza che questa possa più porvi rimedio, caso mai a campionato concluso? Quello in corso, sarebbe dunque un campionato regolare?

È ammissibile calpestare principi costituzionali (artt. 2, 24, 111 cost.) con tanta nonchalance? È uno sport credibile questo?

Va dunque ribadito con forza un concetto: non è concepibile, pur dovendo rispettare i termini celeri del processo sportivo, giungere a condanne di anni e interdizioni perpetue/radiazioni, in un cosí breve lasso temporale. Non stiamo discutendo, è vero, di diritto penale ordinario, ma nemmeno è possibile affrontare un dibattimento con modalità inquisitorie, oramai abbandonate dal sistema italiano a favore di modelli accusatori, piú rispettosi delle garanzie minime processuali.

Non è vero, come ha erroneamente ritenuto il TAR Lazio in una recente sentenza contro Luciano Moggi la scorsa estate, che radiazioni e squalifiche abbiano un precipitato soltanto disciplinare. Radiando un tesserato, professionista, per calcioscomesse, per doping, lo si priva del lavoro, della dignità. Lo afferma, lo abbiamo visto, anche la Corte di giustizia dell’UE.
Sì che, un processo avente ad oggetto simili tematiche non può essere risolto in 3-5 giorni.

Cosa cambierebbe se un tesserato fosse squalificato ora o tra un anno, con calma, garantendogli ogni tutela costituzionale?

Bisognerebbe dunque davvero fermarsi, mettere mano una volta per tutte a questo obsoleto sistema sportivo, nato quando coinvolte erano associazioni o società senza scopo di lucro e non società di capitali con utili da gestire e addirittura quotate in borsa, come avviene dal 1996 ad oggi.

È necessario restituire credibilità allo sport italiano e, più in generale, a tutte le Istituzioni di questo Paese.

Non ora però, che le regole sono queste e vanno rispettate. Troppo facile così, troppo…poco credibile.

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