Il segretario di Stato, Bertone, e il presidente della Cei, Bagnasco, hanno spinto ieri Monti a incontrare Alfano: la Chiesa vuole un ampio fronte moderato per non far vincere Bersani-Vendola. Servono anche i voti del Pdl

Mario Monti e Papa Ratzinger

Mario Monti scioglie le riserve e scende in campo con la “benedizione” della Chiesa. Ieri, prima di andare al concerto di Natale ad Assisi e raccogliersi in preghiera davanti alla tomba di San Francesco, il premier ha fatto una chiacchierata con Angelino Alfano.

Raccontano che il professore, ancora irritato per la «sfiducia radicale e sostanziale» pronunciata dal segretario del Pdl il 7 dicembre, abbia accettato di parlare con Alfano perché pressato dalle gerarchie ecclesiastiche. Il segretario di Stato, Tarcisio Bertone, e il presidente della Cei, Angelo Bagnasco, nell’ipotesi di una discesa in campo del premier alla guida di un fronte moderato, vedrebbero di buon occhio la nascita di uno «schieramento largo» in grado di scongiurare la vittoria del centrosinistra di Pier Luigi Bersani e Nichi Vendola. E per questo, suggeriscono Oltretevere, non è il caso che Monti perda per strada i voti del Pdl.

Non è dato sapere con certezza quale sia stata la risposta del professore, sinora indeciso se compiere quello che a palazzo Chigi definiscono «passo avanti politico-elettorale». Ma in base a ciò che filtra dal suo entourage, Monti avrebbe ribadito la sua contrarietà a un’alleanza con Silvio Berlusconi. «Abbiamo un’idea di Paese diametralmente opposta», ha confidato. E avrebbe fatto capire di non poter accettare, nel caso che prendesse corpo il progetto di una Lista Monti, la contaminazione dei «numerosi impresentabili» che albergano nel Pdl. Insomma: mai accordi con una «bad company».

Tutt un’altra cosa, invece, se dal Pdl si staccasse un’area moderata ed europeista (Frattini, Mauro, Quagliariello, Cazzola, Sacconi…) che andasse a rafforzare il centro moderato cui lavorano ormai da tempo Pier Ferdinando Casini, Luca di Montezemolo, Andrea Riccardi, Andrea Oliviero, Raffaele Bonanni, Gianfranco Fini. «Ma noi non guidiamo o spingiamo per alcuna scissione, aspettiamo le mosse dei montiani del Pdl», assicura una fonte autorevole. La prudenza è massima, l’indecisione pure. Con una sola certezza: se mai scenderà in politica, Monti porrà l’accento sull’«etica e la morale». Traduzione: liste pulite, pulitissime.

A palazzo Chigi sono sott’assedio. La segreteria particolare del professore viene descritta «disperata». «Riceviamo ogni giorno decine e decine di richieste di persone che vogliono incontrare il premier, tutta gente che aspira a candidarsi con lui», dice uno dei suoi collaboratori. E Monti venerdì, appena rientrato da Bruxelles, avrebbe cominciato a studiare gli aspetti pratici della vicenda: è possibile raccogliere 2.500 firme in ogni circoscrizione elettorale? Quando, e se, depositare un simbolo? E, nel caso, quale notaio scegliere?

Le opzioni sul tavolo sono due: dare il proprio nome alla lista cui lavorano Montezemolo e Riccardi, facendo scattare un accordo di coalizione con l’Udc di Casini, il Fli di Fini ed eventualmente con «l’ala pulita ed europeista» del Pdl. Oppure presentare una lista propria.

Solo una cosa appare sicura: Monti, anche per non indispettire Giorgio Napolitano e per non violare il patto di terzietà con le forze politiche che l’hanno sostenuto, appare intenzionato a escludere una candidatura diretta alla Camera. Al massimo potrà dare il proprio nome allo schieramento centrista. Per due ragioni. La prima: è senatore a vita. La seconda: il capo dello Stato, all’inizio del mese, sconsigliò apertamente al premier di candidarsi. Non sembra valere, invece, l’altolà di Massimo D’Alema che ha definito «moralmente discutibile» la sua discesa in campo. «Tra pochi giorni il professore si dimetterà da premier e resterà al governo solo per la gestione corrente, dunque avrà le mani libere. Come tutti», dice un ministro tra i più vicini a Monti.

© Riproduzione Riservata

Commenti