Il produttore soffriva da tempo di diabete: a  giugno era entrato per un periodo in coma. Lanciò Moana Pozzi, Cicciolina, Eva Henger. Era un “amante della bellezza”

Riccardo Schicchi con l’ex moglie Eva Henger

Il re della pornografia italiana Riccardo Schicchi è morto a 60 anni per l’aggravamento del diabete mellito di cui soffriva da tempo. In giugno era già entrato in coma per alcuni giorni.

L’imprenditore, produttore e talent scout più famoso del mondo dell’hard si è spento nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale Fatebenefratelli di Roma, accompagnato fino all’ultimo dalla ex compagna Eva Henger, madre dei suoi due figli. Schicchi, che fondò nel 1983 l’agenzia Diva Futura, è diventato famoso per aver lanciato star del settore come Moana Pozzi, Cicciolina ed Eva Henger.

«È stato un padre per me, a Riccardo devo tutto. Per l’Italia della pornografia questo è un grave lutto» dice Rocco Siffredi, raggiunto dall’Ansa in Ungheria dove abita. «Non c’è stato nessuno come lui che ha creduto così tanto al made in Italy pornografico. Sono nato con lui, nell’agenzia Diva Futura. Avevo 20 anni quando mi scelse: sono stato l’unico uomo tra tutte le sue donne Cicciolina, Moana, Malù, Ramba, accettato perchè era un amante della bellezza», prosegue Siffredi, l’attore porno italiano famoso in tutto il mondo. Il divo del settore parla di Schicchi con trasporto, riconoscendo come «sia stato lui a sdoganare tutto il mondo del porno, all’epoca di Ilona Staller, del partito dell’Amore e di Diva Futura.

Io sono venuto dopo e grazie a lui, a me dicevano che ero un figo, lui si prendeva gli insulti dei benpensanti». Per Siffredi, «Schicchi ha sempre fatto questo lavoro con passione, pensando ad un’arte. Certo aveva fiutato il business, è stato un genio del porno italiano, ma lavorava con grande trasporto».

Siffredi ne racconta anche la parabola amara, «malato da anni, praticamente cieco e con le gambe che si sbriciolavano, ma sempre con quel sorriso stampato. I suoi ultimi lavori erano la cura di qualche ragazza in chat, non certo la fine che meritava».

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