Scambio di accuse e querele a “Servizio Pubblico” tra l’ex pm e il senatore. Ingroia: “lei ha tradito Cosa Nostra ma fu risparmiato e al suo posto fu ucciso Paolo Borsellino per trattativa. Replica Mannino: “lei è un mascalzone” 

Antonio Ingroia

“Se la strage di via d’Amelio non è stata pensata, attuata, da uomini dello Stato, di certo lo Stato ne è stato complice. Questo posso dire di saperlo”, queste le parole di Antonio Ingroia, pronunciate in diretta tv a Servizio Pubblico su La7, in collegamento dal Guatemala.

Michele Santoro ha fatto entrare la trasmissione subito nel vivo dell’argomento: la trattativa Stato-mafia. Si è partiti subito dal conflitto di attribuzione, dopo che proprio oggi è arrivata l’approvazione, da parte della Consulta, del ricorso del Quirinale contro la procura di Palermo “La procura di Palermo ha salvaguardato le telefonate in oggetto”, ha esordito il magistrato “Ci siamo fatti carico di una responsabilità in più e avendo intercettato per caso il presidente della Repubblica, abbiamo fatto in modo che queste intercettazioni non venissero fuori. Se avessimo attivato procedimento di distruzione, la legge ci avrebbe imposto di depositare tutto: saremmo andati incontro a un forte rischio di trapelazione”.

Ma c’è di più, in effetti: l’intercettazione in questione è avvenuta per caso, infatti si tentava di intercettare Nicola Mancino, e non Napolitano. A tal proposito è arrivata la dichiarazione bomba della moglie di Paolo Borsellino, Agnese, che non si è fatta riprendere ma solo registrare: “Devo manifestare il mio disdegno per Mancino, che non ha avuto scrupoli di chiamare la più alta carica dello stato per i propri interessi. Il protagonista è solo il signor Mancino, abile a distogliere l’attenzione dalla sua persona: io, moglie di Paolo, mi chiedo chi era e quale ruolo rivestiva Nicola Mancino? E perchè quando Paolo rientrò da Roma dopo averlo incontrato, mi disse che aveva respirato aria di morte?”.

Ingroia è entrato quindi nel merito della questione Stato-Mafia, parlando proprio di Borsellino e del terribile 19 luglio 1992: “Il mio libro si chiama “Io so” e il sottotitolo potrebbe essere “perchè ho le prove”: ho ricostruito con sufficiente solidità, sulla base dei fatti emersi, una trama criminale che ha pesantemente condizionato la prima e la seconda repubblica”, si è infervorato l’ex procuratore, continuando “Se io avessi le prove della responsabilità dei mandanti istituzionali di quella strage, andrei subito alla procura di Caltanissetta. Borsellino è stato ucciso perchè considerato un ostacolo alla trattativa, ma come faceva Cosa nostra a saperlo? Deve averlo saputo dallo Stato. Quello che voglio dire è che se la morte di Borsellino non è stata pensata, realizzata, da uomini dello Stato, di certo lo Stato ne è stato complice e questo posso dire di saperlo”.

Infine, Santoro invita Mannino – accusato di aver indotto l’apertura della trattativa e imputato al Processo – e Ingroia a confrontarsi: Mannino ha parlato del maxi processo in termini di elemento scatenante delle stragi, ricordando che lui stesso era vessato dall’ipotesi di un attentato. Ma la risposta di Ingroia è stata perentoria, con la sua ricostruzione della vicenda: “C’era il progetto del suo omicidio, lei doveva essere il secondo dopo Falcone. Poi è arrivato il contrordine di Riina e subito dopo la strage di via d’Amelio”.

A quel punto Mannino gli ha dato del “mascalzone” e ha deciso di non rispondere più. Ingroia ha concluso il suo intervento ritornando sul conflitto di attribuzione: “Se la corte costituzionale avesse affrontato la questione giuridica bene non ci sarebbe il problema di adesso. Esiste un vuoto legislativo, quindi la Corte costituzionale avrebbe dovuto intervenire sulla legge, piuttosto che bacchettare la Procura di Palermo. Il risultato adesso è che il Gip non sa cosa fare!”

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