“Il capo dei capi” al processo sulla mancata cattura di Provenziano nel 1995: “non sono un collaboratore di giustizia ma soltanto testimone di un fatto avvenuto”

Franco Di Maggio e il procuratore Franco Cassata

E’ ripreso davanti alla quarta sezione penale del Tribunale di Palermo il processo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura del boss mafioso Bernardo Provenzano nell’ottobre del ’95.

Oggi la Corte presieduta da Mario Fontana – roporta l’Adnkronos -ha ascoltato la deposizione di Rosario Pio Cattafi (ritenuto il “capo dei capi” che gestiva dalla tirrenica i rapporti con i vertici di Cosa Nostra) che, come chiesto dal pm Antonino Di Matteo all’inizio dell’udienza, è stato sentito come teste assistito.

Se fosse stato ascoltato come imputato di reato connesso si sarebbe potuto avvalere della facoltà di non rispondere, così come ha annunciato poco prima il suo legale in aula. Cattafi, al 41 bis all’Aquila per associazione mafiosa, ha ripercorso le tappe delle sue vicende giudiziarie. Dopo l’arresto nell’84 in Svizzera fu riarrestato nuovamente nel 1993 per la vicenda dell’autoparco a Milano. Citato dall’accusa dovrà raccontare ai pm i suoi rapporti con Francesco Di Maggio, ex vicecapo del Dap sulla cosiddetta trattativa tra Stato e mafia. Al processo assiste anche il Presidente della Commissione antimafia europea, Sonia Alfano.

“Tra il maggio e il giugno del 1993 incontrai Francesco Di Maggio in un bar di Messina. Mi fece chiamare dai Carabinieri nell’abitazione di mia madre a Messina. Il dottor Di Maggio era già seduto al bar che mi aspettava. Dopo i convenevoli di rito, mi disse che mi doveva parlare di Salvatore Cuscuna’ (ritenuto vicino al boss Santapaola ndr). Mi disse che lavorava da poco al Dap e che aveva intenzione di contattare Nitto Santapaola perchè da sue informazioni precedenti era quello piu’ ‘malleabile’ per vedere di frenare l’attacco della mafia. Penso’ che l’unica possibilita’ fosse quella di Cuscuna’. Cosi’ mi chiese di contattarlo. Nel tentativo di convincermi disse anche che ogni cittadino aveva il dovere di autare lo Stato, dopo le stragi mafiose del ’92. Io gli dissi che mi sarei informato. Mi chiese di contattare l’avvocato di Cuscuna’ promettendogli “qualunque cosa”, tutti i benefici possibili per il suo cliente, pur di riuscire a parlare con Santapaola per riuscire a trovare nuove strade per disinnescare la violenza di Cosa nostra. Mi parlo’ anche di dissociazione ma cosi’… “. Questo è quanto ha detto Rosario Pio Cattafi, deponendo all’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo al processo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura di Bernardo Provenzano.

Cattafi, a differenza dei verbali di interrogatorio del settembre scorso, oggi al bunker dell’Ucciardone non usa mai la parola “trattativa”. In quell’occasione, come si legge nei verbali, Cattafi disse ai pm: “Di Maggio mi disse: ‘Abbiamo deciso che dobbiamo prendere la cosa in mano e dobbiamo fare qualcosa, dobbiamo portare avanti una trattativa’. Di Maggio disse: ‘Dobbiamo bloccarli questi porci’ (…) egli si riferiva al fatto che voleva disinnescare e bloccare le stragi. Sempre in quel frangente, Di Maggio mi disse che bisognava mandare un messaggio a Santapaola e che ‘bisognava smetterla con questo casino’ e che in cambio c’era la disponibilita’ da ‘parte nostra’, ossia da parte delle istituzioni, a concedere benefici”. Oggi al processo Mori ha usato invece parole diverse, parlando solo di una richiesta avanzata da Di Maggio nel ’93 chde gli avrebbe detto di volere incontrare Salvatore Cuscusa’ “per disinnnescare questo periodo orrendo, per bloccare tutta questa situazione diventata invivibile”.

“Conobbi Francesco Di Maggio in occasione del mio arresto avvenuto nel 1984 in Svizzera, poi lo rividi nel 1987 quando lo andai a trovare alla Procura di Milano per denunciare il mio ex socio. Successivamente, tra l’89 e il ’90 vennero a trovarmi a casa a Milano dei Carabinieri che mi dissero che il dottor Di Maggio mi aspettava nella caserma dei Carabinieri di via Moscova. In quell’occasione mi disse che era da poco a capo dell’Alto Commissariato antimafia e dato che facevo l’imprenditore mi chiese se sapessi qualcosa s false fatturazioni o riciclaggio . Non lo rividi fino al 1993″, ha detto ancora Cattafi.

“Durante quell’incontro al bar messinese Francesco Di Maggio ricevette una telefonata e dopo pochi minuti arrivarono alcuni carabinieri del Ros, forse quattro o cinque, alcuni erano in divisa e altri in borghese – racconta ancora Rosario Pio Cattafi durante la sua deposizione al bunker del carcere Ucciardone – uno di quegli ufficiali veniva chiamato dal dottor Di Maggio ‘Comandante’. Secondo Di maggio mi sarei dovuto rivolgere proprio al Comandante se avessi avuto bisogno di parlare con lui”. Il colloquio tra l’ex vicecapo del Dap Franesco Di Maggio, lo stesso Cattafi e gli ufficiali del Ros, secondo quanto dice ancora il dichiarante rispondendo alle domande del pm Antonino Di Matteo, sarebbe duranta “circa trenta minuti. Alcuni degli ufficiali avevano fretta perche’ dovevano prendere l’aereo. Poi io sono tornato a Taormina dove vivevo in una villa in affitto”.

“Gli ufficiali del Ros mi vennero presentati nominativamente – dice ancora Cattafi – ma dopo tanto tempo non e’ facile ricordare”. Nonostante la sollecitazione alla memoria del pm Di Matteo sui nomi degli ufficiali del Ros, Cattafi replica: “Signor pubblico ministero, non sono un collaboratore di giustizia ma testimone di un fatto avvenuto. In ogni caso non posso fare nomi cosi’ accusando qualcuno ingiustamente, come sono ingiustamente accusato io. Ci sono dei momenti nei quali ho l’impressione che sia un nome rispetto a un altro. Poi, dopo una settimana, ho un dubbio. Siccome si tratta di indicare una persona, bisogna avere la certezza prima di indicare il nome di qualcuno”. “Mi trovo in una situazione di alterazione – dice ancora Cattafi – tutto questo non mi mette nelle condizioni di essere sereno. Siccome ho un bricolo di coscienza non mi sento di accusare qualcuno o di riconoscere qualcuno tanto per…”.

Alla domanda se i Ros fossero consapevoli dell’intenzione di Di Maggio di contattare Santapaola per promettergli benefici, Cattafi risponde: “No”. Secondo l’accusa, sia l’imputato del processo Mario Mori che Francesco Di Maggio, morto da diversi anni, sarebbero stati tra i protagonisti della cosiddetta trattativa tra lo Stato e la mafia.

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