Ascolti tv al 22,85% di share ma la Rai non ha fatto un buon servizio sulla sfida Pd tra Bersani-Renzi: il sindaco preparato ma troopo populista. Le primarie un’abile manovra della sinistra per togliere consensi a Grillo

le due facce del Partito Democratico

Confronto all’americana tra il segretario del Partito Democratico (Pd) Pierluigi Bersani ed il sindaco di Firenze Matteo Renzi. La sfida é per la carica di prossimo segretario del principale partito di sinistra e quindi, potenzialmente, del capo del nuovo governo. E, se non del capo del governo, sicuramente del principale sostenitore di un (Mario) Monti bis.

Ad ogni modo, sempre una rogna per il vincitore delle prossime elezioni politiche, visti gli ulteriori tagli e tasse imposte all’Italia dalle banche tramite i “policy shapers” (la Germania). Naturalmente un Monti bis andrá a vantaggio dell’opposizione (probabilmente del partito di Silvio Berlusconi), pertanto l’efficace messa in scena delle primarie servirebbe principalmente alla temporanea conquista delle poltrone da parte del Pd.

Tornando al dibattito per il ballottaggio, il canale Rai che l’ha trasmesso, per quanto riguarda la forma, non ha fatto un buon servizio. Le distrazioni che ha creato erano troppe: dai filmati sul retro dei due contendenti, al “panning” delle telecamere, come se fosse uno spettacolo di varietá. Poi gli applausi inopportuni dopo le battute, tipo sitcom. Ad ogni modo, lo show si é rivelato molto popolare con il pubblico, raccogliendo uno share del 22,85 % (circa 6,59 milioni di spettatori).

Per la sostanza, gli avversari si sono distinti: uno per l’approccio populista, l’altro per quello realista. Bersani ha cercato di spiegare che tra il dire e il fare c’é di mezzo il mare. Renzi invece ha detto tutte cose che la gente vuole sentirsi dire. Bersani ha anche cercato di mostrarsi piú “umano” (non solo ha spesso ripetuto questa parola, ma ha anche citato casi reali).

Gli argomenti trattati riguardavano tutto l’arco socio-economico-politico, anche se quando si é parlato di tagli alla politica ed allo spreco, nessuno dei due ha toccato il tasto delle province inutili (base di potere principalmente in mano al Pd).

La preparazione di Renzi era impressionante. Il look molto americano (camicia e cravatta, senza giacca) ed una concretezza nelle risposte insolita per un politico.

Renzi ha parlato con un linguaggio che anche la base meno accademicamente preparata ha potuto apprezzare. In contrasto, durante il dibattito preliminare, il candidato di estrema sinistra, Nichi Vendola ha cercato di conquistare l’operaio con un linguaggio ricercato, ma altamente fuori luogo (infatti ha ottenuto solo il 15,6% delle preferenze).

Ma il populismo di Renzi é preoccupante perché ricalca quello di Silvio Berlusconi, tanto che Renzi ha toccato l’argomento dicendo che su di lui sono state dette molte cose, inclusa quella di essere un “infiltrato”. Infatti la sua visita alla villa di Berlusconi ad Arcore non é da considerarsi istituzionale, anche se, come afferma Renzi, si é trattato solo di un pranzo e non di una cena. Il luogo adatto ad un un incontro tra un sindaco ed il Presidente del Consiglio sarebbe peró stato Palazzo Chigi.

Lo “spin doctor” a disposizione di Renzi é Giorgio Gori, ex direttore di Canale 5, della Mediaset di Berlusconi. Sospetta é anche la sua vicinanza a Luigi De Siervo, voluto in Rai da Berlusconi. Inoltre, certa stampa fa risalire a Berlusconi i finanziamenti per coprire gli alti costi della sua campagna politica. Infine, tutti gli elogi ed apprezzamenti che Berlusconi ha fatto su Renzi non hanno fatto altro che aumentare i sospetti.

Di stile americano sono stati anche gli “exit polls” che immediatamente dopo il dibattito hanno dato come vincitore Bersani (47% contro il 41% di Renzi), e hanno indicato come i giovani preferiscano Renzi (56%), mentre gli anziani Bersani (49%).

Il dibattito ha dimostrato che il Pd é un vero partito e che un simile confronto non potrebbe mai accadere con partiti personalizzati tipo Pdl (Berlusconi), Udc (Pier Ferdinando Casini), Idv (Antonio Di Pietro) e Fli (Gianfranco Fini).

Il concetto delle primarie importato dall’America é visto anche come un’abile manovra “per tagliare l’erba sotto i piedi di Beppe Grillo” (che vorrebbe rottamare tutti gli attuali politici) portando un elemento innovativo dentro una struttura ossificata, e non un “duello fra vecchia e nuova guardia della politica italiana”.

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