Il governatore anticipa le regionali al 25 novembre. In ballo c’è il referendum sull’indipendenza dalla Spagna

Catalogna al voto per l’indipendenza

La crisi soffia sulle ceneri del separatismo europeo. A due mesi dall’oceanica manifestazione indipendentista dell’11 settembre, Barcellona e la Catalogna vanno alla prova di forza.

Artur Mas, il centrista governatore della regione, ha forzato la mano: sull’onda dell’indignazione popolare ha spostato le elezioni del parlamentino catalano al 25 novembre, anticipando così di due anni la naturale scadenza del mandato.

La posta in gioco – spiega un approfondimento di “Lettera 43” – è molto più alta degli altri quattro anni di governo che un reincarico potrebbe portare: in ballo, c’è un possibile referendum sull’indipendenza catalana.

La manifestazione che ha scosso le strade di Barcellona, infatti, ha smosso un terreno già accidentato. Un milione e mezzo di persone, un quinto della popolazione catalana, ha risposto alle sirene di partiti e gruppi separatisti. Ma, soprattutto, a quelle del patto fiscale: la possibilità di riscuotere le proprie tasse e di ridistribuirle interamente sul proprio territorio.

All’apice della crisi economica e finanziaria della Spagna, il governo centrale del Partido popular guidato da Mariano Rajoy ha negato il diritto alla Catalogna, e lo ha invece concesso alla comunità autonoma dei Paesi Baschi.

La Catalogna, che da maggio è in recessione e nel 2012 dovrebbe perdere complessivamente l’1,5% della propria ricchezza, già raccoglie parte delle tasse per finanziare i propri servizi pubblici, ma il resto raggiunge Madrid e viene ridistribuito in tutto il Paese. Per Artur Mas, dalla richiesta del patto fiscale a quella di un referendum sull’indipendenza il passo è stato breve.

La Costituzione spagnola, però, non prevede la possibilità di una secessione dallo Stato centrale, né tanto meno un referendum sull’ipotesi, che sarebbe quindi incostituzionale. Mas spera dunque di portare il suo partito, la Ciu (Convergència i Unió) alla maggioranza assoluta del parlamento locale, per poi creare una legge ad hoc per le consultazioni popolari.

Ma lo stratagemma potrebbe non essere abbastanza per risollevare le sorti economiche della Catalogna, il cui bilancio è gravato da 44 miliardi di debiti: 30 sono stati richiedesti in prestito al governo centrale per tappare il buco delle proprie banche.

La Commissione europea ha precisato che qualunque territorio si dichiari indipendente sarà automaticamente escluso dall’Unione e i suoi cittadini perderanno i diritti europei.

La Catalogna dovrebbe quindi prima realizzare la secessione e poi chiedere di rientrare nell’Ue, sempre che sia in possesso dei requisiti richiesti.

Pochi si aspettavano che sarebbe stato Artur Mas, classe 1956 e originario di Barcellona, a risollevare la questione dell’indipendenza catalana: il politico è infatti considerato come un «nazionalista dell’ultima ora».

Il partito di cui è alla guida, nazionalista di centro destra, è nato infatti come federazione di altre due formazioni: Convergència democràtica de Cataluña (Cdc) e Unió democràtica de Cataluña (UDC). Quest’ultima è sempre stata vincente dalla fine della dittatura di Francisco Franco: l’ex presidente della regione, Jordi Puyol, mentore di Artur Mas, governò dal 1980 al 2003.

A combattere la voglia di strappo di Mas, il cui partito è dato per vincente, ci sono i socialisti del Partido de los socialistas de Cataluña (Psc), federato con il Partido socialista obrero español (Psoe).

Ma la loro posizione è complessa e rischia di apparire contraddittoria: lo schieramento è contrario all’indipendenza della Catalogna, ma a favore del diritto di decidere e quindi pro-referendum.

A fare muro resta la candidata del Partido popular (Pp) Alicia Sanchez-Camacho, su cui però i sondaggi – dicono gli analisti – non sono attendibili: in Catalogna la gente si vergogna di ammettere che vota per un partito centralista. Infine, ci sono i secessionisti di lungo corso, e di sinistra, del partito Esquerra republicana de Catalunya (Erc).

Per i catalani che sognano davvero l’indipendenza sono loro l’unica sicurezza per andare al referendum. Molti, infatti, temono che alla fine Mas potrebbe non avere il coraggio di sfidare il governo central, battendo in ritirata all’ultimo minuto. Dopo essersi però garantito altri quattro anni sulla poltrona.

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