Il rapporto annuale di Unaids: nel 2011 due milioni e mezzo di persone convivevano con il virus, il 20% in meno rispetto al 2001. Area più colpita è l’Africa Sub sahariana, preoccupano Europa dell’Est e Asia centrale

prosegue la lotta all’Aids

Sono circa 34 milioni le persone che convivono con l’Hiv. L’area più colpita è l’Africa Sub sahariana, dove un adulto su 20 è sieropositivo. A seguire ci sono la zona caraibica, l’Est Europa e l’Asia centrale.

Il Rapporto 2012 (relativo al 2011) di Unaids, il programma delle Nazioni Unite che combatte Hiv e Aids, fa il punto della situazione a pochi giorni dalla giornata mondiale sulla malattia (primo dicembre) e segnala a che punto siamo rispetto agli obiettivi del 2015: dimezzamento delle trasmissioni e delle morti, protezione di madri e bimbi, lotta allo stigma, bisogno di maggiori fondi per i progetti.

Il dato generale positivo – si legge in un approfondimento di “Repubblica” – è che l’infezione è in lento declino: 2,5 milioni di persone infettate nel 2011, il 20% in meno rispetto al 2001. Ma vi sono zone come il Medio Oriente e il Nord Africa dove si è passati in dieci anni da 27 mila a 37 mila casi. Anche l’Europa dell’Est e l’Asia centrale destano preoccupazione. L’incidenza dell’infezione è nel decennio in aumento (più del 26%) in nove Paesi (Bangladesh, Georgia, Guinea Bissau, Indonesia, Kazakistan, Kyrgyzstan, Filippine, Moldova, Sri Lanka). E’ invece in forte regresso (oltre il 50%) in 25 nazioni, dall’India alla Cambogia, dalla Bahamas ad Haiti, dal Rwanda allo Zambia e allo Zimbabwe. Metà di questa riduzione di nuove infezioni, negli ultimi due anni, riguarda i nuovi nati; nel 2011 le nuove infezioni tra i bambini sono state il 43% in meno rispetto al 2003 e il 24% in meno del 2009. Rimangono impressionanti i dati delle morti correlate con l’Aids: 1,7 milioni, 24% in meno del 2005, ma sempre troppe. In controtendenza l’Europa dell’Est, l’Asia centrale, il Medio Oriente e il Nord Africa, dove i decessi aumentano.

Nel 2011 circa otto milioni di persone hanno avuto accesso alle cure, ma ancora sette milioni che potevano riceverle se le sono viste negare. L’obiettivo per il 2015 è di fornire trattamenti a 15 milioni di persone. La tubercolosi che si intreccia all’Hiv resta uno dei principali pericoli, la causa principale delle morte per queste persone. Dal 2004 si sono ridotte di un quarto, ma resta un forte allarme. Uomini, donne, trasgender che si prostituiscono e tossicodipedenti rimangono le principali categorie a rischio. Nelle grandi città tra gli omosessuali l’infezione Hiv è mediamente 13 volte più diffusa che nella popolazione generale.

Per raggiungere il target del 2015, secondo Unaids, servono tra i 22 e i 24 miliardi di dollari ogni anno, nel 2011 si sono ottenuti e spesi 16,8 miliardi. Le altre battaglie, oltre a quella per gli investimenti pubblici e privati, riguardano lo stigma e la discriminazione e persino la “criminalizzazione” della popolazione con Hiv, a volte addirittura nelle leggi. Anche le restrizioni dei Paesi (in varie forme riguarda la possibilità di andare in ben 75 nazioni) per l’entrata, la permanenza e la residenza resta una forte preoccupazione e ha a che vedere con lo stigma. La questione dei diritti si intreccia inoltre con quella della integrazione, ultimo capitolo del Rapporto Unaids.

Aung San Suu Kyi, la donna simbolo della libertà in Birmania ha accettato oggi l’offerta di Unaids di diventare “ambasciatore” mondiale contro la discriminazione. Il premio Nobel per la pace, in questo ruolo di Global Advocate for Zero Discrimination, si impegnerà per eliminare stigma e discriminazione, in particolare per l’accesso alle cure dei malati di Hiv.

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