L’ultimo caso è quello di Federica, la ragazza romana scomparsa e poi ritrovata cadavere all’indomani della festa di Halloween ma il numero di casi di violenza sulle donne è drammaticamente in crescita rispetto al 2011. Senza menzionare le donne scomparse.

A parte la esigenza di illuminare tale aspetto nella sua fenomenologia drammatica, ciò che vorrei condividere sono alcune riflessioni relative al perchè, ancora oggi, la vita di una donna ed il suo destino sembrano dipendere, inevitabilmente dall’incontro con un uomo o, di converso, dal non incontro con un uomo.

Si evidenzia un incattivirsi progressivo della società in cui viviamo, un incattivirsi che cresce esponenzialmente ma, chissà per quale ragione, il destinatario di questa cattiveria, che sfocia nella violenza più atroce, è sempre la donna.

Fingo di non capire, fingo di non sapere che, nonostante le lotte sessantottine, i movimenti femministi, i movimenti fatti dalle donne per le donne, lo sgridazzare demagogico dei partiti, puntuale ad ogni campagna elettorale, che promette l’aumento delle quote rosa (quote rosa che evidenziano, invece, la discriminazione) per noi donne sia cambiato molto poco. Davvero troppo poco.

E non perchè, ancora, occupiamo pochi posti chiave nei posti “giusti” ma semplicemente perchè, a mio modo di vedere, non è avvenuta quella rivoluzione culturale per la donna, condizione unica e da sola sufficiente ad innescare un cambiamento radicale ed efficace. E’ sembrato, soltanto.

Ma si è creato un grosso equivoco: gli uomini sostengono che le donne sono troppo forti e mascolinizzate e imputano ciò al cambiamento della società, una società che vede le donne lavorare molto (il tasso di disoccupazione è sceso ad un minimo del 16,9% tra aprile e giugno e, nel mezzogiorno, la possibilità di lavorare per una ragazza è quasi azzerata) e, quindi, capaci di mantenersi da sole, libere di scegliere di stare sole o di divorziare con facilità perchè tanto non hanno bisogno delle cure materiali ed economiche dell’uomo come, invece, accadeva prima.

In questo ragionamento aberrante, diffusissimo e radicato anche nelle menti più raffinate, vi è la testimonianza vivida della convinzione maschile di essere diverso, che esista una differenza e, quindi, una discriminazione.

Sta a noi donne scegliere se interpretare il ruolo antico delle nostre nonne, donne oggetto di casa, dai tanti figli e dai tanti tradimenti ma mogli, per carità oppure essere donne che ragionano e che scelgono ma, si badi, per questa ragione, troppo mascolinizzate.

Comunque sia, non se ne esce perchè, nel frattempo e non lo si neghi, se una donna arriva a 40 anni single, anche di ritorno o separata, si comincia a pensar male, si fanno mille illazioni e non solo da parte degli uomini ma, quel che è peggio, da parte delle donne, in barba all’agognata solidarietà femminile. Una donna sola, ancora oggi, è guardata con sospetto. Un uomo, assolutamente no.

Ma la cosa che più amareggia è che le donne, secondo me, si sono divise in due categorie come conseguenza dell’equivoco iniziale: quelle che sperano e quelle che hanno smesso di sperare. Le prime credono, si fidano e, per questo, possono anche imbattersi in situazioni drammatiche.

Le secondo credono, anche, ma in se stesse. Sanno che la cosa più importante è rispettarsi, proteggersi e volersi bene. Sanno che devono imparare tutto e devono essere in grado di fare tutto da sole, anche l’ennesimo attacco di panico.

Sanno che devono costruire il proprio equilibrio, ogni giorno, con fatica. Sanno che dovranno sudare il proprio lavoro Non che abbiano smesso di credere nell’amore, semplicemente non credono che l’uomo sia un essere superiore. E così, si proteggono.

Questo fa cadere molti miti, se ci si pensa. Ci fa riflettere e cogliere la contraddizione di una società, tutta in tutte le sue declinazioni, che ci parla di quote rosa, di parità di diritti e, al contempo, riesce a trasmettere il messaggio della donna come di un semplice oggetto e gli uomini come vittime pronti a stigmatizzare l’aggressiva mascolinità della donna.

E’ importante fare questo, non solo “sentimentalmente parlando”, diramare questa confusione, una volta per tutte. Pensarci.

E impariamo a difenderci, ovunque andiamo: a lavoro, a scuola, in palestra, al cinema, nei social network, in viaggio, in taxi, in metropolitana e quando concediamo il nostro numero di telefono: impariamo- senza voler generalizzare – che il mondo è cambiato, davvero e che le notizie tremende che i media ci danno sono pazzesche e terribili. E riguardano tutte.

Sollecitiamo le istituzioni ad un cambiamento dal basso creando percorsi sinergici tra famiglie e scuole, il ruolo degli insegnanti è fondamentale.

Sedici anni rappresentano un’età difficile, è necessario spiegare, soprattutto alle ragazze, l’importanza di volersi bene, il calore dell’autoaccettazione, una educazione sentimentale.

Una rivoluzione culturale che passi, anche, attraverso una educazione sessuale, finalmente impartita nelle scuole e dei corsi di autodifesa gratuiti per le donne.

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