Guerra alla scuola, sforbiciata alla dignità

Ci siamo. I docenti italiani sono sull’orlo di una crisi di nervi così come sono, avviliti, mortificati, derubati. Avviliti da un sistema che continuamente richiede loro di fare più di quanto permettano gli strumenti a disposizione; mortificati dal falso richiamo ad una meritocrazia che ad oggi non ha visto riconoscimento; derubati di quelle poche certezze che, se non altro in passato, hanno reso questa professione dignitosa.

Adesso non sarà certo il recente passo indietro del ministro Profumo a rivitalizzare una professione da tempo progressivamente ammalata. Gli effetti di ciò che i vari governi hanno tolto, o, se vogliamo, non hanno dato al settore scolastico sono sotto gli occhi di tutti, a partire dall’edilizia: quasi il 50 % degli edifici non possiede le certificazioni di agibilità e addirittura il 65% è privo del certificato di prevenzione incendi.

Ancora una volta è il Patto di Stabilità a sforbiciare sugli investimenti in un settore di primaria importanza, come quello della scuola, che dovrebbe essere l’apparato propulsore di un Paese con lo sguardo al futuro.

Negli ultimi anni, poi, contro di essa sembra essersi consumato un autentico complotto politico di dimensioni spropositate: in calce, ma solo perché in ordine cronologico, la legge 169 del 2008 che ad oggi ha privato la scuola italiana di oltre 7 miliardi di euro donando, al contrario, più di 80.000 docenti “stabilmente” precari.

In termini pratici e spiccioli, significa che un insegnante adesso può trascorrere il doppio degli anni in attesa di un contratto a tempo indeterminato e, considerato che la media prima del succitato provvedimento era di circa quindici anni, il calcolo è semplice.

E’ a questo punto che professori e maestri battono tutte le strade possibili, compresa quella del concorsone recentemente bandito, anche se questo vuol dire dover mettere nuovamente in discussione la propria esperienza nella scuola per difendere a denti stretti un posto che in realtà gli spetterebbe di diritto.

Il vero problema è che nessun ministro sarà mai in grado di risolvere la questione “scuola pubblica” con zero investimenti, o, quel che è peggio, apportando continue sforbiciate.

Profumo deve essersene reso conto se all’approvazione dell’emendamento che reintroduce (in seguito alle numerose polemiche) le 18 ore per gli insegnanti ha dovuto specificare che la necessaria copertura si è trovata “senza intaccare la parte centrale del Ministero”.

I conti non tornano. Due punti nella fattispecie non quadrano: i 47,5 milioni che proverrebbero dal fondo per il miglioramento dell’offerta formativa in cui si specifica che questa non sarà “pregiudicata” e il riferimento ad ulteriori risorse derivanti da un altro fondo che è stato alimentato in passato da quanto accantonato con vecchi tagli.

In buona sostanza, il Governo restituisce le consuete 18 ore settimanali ai docenti della scuola secondaria di primo grado scucendo un lembo di stoffa da qualche altra parte del già liso vestito. Non ci sembra una buona mossa. E l’abituale “contentino” non agisce più. Il mondo della scuola è di nuovo sul piede di guerra.

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