Il futuro potrebbe presto cambiare per quelle persone che ogni convivono con una malattia sinora invincibile

la ricerca sul Parkinson

C’è una buona notizia: una delle peggiori malattie degenerative croniche, il Parkinson, potrebbe non essere più una condanna ineluttabile per chi è predisposto. Due anni, tanto ancora potrebbe realisticamente mancare, sono pochissimi rispetto ai passi già fatti.

Il futuro, insomma, può cambiare per chi la condanna ce l’ha scritta nel Dna. Ricordate la faccia perennemente ragazzina che permise a Michael J. Fox di interpretare per tre film di seguito uno studente che andava e veniva dal futuro su una Delorean? Ricorderete che Marty McFly, quel ragazzino, il futuro riusciva sempre a rimetterlo sui binari giusti.

Fox si è ammalato giovanissimo di Parkinson. Il patrimonio personale lo ha investito nella ricerca sulla malattia. E pare che stavolta, il futuro stia per cambiarlo sul serio. Con la caccia ai biomarkers, sostanze prodotte dal paziente che consentono di scoprire il Parkinson prima di subirne i sintomi. E di valutare l’impatto delle terapie.

La Delorean di Michael J.Fox si è chiamata ricerca. Uno dei venti centri al mondo finanziati anche dall’ex ragazzino che cammina nel futuro è a Salerno.

Il professor Paolo Barone del centro per le malattie neurodegenerative (Cemand) dell’Università di Salerno, è anche il presidente della Dismov – Sin, la sezione italiana dell’Americana Movement Disorders Society. Assieme alla Limpe, presieduta dal professor Gianni Abbruzzese, come ogni anno organizza la giornata mondiale del Parkinson. Strutture aperte in tutta Italia, manifestazioni, conferenze e spettacoli per informare ed – un po’ – esorcizzare la paura di una malattia ogni anno più gestibile. Queste le dichiarazioni rilasciate in una intervista per il quotidiano “Il Mattino” di Napoli.

Professore, è pronunciabile la parola «prevenzione»? «Dopo anni di ricerca possiamo dire che il farmaco neuroprotettore è nei cassetti delle imprese farmaceutiche».

Cosa si attende a tirarlo fuori? «Prima di avviare la sperimentazione occorre andare avanti con i biomarkers. Saremmo già in grado di individuare nella popolazione i soggetti portatori di rischio, ossia che potrebbero richiedere la terapia neuriprotettiva. Ma il lavoro sui biomarkers predittivi del male deve essere concluso. Prima di avviare una campagna sulla popolazione occorre essere in grado di offrire certezze diagnostiche e terapeutiche. Altrimenti si fa un’operazione prematura e poco corretta».

La sperimentazione dei farmaci neuroprotettori, dunque, realisticamente potrebbe partire a breve. «Due anni sono una previsione affidabile. Il programma della Michael J. Fox Foundation scade fra quattro anni. Ma la ricerca si è spinta abbastanza avanti».

A chi si rivolgerebbe? «Ai soggetti portatori di fattori di rischio che siamo in grado di individuare capillarmente. Si comincerebbe dalla platea dei familiari dei parkinsoniani, ad esempio, con un test. Chi soffre di perdita dell’olfatto, depressione, disturbi comportamentali del sonno ( ndr sogni vividi e angoscianti che agitano profondamente chi dorme), stipsi, farà bene a sottoporsi al controllo dei biomarkers, appena sarà possibile».

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