Il 7 novembre l’Istituto d’istruzione superiore “Pertini-Santoni” di Crotone ha ospitato Gherardo Colombo che, a differenza di molti, non voglio definire ex magistrato perchè magistrati si nasce e non si smette, mai, di esserlo neanche quando si abbandona la toga.

Non ha bisogno di presentazioni Colombo, che inizia la sua battaglia per la giustizia e con la giustizia nel 1974 e all’età di sessant’anni decide di lasciare la magistratura perchè: «In Italia quella tra cittadino e legalità è una relazione sofferta, la cultura di questo Paese di corporazioni è basata soprattutto su furbizia e privilegio.

Tra prescrizioni, leggi modificate o abrogate, si è arrivati a una riabilitazione complessiva dei corrotti». «Voglio incontrare i giovani e spiegare loro il senso della giustizia». «Mi sono convinto che, affinché la giurisdizione funzioni, è necessario esista una condivisa cultura generale di rispetto delle regole».

E lì è cominciato il futuro: se la vita è l’arte dell’incontro, Gherardo Colombo di incontri ne ha fatti tanti, tantissimi, in questi anni e ha parlato con i ragazzi, con le nuove generazioni che sono il futuro.

E’ un’emozione a rilascio progressivo ascoltarlo nell’auditorium stracolmo di scolari dapprima timidi, poi impacciati e, infine, sciolti dalle paure e pronti alle domande.

Colombo parla, discute, esorta e spiega concetti e principi di difficile comprensione con estrema naturalezza e arriva dritto alla mente dei ragazzi perchè spiegare il diritto è semplice, raccontare la fondamentale importanza delle regole lo è ancor di più, basta guardare all’uomo.

La regola traduce il buon senso, la moralità e l’uguaglianza degli uomini. “La giustizia non può funzionare se il rapporto tra i cittadini e le regole è malato, sofferto, segnato dall’incomunicabilità”, prosegue Colombo.

Se non si conoscono le regole, ciascuno di noi vive nella inconsapevolezza, ignaro dei propri diritti e dei propri doveri ed un uomo che non sa combattere e che non sa difendere i propri diritti, non è un uomo ma uno schiavo in balìa degli eventi, dell’arrogante, del corrotto.

La conoscenza delle regole è lo strumento più efficace ad eliminare quel black out dato dall’incomunicabilità, è l’unica cosa che ci permette di diventare ed essere cittadini facenti parte di una cittadinanza piuttosto che sudditi.

Praticare i propri diritti e, prima, conoscerli, consente l’emancipazione, la possibilità di relazionarsi con gli altri interagendo vicendevolmente senza mai perdere l’indipendenza del proprio cervello.

Diventare protagonisti perchè parte delle istituzioni che, solo così, possono diventare, davvero, rappresentative, “possedere l’autonomia del pensiero e stare in piedi piuttosto che seduti, lavorare oggi per vedere qualcosa domani”.

Insiste, Colombo, sulla ineludibile esigenza di un trattamento paritario che è la premessa per la realizzazione della parità di tutti mentre, le sentenze, molto spesso, non corrispondono a ciò che si è veramente verificato.

L’ordinamento giuridico italiano prevede tre gradi di giudizio, giustappunto, per scongiurare l’ipotesi dell’errore e, tuttavia, può accadere, nel mezzo delle fasi di un processo che si realizzi quell’”incomunicabilità” ovvero che venga meno la conoscenza di una regola o, peggio, che non la si rispetti e non si può non annuire insieme a Colombo quando afferma: “Se, come sembra a me, dal tentativo di realizzare la norma costituzionale dell’uguaglianza dei cittadini difronte alla legge, si è passati alla riaffermazione della disparità, bisogna chiederne conto non ai magistrati ma alla politica”.

La verità rende liberi e la consapevolezza rimane, sempre, la consapevolezza dell’azione: da qui parte la rivoluzione culturale di Gherardo Colombo.

A moderare l’incontro con Gherardo Colombo, oltre alla preside dell’istituto, il consigliere della Corte di appello di Perugia, Paolo Vadalà.

© Riproduzione Riservata

Commenti