Immigrati e nuove generazioni: ecco l’agenda della Casa Bianca che metterà subito di fronte a un bivio il rieletto presidente degli Stati Uniti nei prossimi quattro anni

Barack Obama tra la gente

Per uno studioso e un osservatore politico poche cose sono più istruttive del confronto con i propri studenti. Perché obbliga a mettere in discussione i propri convincimenti e pregiudizi, offre a suo modo uno spiraglio sul futuro, aiuta spesso a comprendere dilemmi e contraddizioni del presente. Questo semestre insegno qui negli Usa un corso sugli Stati Uniti e il mondo negli anni Settanta e Ottanta del Novecento.

Decadi, queste, sulle quali da un po’ di anni si soffermano gli studiosi nella convinzione che esse costituiscano uno spartiacque cruciale dell’epoca contemporanea: uno snodo storico che pose termine al periodo apertosi con la seconda guerra mondiale, determinò profonde trasformazioni sociali e culturali e alterò in modo significativo il sistema politico ed economico internazionale.

E, nel caso degli Stati Uniti, decadi che alterarono lo spazio della politica e del confronto pubblico, diedero spazio a soggetti fino ad allora discriminati – donne, minoranze, omosessuali – riconoscendone finalmente i diritti, e videro un impressionante aumento delle diseguaglianze economiche e un parallelo processo di riduzione della pressione fiscale, sui redditi individuali così come sui guadagni da capitale.
Un’America, quella che cominciò a delinearsi a partire dagli anni Settanta, con più diritti civili e più sperequazioni sociali. E un’America incline più del passato a porre l’individuo – il suo merito, le sue possibilità, ma anche le sue responsabilità e se necessario le sue colpe – al centro della discussione pubblica e politica. Questa dualità, potenzialmente contraddittoria, tra maggiore e minore uguaglianza – tra più diritti e meno equità – ha costituito uno degli agenti di trasformazione dell’America contemporanea. L’America che Obama o Romney saranno chiamati a guidare nel prossimo quadriennio ne è stata appunto un’America plasmata.

Per uno studente universitario statunitense di vent’anni non vi è ragione alcuna per giustificare divisioni, e discriminazioni, che apparivano quasi naturali solo poche decadi fa. Non vi è, ad esempio, nessun motivo per non riconoscere alle coppie omosessuali il diritto di potersi unire in matrimonio ed avere gli stessi diritti delle coppie tradizionali. Stando ad alcuni sondaggi recenti, il sostegno a questo diritto si colloca, tra gli under-30, attorno al 70%, con solo il 20% di contrari, laddove esso non supera il 35% tra la popolazione con più di 65 anni. Così come non vi è alcuna ragione per mantenere un’ostilità di principio ai matrimoni inter-razziali, che ancora all’inizio degli anni Novanta – quando nascevano i miei studenti di oggi – erano disapprovati dalla metà del paese. Oggi, i matrimoni tra bianchi e neri sono ritenuti normali dall’86% degli americani. Di nuovo, però, vi sono rilevanti differenze generazionali: tra chi ha più di 70 anni la percentuale scende al 61%; tra gli under-30 è al 97%.

È, l’America del 2012, un paese più inclusivo, che discrimina meno. Che non solo accetta, ma celebra la sua diversità. Nel farlo, non può che rigettare le posizioni di un partito repubblicano incapace d’intercettare tali cambiamenti, dandovi voce e rappresentanza. Un partito che su questo sembra davvero collocarsi fuori dalla storia. Non a caso, tra i giovani Obama raccoglie molti più consensi. Nel 2008, Obama ottenne il 66% del voto under-30 contro l’appena 31% di John McCain. Stando agli ultimi sondaggi, il risultato non dovrebbe essere così diverso nel 2012, anche se l’incognita (e il problema per Obama) rimane il tasso di partecipazione elettorale di questa fascia di votanti.

E però questi giovani, cresciuti nel contesto di una discussione pubblica centrata sui diritti e sulle responsabilità dell’individuo, prestano molta meno attenzione alla questione della disuguaglianza crescente, spesso letta come il portato inevitabile di una società che premia il successo e non può che punire il fallimento. Non vi è, tra gran parte dei miei studenti, indignazione alcuna per le differenze di reddito crescenti né particolare simpatia per politiche redistributive o, anche, semplici proposte di innalzamento della pressione fiscale. Vi è, al contrario, preoccupazione per i conti pubblici in sofferenza e per la pesante ipoteca che il debito crescente pone proprio alle future generazioni (al punto che in molti sondaggi il tasso di preoccupazione per il debito è più alto tra gli under-30 che tra gli altri segmenti dell’elettorato).

Questi cambiamenti culturali e sociali s’intrecciano con quelli demografici, ai quali contribuiscono in maniera decisiva i nuovi flussi migratori dell’ultimo quarantennio. Che hanno trasfigurato il volto di alcune parti degli Stati Uniti e concorso, tra le altre cose, a evitare un aumento maggiore dell’età media del paese, cresciuta comunque dai 33 anni del 1990 ai 36 di oggi. La popolazione di origine ispanica (proveniente per la gran parte dal Messico, dai Caraibi e dai paesi centro-americani) è aumentata a ritmi vertiginosi, passando dai 35 milioni del 2000 ai 50 milioni dell’ultimo censimento del 2010. Si tratta del 16.3% della popolazione complessiva (era il 12.5% nel 2000), che però cresce al 23% della popolazione con meno di diciassette anni: quasi un quarto dei minorenni sono cioè ispanici. E si tratta di un elettorato ormai decisivo in alcuni stati, nel sud-ovest del paese e non solo.

Le rigide posizioni repubblicane in materia d’immigrazione spingono al momento molti elettori ispanici verso i democratici. Proprio per questo, il partito repubblicano sarà chiamato negli anni a venire a modificare le proprie posizioni, come sollecitato recentemente dall’ex governatore della Florida Jeb Bush, pena il rischio di essere confinato in un recinto elettorale sempre più stretto e angusto.

Ma sono entrambe le parti a dover riflettere su queste trasformazioni dell’America, per aggiornare le proprie proposte e, anche, il proprio lessico. E per recuperare una credibilità che la politica, spesso troppo lenta nel riflettere e intercettare questi cambiamenti, sembra oggi avere perso.

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