Nel 1994 ci fu un’altra intesa di “pacifica convivenza” tra istituzioni e criminalità organizzata: le garanzie del duo Berlusconi-Dell’Utri furono il nuovo elemento “cardine”

Marcello Dell’Utri

C’è la caduta del muro di Berlino e i suoi effetti sugli scenari nazionali, c’è la ricostruzione storico-sociologica di un’epoca, c’è lo studio degli assetti di potere e delle “aspirazioni” della criminalità organizzata: in 21 pagine la Procura di Palermo racconta cosa accadde nel Paese dal 1989 in poi. E tira le conclusioni. Cosa fu la trattativa Stato-mafia? Chi la volle e chi la rese possibile?

Domande alle quali i pm che oggi hanno depositato una sorta di summa di 4 anni di indagine, giunti ormai al vaglio del gip che dovrà decidere il rinvio a giudizio di 12 tra capimafia, politici e ufficiali dell’Arma, tentano di rispondere. Una memoria che rappresenta anche l’ultimo atto a Palermo del procuratore aggiunto Antonio Ingroia, prima della sua partenza per il Guatemala. Partendo da lontano, da quando cioè la fine della guerra fredda e il crollo del muro di Berlino fecero venire meno la “giustificazione storica della collaborazione con la grande criminalità”.

Comincia così la memoria che disegna le fasi del patto che la mafia avrebbe stretto con pezzi delle istituzioni. Comincia come cominciavano le conclusioni scritte, sempre dai pm di Palermo, su una grande inchiesta poi archiviata che prese il nome di Sistemi Criminali. Lo Stato a un certo punto volta le spalle alla criminalità.

Il vecchio sistema è alle corde. C’è la crisi economica, c’è Tangentopoli. È in questo quadro complessivo che va inserita la strategia di alleanze che Cosa nostra organizza in quella nebulosa e complessa fase storica di transizione tra Prima e Seconda Repubblica, quando concepisce un piano di destabilizzazione del quadro politico tradizionale.

L’incipit è l’omicidio dell’eurodeputato Salvo Lima, proconsole andreottiano in Sicilia, emblema dei vecchi referenti politici delle cosche.

“Dobbiamo fare la guerra allo Stato per poi fare la pace”, dice il boss Totò Riina ai suoi. E così tenta di fare nella ricerca di un nuovo soggetto col quale venire a patti. La morte di Lima spaventa molti: come l’ex ministro Calogero Mannino, tra i 12 imputati, che grazie ai suoi contatti coi carabinieri del Ros avrebbe iniziato a trattare per avere salva la vita. Ci sono i contatti tra gli ufficiali e l’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino, trait d’union con il padrino di Corleone, poi c’è il papello con le richieste della mafia allo Stato. Dopo l’arresto di Riina cambiano i referenti: entrano in scena Marcello Dell’Utri e il capomafia Bernardo Provenzano. Ma la logica è la stessa. La ricerca del nuovo patto politico-mafioso.

Nel ’93 c’è bisogno di dare una scossa al dialogo. E arrivano le bombe di Milano, Roma Firenze. “Che – scrivono i pm – questa volta produssero qualche frutto”: l’allentamento dei 41 bis, un segnale di disponibilità ad andare incontro ai desiderata di Cosa nostra”. La trattativa in questa fase arriva a toccare i più alti vertici istituzionali (accusati nella memoria della Procura di “amnesia collettiva”). Sostituiti i ministri ritenuti troppo intransigenti come Claudio Martelli e Vincenzo Scotti, ecco Nicola Mancino al Viminale e Giovanni Conso alla Giustizia.
E in questo mix mafioso-istituzionale boss e pezzi dello Stato agiscono “in nome di una male intesa e perciò mai dichiarata ragione di Stato”.

Nel reato commesso dai padrini – la violenza a Corpo politico dello Stato perpetrata con le bombe – concorrerebbero, secondo i magistrati, l’allora capo della polizia Vincenzo Parsi, il vicedirettore del Dap Francesco Di Maggio (entrambi morti) che, “agendo entrambi in stretto rapporto operativo con l’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, contribuirono al deprecabile cedimento sul 41 bis”.

Si arriva così al 1994 quando, secondo il quadro ricostruito dalla Procura, la ricerca di Cosa nostra arriva al punto e il patto si salda. Il destinatario dell’ultima minaccia è il neopremier Silvio Berlusconi. Si sfiora la strage con il fallito attentato all’Olimpico: messaggio intimidatorio chiaro che a Berlusconi sarebbe stato portato da Dell’Utri. Poi arriva la pace. “Si completò, in tal modo – concludono i pm – il lungo iter di una travagliata trattativa che trovò finalmente il suo approdo nelle garanzie assicurate dal duo Dell’Utri-Berlusconi (come emerge dalle dichiarazioni dei pentiti Spatuzza, Brusca e Giuffrè)”.

“La presenza di un governo tecnico – scrivono i pm nella memoria – determinò la necessità di continuare dietro le quinte una trattativa più squisitamente politica, finalizzata cioè a trovare un nuovo referente politico azione poi sfociata nell’accordo politico-mafioso, stipulato, nel 1994, non prima di avere rinnovato la minaccia al governo Berlusconi appena insediatosi”. I magistrati parlano dei “gravissimi messaggi minacciosi che si succedettero nel 1993 e all’inizio del 1994, anno in cui, al Governo presieduto dall’onorevole Berlusconi, Brusca e Bagarella fecero recapitare, attraverso il canale Mangano-Dell’Utri, l’ultimo messaggio intimidatorio prima della stipula definitiva del patto politico-mafioso”.

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