Nel mondo si contano 400 milioni di persone ansiose e 350 mln di depressi: molti di loro pensano che basterà una boccetta di benzodiazepine per risolvere il problema ma l’emergenza richiede una riflessione ben più ampia. Lo spirito del tempo è uno spirito ansioso: ansia, angoscia e paura (anxiety) fanno parte, ormai, delle conversazioni quotidiane. L’anxiety è uno dei disturbi più diffusi, spaventosamente democratico, resistente al tempo e indifferente all’anagrafe: l’attacco di panico, più generalmente ansia (ma sono doverosi dei distinguo) attanaglia la vita di quasi chiunque.

Chi ne soffre non è mai solo perché nel mondo ci sono 400 milioni di ansiosi (dato dell’organizzazione mondiale della Sanità): i depressi sono, “soltanto”, 350 milioni. Stipata nel comparto a zip di milioni di borsette, la boccetta di benzodiazepine è la testimonianza tangibile della diffusione di questo disturbo, quasi una pandemia: cinque gocce e la paura passa. Ma non funziona così, in realtà. Charles Darwin, padre dell’evoluzionismo, ha sofferto di panico per molti anni per poi morire ad 82 anni per un attacco di cuore. Federica Pellegrini l’ha sdoganato durante le sue performance acquatiche ma già da anni, fortunatamente, se ne parla e gli outing, in questo senso, non possono che far del bene; anche Gassman, Ambra Angiolini, Carlo Verdone, solo per osservare la punta dell’iceberg e sentirsi sollevati dal fatto che il “panico” è problema anche di “vip”. Il cuore batte all’impazzata, le mani tremono insieme alla mascella, la gola stringe e le gambe non reggono poi, il senso di oppressione toracica, la bocca è secca mentre la testa gira o meglio sembra galleggiare nell’acqua ma, attenzione, tutto questo sembra. Si perché l’attacco di panico è un “sembrare vero” ma non è vero e, tuttavia, tutto ciò che è creduto esiste: contro questo black-out del cervello bisogna lavorare. Il disturbo più diffuso tra gli americani è l’ansia generalizzata che colpisce 8 persone su cento mentre il disturbo da attacco di panico interessa il 2, 3 per cento della popolazione.

In Italia le cose sono migliori ma solo un po’: il dato più recente riguarda la popolazione di Firenze, il 9 per cento della quale soffre di un disturbo di ansia, almeno, nel corso della vita e nella nostra città questo disagio è più che radicato. Dobbiamo, però, fare delle differenze e delle precisazioni. La paura, in sé, è sinonimo di prudenza, fa rima sia con l’istinto di sopravvivenza  che con l’ umiltà intesa come sincero riconoscimento dei propri limiti e, dunque, rispetto di sé stessi: il problema è quando la paura diventa angustia impedendoci di vivere, ostacolando il nostro rapporto con l’esterno fino a bloccarlo. Quella disperazione che ci fa sentire minacce laddove non ci sono, che ci fa percepire un peso sul cuore quasi un leone pronto a sbranarci e la terra come franare ai nostri piedi: Sofocle diceva che chi ha paura non fa che sentir rumori. Eppure tutto questo non è vero: l’ansia è un disturbo sine materia ma quella patologica va curata e lo capiamo, appunto, dalla sua intensità, dalla sua durata persistente, dalle eccessive visite al pronto soccorso e dalle troppe porte sbattute in faccia da medici “sensibili”.

Per una parte della psichiatria non si può attribuire nessuna colpa alla società e all’ambiente inteso anche come problemi personali, eventi traumatici che possono aversi nel corso della vita e che funzionano come elementi slatentizzanti il disturbo: l’ansia è, essenzialmente, un disturbo del cervello, una combinazione di molecole non perfetta, una predisposizione genetica, insomma. Altra teoria collega l’ansia a motivi esistenziali, come reazione ad un dolore, ad uno stress, ad un conflitto e, dunque, ansia come espressione della psiche che va ricondotta alla esperienza del singolo e mai generalizzata. Platone diceva che le idee (anima) si calano nel corpo piegandosi ad un compromesso, in una qualche maniera mentre nella Bibbia si racconta di Dio che insuffla il pneuma per animare le membra. Tutto questo induce ad una riflessione. Non possono accettarsi supinamente o, comunque, senza moto di contrasto le interpretazioni riconducibili ad un franco riduzionismo biologico per “spiegare” le cause dell’ansia e ciò solo partendo da un dato ormai assodato: nel nostro cervello vi sono aeree che si modificano in base all’esperienza, il cosiddetto cervello plastico che si modifica nel tempo e che convive con l’altra aerea, quella meccanica o deterministica che risponde al codice genetico ed alle sue regole.

E’, quindi, l’esperienza che può strutturare certe zone del nostro cervello, esperienza qui intesa come sostituzione di situazioni dolorose a situazioni più tollerabili e, laddove possibile, la loro totale eliminazione: esperienza intesa come rivoluzione da apportare nelle nostre vite per renderle esistenze più felici e più somiglianti a noi stessi. Come dire che se è vero che la verità rimane sempre nel mezzo di un equilibrio, è vero anche che i mali dell’anima pretendono amore perchè solo l’amore può curare. La prima forma d’amore, quella che non può mancare, è verso sé stessi, base di tutto, strumento di auto discussione coraggiosa, di domande fondamentali e di capacità di azionamento delle risposte, che si trovano.

La famiglia gioca un ruolo dirimente nel percorso di uscita da questi problemi, piccoli o grandi che siano. Ma soprattutto la fede riesce a dare senso e forza, resistenza ed ottimismo. Invero, servirebbe, a corollario anche una maggiore sensibilità/ solidarietà da parte delle strutture sanitarie e da chi le anima che significa rendersi conto che chi soffre di ansia, oggi, chi arriva al pronto soccorso stremato dall’ultimo attacco di panico non è né matto né ipocondriaco o nullafacente ma, semplicemente, una persona che, vivendo un disagio, lo sta esprimendo seppur in una forma sterile. Regalare uno sguardo buono piuttosto che uno di derisione sarebbe un gran gesto di umanità. Sembra, infatti, che la legge della vita sia scritta più nel segno della paura (atavica) che in quello della gioia forse perchè la vita preferisce chi ha incontrato se stesso e sa chi davvero è rispetto a chi ha evitato di farlo per non correre il rischio di arrivare alla fine senza essere mai davvero nati.

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