Il coraggio e la vulnerabilità sono i temi centrali di una professoressa americana molto stravagante, che sta riscuotendo enorme successo in questo momento. Brené Brown dell’Università di Boston dopo essere stata invitata a parlare alla Ted Conference (conferenza annuale che nasce in California per diffondere le idee degne di essere diffuse su qualsivoglia tema, oggi diventata un appuntamento biennale anche in paesi diversi dall’America) aveva una vita tranquilla “quella di una qualunque professoressa che ama il suo mestiere”.

I contenuti dei suoi discorsi sono, in un certo senso, rivoluzionari come tutti i concetti che afferiscono alla normalità. Perchè nessuno pensa più o ci ha mai pensato, a come potersi sentire “interi, accettati e soddisfatti mettendo in equilibrio vulnerabilità, coraggio e autenticità”.

Si riscontra parecchio scetticismo verso questi temi, si rinviano, bocciati, a certe religioni o filosofia di vita distanti e incomprensibili eppure risultano argomenti centrali per vivere la propria vita seriamente. In realtà, se non ci si sente interi e immagino che la sensazione debba essere sia tattile che emotiva, se non ci si accetta operando una difficilissima sintesi tra la propria identità, le proprie debolezze e il coraggio di vivere tutto questo allo stesso modo e con la stessa intensità, la propria vita potrebbe assumere quel triste connotato di mediocrità che si rifugge e si deve rifuggere, sempre e comunque.

La Brown parla di “esposizione emotiva”nel suo libro, “The Gift of Imperfection” ovvero “I doni dell’imperfezione” e nei suoi video, visibili su Youtube, come di una benedizione, di rischio e di incertezza come i detonatori per aspirare a costruirsi una vita vera.

Paradossalmente, risulta difficile essere imperfetti e vulnerabili in una società che ci sceglie e che sceglie i nostri pensieri, il nostro cibo, i nostri vestiti e le nostre canzoni e chi va nella direzione del Se diventa anormale, quasi pazzo, comunque risibile. Fondamentale è la comunicazione tra gli essere umani ma quella vera, quella che dal cuore va alla mente e suona parole che Brenè chiama, appunto, “di connessione”.

Comunicare e creare legami sinceri sulla base di quella autenticità/vulnerabilità che dovrebbe essere il compito, precipuo, per ciascuno di noi e, ancor prima, imparare a dare valore a se stessi: facile per alcuni, meno per altri. Il mondo si divide, infatti, in due: le persone che sono cresciute circondate da amore, accoglienza e senso di approvazione e quelle che, invece, tutto questo, non l’hanno avuto.

Queste persone devono imparare, su strada, a sentirsi, percepirsi come meritevoli indipendentemente da quante cose riescono a fare.

Imparare il loro coraggio e la loro vulnerabilità, soprattutto quest’ultima perchè preziosissima all’incontro con se stessi, vero scopo della vita, elemento fondamentale per arrivare alla costruzione di rapporti umani nel vero senso della parola umanità e della capacità di amare.

“Invece di demoralizzarsi-scrive Brené- pensando a tutte le imprese che non saremo mai capaci di fare, si può cominciare con i piccoli passi, i primi, nelle nostre esistenze quotidiane. Praticare il coraggio straordinario di vivere le nostre vite qualsiasi. Il coraggio di comunicare con gli altri senza maschere, mostrandoci per quello che siamo. Il coraggio di mettersi in gioco piuttosto che restare in panchina. Di amare con tutto il cuore anche se si rischia di restare feriti. Di tenersi le rughe. Di essere grassi e volere essere amati nonostante questa imperfezione”.

Leggere e ascoltare Brené Brown mi ha fatto rimandata alle parole di un altro scrittore, grande scrittore e grande giornalista, Tiziano Terzani, che anni fa, seppur in modo diverso e percorrendo strade completamente differenti, scriveva dell’incontro con noi stessi:” Arrivare a questo è forse la sola vera meta del viaggio che intraprendiamo nascendo:un viaggio di cui io stesso non so granchè, tranne che la sua direzione-ora ne sono convinto-è dal fuori verso il dentro e dal piccolo sempre verso il più grande”.

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