L’ultimatum di Berlusconi riapre i giochi e divide il partito: “falchi” in rimonta. Il Cavaliere ora avverte Monti: “forse ritiriamo fiducia, recessione senza fine”

Silvio Berlusconi

«Sì, sì voi fate le primarie. Ho capito che mi devo difendere da solo». L’attacco di Silvio Berlusconi è alle toghe, ma la sfida è a coloro che nel partito «si preoccupano più del futuro di Monti che del mio».

Una sorta di «vuoi bene più a papà o mamma» dietro al quale il Cavaliere ieri ha messo in fila tutti coloro ai quali ritiene di aver fatto un piacere e un regalo mettendosi da parte e consentendo la nascita del governo Monti che ha tranquillizzato il Quirinale di Giorgio Napolitano ma anche la Germania della Merkel.

A loro Berlusconi manda a dire che non pensava di essere ripagato con una sentenza che, se verrà confermata, rischia di metterlo nella prossima legislatura fuori dal Parlamento o in mano ai voleri di una giunta per le autorizzazioni a procedere che dovrà decidere se tenerlo o farlo decadere da senatore. Come un kamikaze imbottito di tritolo, Berlusconi è pronto a far saltare la legge di stabilità, il governo Monti e la stessa stabilità dell’Italia nell’eurozona a cui tiene tanto la Merkel, se non gli verrà garantita agibilità politica.

L’attacco è ad alzo zero e l’ira del Cavaliere si scatena di prima mattina. Infatti alle sette Silvio Berlusconi ha già letto tutti i giornali e appuntato su un foglietto più di una riflessione. «Vogliono farmi fuori. Qui qualcuno fa finta di non capire!», sbotta il Cavaliere che alle otto comincia a tirare giù dal letto tutti i suoi più stretti collaboratori.

«Basta! Più mi fate fare passi indietro e più si avvicina il fosso». Berlusconi è una furia e non si fa passare nessuna delle preoccupatissime telefonate che arrivano da Roma. Il tam-tam nel partito vola e alle dieci della mattina si rincorre la voce di un Berlusconi senza freni e pronto a convocare una conferenza stampa nella quale annunciare la volontà di staccare la spina al governo e una nuova discesa in campo che avrebbe azzerato, di fatto, il passo indietro annunciato solo qualche giorno fa e condiviso – con sollievo – dal segretario Alfano.

Stavolta è proprio l’ex Guardasigilli a fare la voce grossa minacciando, seppur attraverso l’avvocato Ghedini, le dimissioni se Berlusconi avesse annunciato una sua propria lista e l’azzeramento del Pdl e delle primarie. Anche se il rapporto con Alfano è tesissimo da tempo, a poche ore dalle elezioni siciliane, il Cavaliere decide di non rischiare e frena la lingua. Il messaggio che annuncia in diretta televisiva parla comunque chiaro e contraddice di fatto la linea fin qui seguita dal segretario, e da tutto il Pdl, specie nel rapporto con il governo Monti.

L’attacco al governo è durissimo e coinvolge anche il profilo dei rapporti europei di Monti. Un cambio repentino di linea che spinge la Santanchè a chiedere «le dimissioni» di Alfano da segretario del Pdl, e obbliga al silenzio quasi tutta l’ala moderata del partito con il solo Osvaldo Napoli a replicare «alla traditrice Santanchè».

A scatenare la furia del Cavaliere la convinzione che la linea delle «colombe» interne al Pdl, tutte pro Monti e Ppe, non stia pagando e che il suo stare in disparte sottoscrivendo i documenti di Ferrara attraverso i quali dichiarare la volontà di ritagliarsi un ruolo da mero «allenatore» di giovani promesse, abbia in fin dei conti scatenato la magistratura in una sentenza che definisce «una vera e propria porcata».

Il Cavaliere non ci sta e ai suoi che tentennano ricorda in diretta tv di essere «il presidente» e «il fondatore del Pdl». Un modo, nemmeno tanto implicito, per riprendersi il partito che è pronto a smontare e ricostruire non solo sulla base delle attese dell’elettorato, ma anche sulla base della fedeltà che i singoli esponenti offriranno nelle prossime ore. Ieri si è avuto un assaggio di tutto ciò con la corsa di molti big del partito in direzione di Villa Gernetto. Nei prossimi giorni Berlusconi misurerà il tasso di fedeltà dei suoi sul contenuto della legge di stabilità che di fatto rappresenta l’asse portante, e conclusivo, del lavoro fatto dal governo dei tecnici. Un lavoro che ieri il Cavaliere ha di fatto delegittimato evocando la cancellazione dell’Imu, il rapporto «violento» di Equitalia con i contribuenti e il risultato recessivo del governo-Monti.

Ricostruendo, a suo modo, gli ultimi e decisivi passaggi del suo governo, Berlusconi ha tentato di sottolineare il gesto di «responsabilità» lasciando quindi intendere che altrettanta sensibilità non c’è stata nelle «toghe politicizzate» di nuovo destinatarie delle nota riforma delle giustizia in salsa berlusconiana. La preoccupazione principale dell’ex premier è per le sue aziende che per prime ieri l’altro hanno subito pesanti perdite in borsa. Nella riunione d’emergenza di venerdì sera con i figli, nella quale è stata decisa la linea dura, sarebbe emerso il timore di altri pesanti conseguenze qualora anche il processo Ruby dovesse finire in maniera altrettanto catastrofica.

«Hanno ferito la tigre Berlusconi che reagisce a modo suo suonando la carica per la rivoluzione liberale», sostiene Francesco Pionati. Resta ora da vedere se tutti i big del partito, a cominciare da Alfano, Frattini, Cicchitto, Schifani, Fitto e Quagliariello, avranno voglia di rimettersi nuovamente dietro la solita barricata.

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