Il maggiordomo deve restare in cella: niente grazia del Papa dopo la sentenza e scoppiano polemiche roventi

Paolo Gabriele

Come all’epoca della breccia di Porta Pia, il Vaticano, da oggi, ha il suo carcerato. E che carcerato. Paolo Gabriele, il maggiordomo del Papa, attorno alle 15 di oggi ha varcato la soglia di una cella nella caserma della gendarmeria dove – salvo una grazia papale che sembra allontanarsi – potrebbe rimanere sino a Natale del 2013.

A comunicare la decisione è stata la segreteria di Stato vaticana con una dura nota nella quale ha informato che la sentenza dello scorso 6 ottobre è divenuta definitiva in assenza di ricorsi in appello della difesa e dell’accusa. Se l’avvocato di Paolo Gabriele, Cristiana Arru, aveva tre giorni dalla sentenza, e vi ha rinunciato, il rappresentante dell’accusa – il giudice della corte d’appello vaticana Giovanni Giacobbe – aveva tempo fino ad oggi per ricorrere contro la decisione del primo grado. E anche lui, ovviamente, ha rinunciato. Nulla di nuovo, dunque, se non che, nel corso delle settimane che avevano condotto al dibattimento, erano montati i ‘rumors’ di una grazia che il Papa avrebbe concesso prima ancora che scattasero le manette. Ma così non è stato.

La segreteria di Stato guidata dal cardinal Bertone, infatti, oggi ha precisato che la grazia pontificia “presuppone ragionevolmente” – condizioni evidentemente non riscontrate – “il ravvedimento del reo e la sincera richiesta di perdono al Sommo Pontefice”. Rincara la dose affermando che fotocopiando proditoriamente documenti riservati della Santa Sede e facendoli filtrare ai giornali italiani e a Gianluigi Nuzzi, che ne ha pubblicati alcuni nel bestseller ‘Sua Santità’, Paolo Gabriele ha recato “un’offesa personale” al Papa, ha “violato il diritto alla riservatezza di molte persone che a Lui si erano rivolte”, ha creato “pregiudizio alla Santa Sede” e “causato scandalo alla comunità dei fedeli”. Il nodo, insomma, non è più il solo “furto” per cui – unico capo d’accusa formale – l’ex assistente di camera del Pontefice è stato processato. Infine, Paolo Gabriele, a differenza di quanto fatto intendere sinora, perderà lo stipendio e qualsiasi possibilità di un impiego futuro in Vaticano.

Condannato, con sconto di pena, a 18 mesi, Paolo Gabriele dovrà scontare in cella un periodo da cui va sottratto il periodo di cinque mesi trascorsi tra carcerazione preventiva (dal 23 maggio all’11 agosto) e arresti domiciliari nella sua casa in Vaticano (da agosto sino ad oggi). Rimangono, dunque, 13 mesi. In una cella di quella gendarmeria che, durante il dibattimento, ha accusato di maltrattamenti: niente cuscino la prima notte, luce accesa 24 ore al giorno, spazio risicato nella prima cella. Accuse respinte dalla gendarmeria sulle quali il tribunale vaticano ha aperto un fascicolo. In una cella, soprattutto, mai usata veramente, poiché sinora o i casi trattati dalla giustizia vaticana erano minori (furti in piazza San Pietro o simili), oppure, se gravi come l’attentato al Papa del 1981, hanno visto il colpevole, Ali Agca, scontare la pena in un carcere italiano.

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