“Giornalista paga e chiudi, rettifica 7 giorni di fila”. Così il Parlamento vorrebbe punire la stampa. Per salvare Sallusti dal carcere, la politica è pronta a “uccidere” una categoria, privandola della propria libertà d’espressione

i politici vogliono mettere il bavaglio all’informazione

Il Parlamento italiano e il Senato della Repubblica stanno preparando una legge che intende mettere il bavaglio ai giornalisti condannandoli nei casi di diffamazione – o presunta tale – ponendoli alla stregua di veri e propri delinquenti, con una vergognosa intimidazione legislativa che sarebbe chiaramente finalizzata a stroncare la libertà d’espressione, come e peggio dei tempi in cui vigevano i regimi totalitari.  

La situazione viene eloquentemente riportata e spiegata nei dettagli in un articolo pubblicato da “Blitz Quotidiano”, che fa capire cosa potrebbe presto avvenire.

“Il giornalista che diffama – spiega “Blitz Quotidiano” deve essere interdetto dalla professione da uno a tre anni oppure per sempre e se il giornale lo fa scrivere deve essere chiuso; le rettifiche devono essere pubblicate in prima pagina, essere lunghe il doppio del pezzo diffamante, occupare il 20% della pagina e rimanere lì fisse per un’intera settimana; l’editore deve vigilare sui giornalisti perché non diffamino e non è obbligato a farsi carico delle pene; se decide comunque di farlo, in caso di diffamazione, deve pagare multe fino a 750mila euro (se un giornalista diffama o il direttore non rettifica) e restituire i contributi per l’editoria, con il rischio di perderli per sempre. Ecco il campionario delle punizioni per la stampa che i parlamentari stanno approntano tramite note ed emendamenti al disegno di legge sulla diffamazione.

Quella legge, che riceverà il via libera dalla commissione Giustizia al Senato il 23 ottobre, che dovrebbe salvare dal carcere Alessandro Sallusti ma che, con queste e altre modifiche, sta assumendo la forma di una “legge bavaglio” che punta a castigare la stampa.

Come spiegano Francesco Merlo su Repubblica e Caterina Malavenda sul Corriere della Sera, gli emendamenti “punisci stampa” sono dei più vari. Antonino Caruso del Pdl propone, ad esempio, che in caso di diffamazione aggravata, l’editore oltre a pagare i danni, debba pagare anche “500 quote”, là dove la quota va da un minimo di 250 euro ad un massimo di mille e cinquecento euro. Non solo: nello stesso emendamento si prevede che l’editore “vigili” sui giornalisti, entrando in redazione, per “sicurezza”, ovvero per prevenire il danno, e il direttore che tenta di impedirglielo venga licenziato “con giusta causa”.

Sempre parlando di editori, un altro emendamento prevede che, in caso di diffamazione, l’editore, oltre a pagare la multa, restituisca al governo parte del contributo pubblico eventualmente ricevuto.

Un altro emendamento propone di liberare l’editore dalle clausole contrattuali che lo impegnano a pagare le pene pecuniarie derivanti dalle condanne e prevede che, nel caso voglia comunque farsi carico del processo, debba restituire anche i contributi, con il pericolo di perderli per sempre.

Per quanto riguarda il giornalista che diffama, il senatore Felice Casson, del Pd, ha presentato un emendamento che pretende come pena accessoria obbligatoria e non più facoltativa che il giorna,lista diffamatore recidivo sia interdetto da uno a tre anni. Lucio Malan del Pdl prevede invece un’interdizione a vita Quasi come il senatore Lucio Malan che però è scatenato e dunque immagina un’interdizione perpetua. Un altro emendamento prevede che il giornale che faccia scrivere il giornalista interdetto debba essere chiuso.

Per quanto riguarda la rettifica, è l’Idv il partito più scatenato sull’argomento. Ligotti, Pardi, Belisario e Patrizia Bugnano chiedono che venga “pubblicata nella sua interezza e senza commenti sia lunga il doppio dell’articolo che l’ha provocata”. Pancho Pardi e Alberto Maritati (Pd) vogliono che la rettifica sia pubblicata sempre in prima pagina occupando almeno il 20 per cento dello spazio, “per sette giorni consecutivi”.

Questo disegno di legge, con tutti gli emendamenti “punisci casta”, verrà licenziato dalla commissione Giustizia al Senato martedì 23 ottobre e arriverà blindata in Aula. Il Pd e l’Udc però già annunciano che sono pronti a votare contro.

E pensare che il testo di base porta la firma bipartisan: Vannino Chiti per il Pd e Maurizio Gasparri per il Pdl. Ma il senatore Pd ha già fatto sapere che è pronto a ritirare la firma: ”Si rischia di fare una legge puramente sanzionatoria. Se è così meglio fermarsi, limitarsi a eliminare il carcere, e lasciare che sia un Parlamento più sereno a occuparsi del resto”, dice Chiti.

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