Pasquale Romano ammazzato a Napoli con 14 colpi di pistola. Una vittima innocente della faida di camorra. La famiglia distrutta dal dolore: “l’hanno ucciso senza alcuna colpa, come un cane o il peggiore dei criminali” 

Pasquale Romano

Una fine assurda e una storia di criminalità animale. Un giovane ucciso a 30 anni per errore.

Una vicenda tragica che non si può accettare e nella quale la vittima viene uccisa due volte: dalla mano assassina dei killer e dal silenzio di una società che si definisce “civile” ma si trincera nel silenzio e l’omertà senza ribellarsi.

L’orrenda morte di Pasquale Romano, vittima innocente della faida di camorra e freddato con 14 colpi di pistola, viene raccontata da “Il Mattino”, tra le righe di un articolo e le immagini di un video che lasciano attoniti.   

«Lino – scrive “Il Mattino” – era appena sceso quando abbiamo sentito gli spari. Tre, quattro rimbombi. Rosanna immediatamente ha provato a chiamarlo sul cellulare, ma lui non rispondeva. Mi sono precipitata per le scale. E ho sentito gli altri botti, quanti non lo so. Rosanna era alle mie spalle, ho aperto il portone e visto il ragazzo riverso tra l’auto e il selciato. Mi sono girata, ho cercato di bloccare mia figlia per non farle vedere il corpo del fidanzato crivellato di colpi. Ma lei era già fuori: ha guardato e ha cominciato a urlare».

Carmela Ferrigno è la mamma di Rosanna, la fidanzata di Pasquale Romano. Racconta quei minuti maledetti che «hanno distrutto due famiglie, quella di Lino e la nostra». Accanto a lei la ragazza sdraiata sul divano, incosciente dopo una massiccia dose di sedativi, e il marito, Salvatore, che lavora presso l’Associazione invalidi e mutilati di guerra. Intorno gli altri figli e i parenti, tutti accorsi per tentare di portare un conforto impossibile da trovare. Pasquale e Rosanna doveva sposarsi presto, molto presto.

Lui aveva cominciato a lavorare alla Prysmian di Pozzuoli insieme al cognato, Gennaro. Aspettava il contratto a tempo indeterminato per poter finalmente mettere su famiglia dopo più di quattro anni di fidanzamento. «Era contento, felice. Finalmente vedeva arrivare quel futuro che aveva sempre sognato – racconta Genny – parlava sempre del matrimonio. Mi diceva ”adesso ci sposiamo, altrimenti quando lo fa un figlio tua sorella?”».

Ieri sera i due ragazzi dovevano andare a giocare a calcetto. Lino, come lo chiamavano in famiglia, era passato da Rosanna per darle un bacio prima di andare alla partita. Erano le 9,30. Ha salutato tutti ed è sceso incontro alla morte.

«È successa una cosa assurda, incredibile – dice Salvatore – Lino era un ragazzo onesto, come tutti nella sua e nella nostra famiglia. Noi siamo gente che ha sempre lavorato. Con i camorristi non abbiamo mai avuto a che fare. Noi siamo un’altra cosa, quelli là li abbiamo sempre combattuti. Io sono stato consigliere di quartiere, ho partecipato a tante manifestazioni per la legalità. Perciò adesso voglio parlare: la gente deve reagire, deve sapere che quello che è successo a noi può succedere a chiunque. Qua ci sono ragazzini, bambini mandati a sparare per poche lire. Gente che non sa niente, che non capisce niente. Adesso la giustizia li deve prendere. E deve prendere anche i capi, quelli che li convincono a uccidere».

Non ha dubbi Salvatore: Lino non può aver fatto niente per meritare di essere ammazzato così: «Credo che abbiano sbagliato persona, lo hanno preso per un altro», sostiene. «Lui era un ragazzo tranquillo, solare – dice Genny – anche sul posto di lavoro gli volevano tutti bene. E gli hanno sparato contro quattordici colpi. Quattordici colpi. Chissà cosa credevano di fare.

«Non si può vivere così – interviene Salvatore – qua c’è una guerra. Noi lo sappiamo. Da Scampia, da Secondigliano che adesso sono piene di poliziotti e di carabinieri, quei maledetti si stanno trasferendo anche qua a Marianella. E noi abbiamo paura. Tutte le persone oneste hanno paura». Ma non può finire così, dice Salvatore, Lino non può essere scambiato per un camorrista.

«Noi vogliamo parlare, vogliamo gridare. Vogliamo ribellarci. E la società civile deve essere con noi, deve dire basta. Non possiamo dargliela vinta. Perché quello che è successo a Lino che è stato ammazzato per niente, può succedere a chiunque. Non c’è difesa. E allora dobbiamo essere uniti. Dobbiamo dire che questa città è la nostra, non di questa gentaglia che ammazza solo per denaro. Dobbiamo scendere in piazza, dobbiamo riprenderci le strade, dobbiamo dire che questo spazio è nostro, non loro. Le bestie che ammazzano devono andare via. Noi siamo qua, vogliamo resistere. Io sto già cercando di prendere contatto con l’associazione delle vittime innocenti delle mafie. Ma se nessuno si schiererà con noi, se anche la morte di Lino non servirà a fermare questa carneficina, allora andremo via, in un’altra città, in un altro posto. Noi così non possiamo più vivere».

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