Il caso Romano ennesima sfida del crimine, le leggi frenano le Forze dell’Ordine e l’informatica sposta le indagini in poltrona. Invocare la pena di morte fa gridare allo scandalo ma un “rimedio” adeguato c’è

l’indimenticato Maurizio Merli

La tragica fine di Pasquale Romano, e quella dei tanti altri innocenti che ogni giorno o quasi in Italia vengono uccisi, aggrediti o derubati, riporta d’attualità la pochezza sconcertante e l’inadeguatezza intollerabile del sistema giudiziario italiano.

Un sistema che non punisce come dovrebbe i colpevoli di reati, che molto spesso nemmeno li trova e quando li arresta non riesce ad andare oltre una pena di pochi anni se non addirittura licenze premio e permessi vari e riconoscimenti di buona condotta che rendono quasi una vacanza la detenzione (a spese del cittadino).

E intanto chi muore come Pasquale Romano che giustizia avrà mai? E lo stesso vale per chi viene gettato in un pozzo come Sarah Scazzi o rapito e ammazzato come Yara Gambirasio per non parlare della furia omicida abbattutasi su Simonetta Cesaroni, e quanti altri esempi si potrebbero fare di persone le cui tragiche storie finiscono in fretta nel dimenticatoio senza neppure la ribalta mediatica.

A Napoli il 15 ottobre scorso, come detto, un giovane innocente di 30 anni è stato freddato con 14 colpi di pistola “come un cane”, a Milano la coppia di fidanzati uccisi davanti a un locale e poi una vecchietta di 73 anni pochi giorni fa è stata pestata a sangue sul pianerottolo di casa. A Roma un assalto ad un furgone portavalore e due vigilantes uccisi. A Francavilla di Sicilia addirittura qualche tempo una donna di 88 anni fu legata e imbavagliata sino a lasciarla morire: e lo Stato ha già ridotto la condanna dei quattro colpevoli da 30 anni del primo grado ai 18 dell’Appello.

Casi molto diversi tra loro ma tutti compresi nelle mille storie del triste libro nero di un Italia che spesso non sa proteggere il cittadino, offende le vittime e alle famiglie non sa dare risposte, infliggendogli in tanti casi altro dolore.

La giustizia italiana è quella che va a prendere con la forza un bambino di 10 anni per eseguire un semplice ordine di affidamento, trascinandolo con la forza come se fosse un latitante, mentre i veri delinquenti vengono trattati con delicatezza.

Molti italiani vorrebbero la pena di morte per certi crimini, per punire quei reati dove la colpevolezza è accertata senza alcuna ombra di dubbio e si è di fronte a circostanze di acclarata efferatezza disumana.

Altri ancora, invece, si indignano al solo pensiero e fanno crociate per la difesa della vita di chi si è arrogato il diritto di essere assassino o serial killer, stupratore o rapinatore, criminale e stragista.

Forse la soluzione ai problemi è a metà strada tra queste due opposte visioni che, ovviamente, non si incontreranno mai.

Di fronte alla spietatezza di certi casi, preferiamo pensare che i sistemi opportuni per arginare la criminalità ad ogni livello possano essere quelli che la finzione cinematografica ha portato alla ribalta negli anni 70-80 e che adesso più mai vengono definiti i cosiddetti “polizieschi cult”. Perchè in certi casi il cinema altro non è che lo specchio riflesso della vita di tutti i giorni. Quella vera o quella che si desidera che sia tale.

Le leggi e la burocrazia in passato come oggi erano e restano un freno per l’azione delle Forze dell’Ordine che la criminalità la combattono sul campo. Eppure qualcosa vorrà pur dire se milioni di persone hanno apprezzato come veniva trattato “al cinema” chi delinque e come dovrebbe essere trattato nella realtà. Non era l’epoca dell’informatica e delle prove scientifiche che riducono talvolta le indagini a un esercizio di riscaldamento delle poltrone. La storia, d’altronde, insegna che le indagini si fanno su strada e alla criminalità la presenza sul territorio va fatta sentire col fiato sul collo, prima di un reato e non dopo, non con una semplice “sfilata” di qualche pattuglia.

E allora viva il diritto alla vita e abbasso la violenza: a che serve parlare della pena di morte che mai verrà introdotta in Italia… ? Tutte le vite e persino quelle dei criminali sono da difendere… Giusto?

Sia, però, consentito almeno sperare e augurarsi che in Italia, nella “caccia” a chi delinque, un giorno – presto o tardi – vengano applicati sul serio i metodi che adottava l’indimenticato Maurizio Merli nei panni del commissario Betti. Un personaggio rimasto nel cuore e le menti degli italiani, perchè icona della giustizia che, oltre i vincoli delle leggi, sapeva far paura al crimine.

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