Al processo d’Appello il super-perito di genetica forense fa crollare l’impianto accusatorio: non esistono prove scientifiche a carico del prof. Vincenzo Morici, medico accusato di aver ucciso la moglie Antonella Falcidia

Antonella Falcidia e Vincenzo Morici

Nessuna prova contro Vincenzo Morici. Non esiste alcun rilievo scientifico che coinvolga il primario di Chirurgia generale dell’ospedale “San Vincenzo” di Taormina nell’omicidio della moglie, la prof. Antonella Falcidia, uccisa nella sua abitazione di Catania il 4 dicembre del 1993.

A confermarlo nel processo d’Appello contro Morici, accusa del delitto ma già assolto in primo grado per non aver commesso il fatto, è stato nelle scorse ore in aula davanti ai giudici della corte il prof. Emiliano Giardino, il super-perito nominato dalla Procura di  Catania che ha effettuato i test sui capelli trovati sotto lunghie e nella mano della vittima e gli indumenti che indossava.  

Giardina, professore di genetica forense dell’ università romana di Tor Vergata, nel corso del suo intervento durato oltre un’ora, ha esposto il test eseguito sui campioni, i 5 capelli sotto-esame, identici morfologicamente a quelli delle vittima anche per quanto riguarda la tintura cosmetica utilizzata e sovrapponibili a seguito dell’esame del Dna mitocondriale. Un esame, che al tempo stesso,  non permette di ritenere i capelli da un punto di vista scentifico compatibili al 100% con quelli della vittima, ha affermato dal canto suo il Procuratore generale, Domenico Platania.

E’ stato, inoltre, rilevato che le tracce di sangue trovate sulla vestaglia e sulla camicia da notte di Antonella Falcidia, fossero proprio della vittima.

Soddisfatto l’avv. Enrico Trantino, legale del prof. Morici. “E’ l’ennesima conferma che non esistono elementi che possano orientare la colpevolezza o anche solo dei sospetti verso il prof. Morici. Le conclusioni del perito sono tali da non consentire di ritenere che vi sia un solo barlume di indizio che orienti verso un soggetto di sesso maschile come quello a cui appartenevano i capelli trovati alla vittima”.  

E’ ormai crollato, dunque, l’impianto accusatorio della Procura di Catania, che aveva chiesto per Morici la condanna a 30 anni di reclusione, sostenendo che il movente del presunto uxoricidio fosse passionale.

Il processo è stato aggiornato al prossimo 20 novembre, e proseguirà con la requisitoria e l’intervento dell’avvocato Trantino.

A questo punto, dopo un lungo calvario giudizio, sono emersi molteplici elementi schiaccianti che sembrano attestare in modo inequivocabile l’estraneità di Morici ai fatti del 4 dicembre 1993. L’accusato si è sottoposto, senza alcuna esitazione, a tutti gli accertamenti scientifici ed anzi lui stesso li ha richiesti e sollecitati, non solo oggi ma già in passato: un assassino avrebbe mai agito così?

L’innocenza di Morici viene da tempo sostenuta dalla maggior parte degli esperti italiani di criminologia.

E’ ragionevolmente comprensibile che in un caso del genere i primi sospetti di chi indaga ricadano sul marito della vittima, ma di fronte ai riscontri di questa vicenda Morici sarebbe dovuto uscire dalle indagini già pochi giorni dopo il delitto.  

Le accuse contro il medico si sono sgretolate come un “castello di sabbia” e gli interrogativi delineano in modo impietoso i contorni di una vicenda nella quale un innocente è stato ingiustamente perseguito per 19 anni. Arrestato e gettato in pasto all’opinione pubblica come un “mostro”, senza nessuna prova e senza neppure un indizio che fosse razionalmente in grado di indurre a sospettare la sua colpevolezza.

Come è possibile che Antonella Falcidia dopo essere stata colpita a morte dal marito con ben 22 pugnalate – come sostiene la Procura -, e dopo essere stata trafitta in particolare da due mortali alla carotide, abbia avuto la forza, le possibilità e le capacità di scrivere (!?) il nome del suo assassino?

Se l’autopsia ha stabilito che la Falcidia è stata uccisa verso le ore 22.30-23, come è possibile che il marito l’abbia uccisa mentre è stato provato che sia arrivato solo in orario successivo

Dov’è il dito della Falcidia imbrattato di sangue e col quale (?) avrebbe scritto il nome del suo assassino sul divano? In quale fotografia appare questo dito macchiato sull’inchiostro del sangue?

Da dove la prof.ssa Falcidia avrebbe preso la forza, la lucidità e la calma per scrivere il nome dell’assassino, alzando gomito e polso per poi tracciare la scritta accusatoria con la mano sinistra, lei che era destrimane? Quando è stato fotografato il divano con il rullino a colori? Chi ci assicura che nel frattempo non vi sia stato l’intervento di terze persone? Com’è che non si vuole analizzare e capire che nel giro di 24 ore in quella casa c’è stata, evidentemente, un bel po’ di gente?

Come si può immaginare che la vittima, attinta da 22 colpi, abbia scritto con la mano sinistra il nome “ENZ”? Con quali capacità cognitive, decisionali e fisiologiche è riuscita a fare quella scritta orizzontale, che dal centro del divano va verso la finestra? Se realmente la Falcidia avesse scritto il nome del marito avrebbe scritto dal baso verso l’alto perché lei era supina, orizzontale, per terra.

Ed ancora quante volte avrebbe dovuto la Falcidia intingere il dito nel proprio sangue per vergare le tre lettere E N Z, cioè, dieci segni grafici? Avrebbe avuto la forza, la concentrazione e le possibilità di farlo? E tutte le orme di Morici, che avrebbe camminato sul suo sangue, dove sono? Che fine hanno fatto?

Ci si accorge che non sono compatibili le tracce di sangue sul divano con la ricostruzione criminalistica dell’evento che vuole Morici assassino in quella maniera?

Come si è riusciti a superare in fase accusatoria l’insuperabile alibi del marito che era distante decine di km a Nicosia (provincia di Enna) con diversi testimoni almeno sino alle 22.15? Se Morici è l’assassino, allora significa che quest’uomo nasconde dei poteri sovrannaturali, che gli consentono di sfuggire alle leggi della fisica e ai tempi di percorrenza che sin qui l’uomo può calcolare. Morici ha un sosia che ha cenato al suo posto al ristorante “La Rotta” a Nicosia?

Una sequenza lunghissima e incredibile di elementi assolutori dimostrano l’estraneità di Vincenzo Morici al delitto della moglie.

C’è da chiedersi come sia possibile che con tutte quelle pugnalate e quel sangue schizzato, il marito non si sia macchiato minimamente, e non abbia lasciato le proprie tracce e orme di sangue.  Come mai gli abiti di Vincenzo Morici, nonostante fossero gli stessi prima e dopo l’omicidio, non sono mai stati visti da nessuno sporchi di sangue?

Ah già, l’ipotetica scritta “ENZ”: dov’è la prova che si tratti di una scritta fatta col sangue e che fosse quello della Falcidia? Cosa dimostra che sia stata la prof.ssa Falcidia l’autore di quella (presunta) scritta?

Ammesso che quella sia davvero una scritta: e se fosse stata impressa dopo sul divano, quando cioè la vittima era già morta? E se fosse stata scritta (sempre se trattasi di “gesto grafico”) proprio dall’assassino? Un depistaggio? La vicenda racconta, d’altronde, anche di lettere anonime minatorie e telefonate mute che arrivavano alla Falcidia.

Ci si è ostinati, in definitiva, a voler trovare a tutti i costi del “fantasma” di Morici sulla scena del delitto, senza aver mai chiarito a monte due aspetti basilari, che avrebbero potuto profondamente cambiare la storia di queste indagini: si è trattato di un omicidio d’impeto o premeditato? E perchè non è mai stata presa in considerazione l’ipotesi che la sera del 4 dicembre 1993 Antonella Falcidia sia stata barbaramente uccisa dalla furia assassina di una mano femminile?

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