Sono 121 i parlamentari sottoposti ad indagini e tra questi 82 deputati e 39 senatori. Lo rivela un’inchiesta a cura di Andrea Nelson Mauro sul Corriere della Sera

l’aula di Montecitorio

A cavallo tra il 1993 e il 1994 l’allora Capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro, pressato dall’opinione pubblica, in seguito ai numerosi scandali emersi dopo Tangentopoli, decise di sciogliere il cosiddetto ‘Parlamento degli inquisiti’; la situazione rispetto ad allora non è molto diversa, ma si è a fine legislatura, mentre quasi 19 anni fa non si era nemmeno al giro di boa.

Tanti i deputati e senatori interessati in questi anni e tuttora da molteplici inchieste. Parlamentari e inchieste: un binomio che sembra proprio sia diventata non un’eccezione ma la regola. Al momento sono 121 i parlamentari che sono stati sottoposti ad indagini e tra questi 82 deputati e 39 senatori.

Nel dettaglio pubblicato dal Corriere della Sera, in una dettagliata ricerca giornalistica a cura di Andrea Nelson Mauro e Alessio Cimarelli, compaiono 1 esponente Api, 9 Lega Nord, 16 Pd, 8 Udc, 6 Fli, 12 Gruppo Misto, 61 Pdl, 2 Idv, 5 Popolo e Territorio, e 1 senatore a vita. Un esercito di militi della casta che vogliono confermare, a tutti i costi, il loro “posto al sole”.

Ecco l’elenco completo pubblicato dal Corriere della Sera

Presto atto di volti e storie dell’inchiesta giornalistica a dir poco eloquente pubblicata dal Corriere della Sera, facciamo qualche altra riflessione.

Si parla in queste ore di un movimento “pro Monti” per far restare al governo il professore e così nascondersi tutti dietro il governo dei tecnici, per altri cinque anni. E quale sarebbe, intanto, la premessa a tale scenario? La riforma della legge elettorale. Che, pochi forse lo sanno, ma sarebbe di fatto uguale a quella greca, ed in più liste bloccate, salva lega e kamasutra elettorale.

L’accordo sulla legge elettorale? Ancora non c’è, ma gli alchimisti stanno lavorando alla pietra filosofale in grado di tenere in vita i loro committenti, i partiti della maggioranza montiana.

Il premio di maggioranza, nelle loro intenzioni, andrebbe al partito e non alla coalizione. Era una delle richieste del Pdl e anche il Pd alla fine ha capito che gli conviene. Sarà del 15% visto che questa soglia è stata considerata inprescindibile da Pierluigi Bersani: “Non un punto di meno”, ha avvertito. Curiosamente l’unico altro paese europeo che ha un sistema del genere è la vituperata Grecia: ad Atene il partito che vince si becca un premio di 50 seggi alla Camera, pari al 16,6% dei posti disponibili. Similitudine che non pare imbarazzare i proponenti.

Ed eccoci alla grande ammucchiata per il Monti-bis. Il sistema che si profila è largamente proporzionale. Col bonus al partito anziché alla coalizione non c’è alcuno spazio per le alleanze preelettorali, i governi si decideranno dopo il voto. Scenario perfetto per quanti – come il presidente della Repubblica – sostengono l’ipotesi di un nuovo governo Monti (o para-Monti) anche dopo le prossime elezioni.

Simile, ma diversa la partita che su questo punto giocano Bersani e Casini: l’accordo per allearsi dopo il voto (col democratico a palazzo Chigi) c’è già – magari tirando dentro anche Vendola e Sel (e guarda caso Nichi parteciperà alle primarie del Pd…), ma non Di Pietro – solo che non si può dire prima, pena la perdita di pezzi consistenti di elettorato che giudicano questo accordo contro natura (questo è valido in particolare per l’Udc che, dicono i sondaggi, lascerebbe per strada circa la metà dei suoi voti).

Infine, le liste bloccate. Croce e delizia dei partiti, resteranno anche nella legge elettorale prossima ventura per circa un terzo degli eletti: così i caporioni dei partiti potranno ancora nominare circa 200 deputati e 100 senatori. Peraltro, faranno finta di non farlo più: restringendo le circoscrizioni, che ad oggi sembra l’orientamento prevalente, nel listino deciso a Roma ci saranno al massimo quattro nomi, potrebbero finire persino sulla scheda dando l’illusione di una vicinanza fittizia tra eletto ed elettore.

E il salva-Lega? Siccome il Carroccio se la passa male e non è certo di raggiungere la soglia nazionale del 5% alla Camera (al Senato potrebbe essere all’8%), i saggi hanno pensato bene di introdurre una sorta di clausola di salvaguardia per gli amici padani. In Parlamento potranno entrare anche i partiti che non superano il minimo, ma che portano a casa comunque l’8% in almeno tre regioni (in un’altra versione si parla di cinque circoscrizioni elettorali ma il principio è lo stesso).

I leghisti, dunque, potranno allietare la vita anche del prossimo Parlamento, mentre rischiano movimenti della stessa consistenza, al momento, come Sel o Italia dei Valori: avendo più o meno le stesse percentuali in tutta Italia gli sarebbe difficile raggiungere l’8% in tre regioni.

Attenzione all’ultima parola. Si dice: c’è il collegio, la gente poi vota il candidato. Non è proprio così: i voti di ogni collegio vengono poi raggruppati per circoscrizione (quando grande, ancora non si sa) e i seggi assegnati proporzionalmente ai candidati che hanno preso la percentuale più alta nei singoli collegi. Insomma, non è affatto detto che chi prende più voti in un collegio venga eletto, né che chi ne prende meno sia escluso. È quello che potremmo definire “il paradosso di Firenze centro”: il Pd non riuscirà mai ad eleggere nessuno in quel collegio perché le sue percentuali nel contado sono ancora più alte, anche se i voti assoluti inferiori. Per di più, questo sistema – già in uso per le province – lascia ampi margini di accordi sottobanco ai leader dei partiti, soprattutto al Sud, dove ancora esistono i pacchetti di voti: mettimi un candidato scarso in quel collegio così eleggo il tizio che mi piace e io farò lo stesso con uno tuo. Per evitarlo, qualcuno propone il recupero dei “migliori non eletti”

Finché non si sa quali saranno le circoscrizioni per i collegi e quelle per i listini bloccati non è chiaro quali saranno gli esiti: più sono piccoli, più l’effetto maggioritario è più intenso e viceversa. La partita è tutta lì: tra il ritorno completo al proporzionale (rappresentanza) e una distorsione che privilegi i partiti più grandi (governabilità) è solo questione di misure.

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