I più acerrimi nemici del direttore de “Il Giornale” si schierano con il giornalista che rischia il carcere

Alessandro Sallusti

Alessandro Sallusti rischia il carcere e sono ore cruciali per un giornalista che potrà essere stimato o odiato ma che nell’Italia dei paradossi più incredibili rischia addirittura di finire in carcere per avere espresso il proprio pensiero. E allora anche i più acerrimi nemici si schierano al fianco del direttore de “Il Giornale”.

«Mai avrei pensato di trovarmi a difendere Sallusti. Non legittimo chi diffama, ma il carcere per un reato di opinione è da periodo fascista». Sono le parole di Antonio Di Pietro, che chiosano in maniera molto significativa questa storia. Se vi sembra tutto surreale, la vicenda in sé lo è molto di più. Il direttore de “Il Giornale” Sallusti rischia effettivamente una condanna: . Nel vebbraio 2007, Libero – di cui all’epoca Sallusti era direttore responsabile – pubblica un articolo di Andrea Monticone (che racconta tutta la vicenda) e un corsivo di commento a firma Dreyfus (pseudonimo che utilizzà Emile Zola nel suo celeberrimo J’accuse. Roba che, insomma, bisognerebbe citare con cautela. Ma tant’è, proseguiamo). La storia è quella di una ragazzina di Torino, rimasta incinta a 13 anni e autorizzata ad abortire. Sul tema, Dreyfus (quello di Libero, non Zola) scrisse: «Qui ora esagero. Ma prima domani di pentirmi, lo scrivo: se ci fosse la pena di morte e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo, il giudice».

E proprio “il giudice”, nella persona del magistrato torinese Giuseppe Cocilovo, interviene, sentendosi chiamato in causa e diffamato. Querela Monticone e Sallusti. In primo grado arriva solo un’ammenda, ma la sentenza viene impugnata. E alla fine, il primo se la cava con la condanna a un anno di carcere, sospensione condizionale della pena e non menzione sul certificato penale. Il secondo, cui è contestato il “mancato controllo” sulla pubblicazione dell’articolo di Monticone e la presunta stesura del pezzo a firma Dreyfus, invece, rischia la linea dura «ai sensi dell’articolo 133 del codice penale», ovvero della possibile reiterazione del reato.

Sul caso si mobilitano tutti. Anche i più improbabili. Certo, come dare torto a Valigia Blu, quando ricordano che la medesima mobilitazione non avviene se per esempio, a rischio condanna c’è un giornalista precario? Eppure, sul caso-Sallusti interviene persino il Ministro Paola Severino, che ha dichiarato al Giornale: «Sto seguendo con grandissima attenzione questa vicenda. Oggi stesso (ieri, ndr) ho avuto contatti con l’Ordine dei giornalisti e la Fnsi e la prossima settimana parteciperò a un’iniziativa su questo tema, per affrontare […] con la massima serietà e urgenza possibile un problema avvertito come fondamentale: quello della regolamentazione del complesso rapporto tra libertà di stampa e tutela della reputazione di chi sporge querela per diffamazione. In particolare, con riferimento alla figura del direttore responsabile e alla questione dell’omesso controllo, così com’è configurato dal nostro codice»

Silvio Viale, presidente dei Radicali e ginecologo nel reparto dell’aborto del 2007 non ha dubbi: «Sallusti non deve finire in galera ma le scuse sarebbero opportune».

Su Articolo21, ecco Fausto Siddi, della FNSI schierarsi decisamente contro la possibilità che si finisca in carcere per un reato d’opinione: «Non condividere le idee di Sallusti è legittimo, contrastarle con altre è esercizio intellettuale e democratico corretto, impedirne la circolazione o considerarle motivo di privazione della libertà personale è una mostruosità sconvolgente contro cui è giusto ribellarsi e chi ne ha la responsabilità deve rispondere facendo subito leggi giuste che servono per la libera convivenza e per non aggiungere un deficit ulteriore di democrazia ai tanti deficit di cui soffre il nostro Paese».

Anche Giovanni Valentini difende Sallusti dalle pagine di Repubblica. Solidarietà anche sul web, dal Nichilista (Fabio Chiusi) a Massimo Mantellini, che pure prende la questione da un altro punto di vista e fa qualche distinguo, sottolineando, a proposito dell’identità di Dreyfus, che Sallusti «sa benissimo chi sia (lo sospettano in molti e i probabili trucchetti di Libero per far scrivere persone sospese dall’Ordine meriterebbe forse qualche accenno) se non intende rivelarlo è piuttosto evidente che la responsabilità debba ricadere su di lui. Su chi altri se no?». Mantellini è uno dei pochi critici. Come Filippo Facci che, proprio dalle pagine di Libero, invita alla prudenza e a non «dire sciocchezze».

Ma, stupore, la difesa a oltranza arriva persino da Marco Travaglio: «Si dirà – scrive il vicedirettore del Fatto Quotidiano – i giornalisti sono cittadini come gli altri (eccetto i politici, si capisce) e non c’è nulla di strano se, in caso di condanna, la scontano. Vero: ma questo dovrebbe valere per delitti dolosi. Cioè per reati gravi e intenzionali. Sallusti è stato condannato per aver diffamato su Libero un giudice tutelare di Torino, Giuseppe Cocilovo, in un articolo del 2007 scritto da un altro sotto pseudonimo, ma di cui gli è stato attribuito l'”omesso controllo” in veste di direttore responsabile. Non so cosa fosse scritto in quell’articolo, ma non dubito che fosse diffamatorio, vista la normale linea Sallusti. Però ora non m’interessa, perché ciò che conta è il principio».

Che il reato di opinione sia un abominio, non dovrebbe essere in dubbio, Che, invece, su Dreyfus (è vero, come si chiede Dagospia, che potrebbe essere Renato Farina, già sospeso dall’Ordine per i suoi rapporti col Sismi?) si dovrebbe far chiarezza, be’, è un altro paio di maniche, per esempio.

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