“Er Batman” accusa la Polverini sulle spese folli alla Regione Lazio: “lei sapeva tutto”. Ma poi ritratta. L’avvocato: “il mio assistito pronto a restituire tutto”

Franco Fiorito

Agli abiti un po’ tirati sui fianchi deve esserci abituato, ma quelli della vittima gli stanno decisamente stretti. Eppure Franco Fiorito, il consigliere finito nel registro degli indagati con l’accusa di peculato per le spese folli alla Regione Lazio, prova a indossarli ugualmente, per tutta la giornata di ieri, davanti alle telecamere e con i giornalisti della carta stampata: «Alla fine la vittima sono io; c’è stata una congiura nei miei confronti». Il motivo è semplice: aver sollevato il problema delle fatture false. Soprattutto, aver informato la Polverini. Già, perché Renata Polverini sapeva fin dal 18 luglio scorso che i consiglieri del gruppo Pdl avevano il vizietto di gonfiarsi le fatture del bar e del ristorante, quando non se le inventavano del tutto. Fiorito lo ha detto anche ieri, poi ha capito il passo falso e ha fatto macchina indietro: «Non so se la Polverini fosse al corrente di quanto accaduto. Io, del resto non l’ho mai accusata».

Ma basta leggere la lettera che Fiorito inviò a lei e agli altri consiglieri Pdl lo scorso 18 luglio, per capire che il bubbone sarebbe esploso e che era solo questione di settimane: «Sollecitato da alcuni zelanti colleghi ho proceduto ad una serie di controlli sui documenti giustificativi delle spese effettuate. Trovando una situazione assolutamente insostenibile con assenze totali di documentazioni in alcuni casi e con giustificazioni, diciamo così, da approfondire, eccessivamente generiche e prive di riscontri effettivi. Ovviamente scrivo sperando nella buona fede di ciascuno e nella immediata capacità di ognuno di fornire risposte rapide ed efficaci».

E ancora, proseguiva Fiorito: «Ho già inviato una serie di missive per i casi più evidenti, per le quali attendo risposta immediata comunicando sin da ora che non potranno essere tollerati equivoci di alcun genere e che ove necessario agirò a mia e nostra tutela». Insomma, anche per il Batman di Anagni c’era una soglia di decenza che andava rispettata. Ieri l’ha anche evocata: «Mi sento di aver avuto più soldi di tante persone e capisco che per la mia immagine sia negativo, ma anche per la situazione in cui versa il Paese».

Per dare più peso alle sue parole, il suo legale Carlo Taormina accarezza l’idea di depositare sul tavolo di Alberto Caperna, il procuratore aggiunto di Roma che ha indagato Fiorito, quello che viene ritenuto il maltolto: settecentotrentamila euro. Sarebbe una restituzione spontanea della somma che, almeno secondo le prime indagini, er Batman di Anagni avrebbe dirottato sui conti suoi e dei suoi familiari con 109 bonifici nei mesi in cui ha avuto le chiavi della cassa del Pdl regionale. Per ora è solo un progetto; domani potrebbe diventare la strategia per uscire dall’inchiesta in maniera veloce e con danni limitati. Magari con un giudizio immediato e una riduzione di un terzo della pena.

Nonostante il realismo dei suoi legali, però, Fiorito continua a dichiararsi innocente: «Io non ho rubato nulla; tutti pensano che io abbia preso soldi e che li abbia tenuti in qualche cassaforte. Invece, come ho dimostrato anche alla magistratura, le mie spese sono state tutte rendicontate». Anche le lista dei gadget da riccone che ostentava nella provincia ciociara li spiega uno per uno: il Suv è stato acquistato a rate dal gruppo Pdl per una circa settantamila euro, poi l’ho acquistato e sono subentrato nelle rate. Stessa procedura per la Smart. E il cabinato ormeggiato al Porto del Circeo? «Mutuo anche per quello, anzi leasing, per dieci anni».

E la villa a Punta Rossa, sul promontorio del Circeo: «Mutuo decennale da cinquecentomila euro». E ancora, la casa a piazza di Spagna, in via Gesù e Maria: «Regolarmente vinta aggiudicandomi un bando pubblico di concorso, come quella in via Margutta». Certo, qualcuno deve essersi lamentato, tanto che l’aggiudicazione è stata oggetto di un ricorso al Tar. «Ma l’ho vinto», chiosa Fiorito».

Il rapporto con i soldi è distaccato: «Ma noi prendiamo uno stipendio superiore al presidente della Repubblica, magari sarà vergognoso che noi utilizziamo somme del genere. Ma dire che ho rubato è una falsità assoluta». Poi allarga l’orizzonte ai colleghi: «Ogni anno avevo a disposizione 300 mila euro in quanto capogruppo e presidente di commissione; sento di aver molti più soldi di altre persone. E questo è ingiusto in questo momento critico per il paese». Gli domandano cosa mai comprò con il bancomat del partito per 81 euro alla Gs di Anagni. Fiorito sorride: «Non entro in un supermercato da oltre vent’anni, sarà stata la mia segretaria a comprarmi un panino, vuol dire che verrò crocifisso per un panino con la porchetta».

Fiorito assicura di non aver trasferito soldi all’estero, poi rischia di suscitare ilarità quando afferma: «Ho purtroppo ereditato quattro anni fa, per la morte di mio padre, due appartamenti e un terreno con delle ville in costruzione a Tenerife». E spiega: «Per mantenere le proprietà ho deciso di versare il mio stipendio, non soldi presi in più dal gruppo, ho deciso per motivi miei, personali, di versare lo stipendio per un periodo dell’anno in quella città. L’unico sbaglio che ho fatto è non averlo scritto nella dichiarazione dei redditi». Lunedì si replica a Viterbo, perché il pm Siddi vuole sentirlo anche nell’inchiesta che vede indagata la Angela Birindelli.

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