Attilio Befera, direttore dell’Agenzia delle Entrate, indica la strada da opporre alla diffusa cultura dell’evasione

Attilio Befera

Pagare le tasse significa “comprare civiltà”. Attilio Befera, direttore dell’Agenzia dell’Entrate cita il giurista americano Oliver Wendell Holmes, che fu giudice della Corte suprema degli Stati Uniti, in occasione del convegno torinese ”Quale innovazione per il rilancio dell’Italia”, promosso da Adea, per rilanciare una campagna di lealta’ fiscale, ripresa ieri anche dal ministro dell’interno Anna Maria Cancellieri.

“Quando in Italia, la frase che ho appena citato diverrà di senso comune, saremo in un paese diverso”, ha detto Befera. E a proposito dell’evasione fiscale la cui classifica europea pone l’Italia soltanto dietro alla Grecia, Befera ha dichiarato che “il carattere nazionale non è per forza qualcosa di fisso e immutabile, ma è forgiato dalla storia”, ricordando che la Svezia, considerato un esempio sotto l’aspetto della contribuzione fiscale, era fino alla prima meta’ del secolo diciannovesimo, un paese nel quale erano diffusi corruzione e clientelismo.

Befera ha anche sottolineato nel suo intervento che l'”azione di deterrenza è irrinunciabile”, ma che allo stesso tempo è necessario un cambiamento culturale “tale da accrescere il livello di adesione spontanea agli obblighi tributari”. In questo contesto “andrebbero premiati i contribuenti onesti, vale a dire, dare a loro non tanto un premio quanto il riconoscimento che meritano per la loro onestà”.

In questa direzione è gia stato fatto qualche passo, ha detto Befera, come la riduzione dei termini e l’introduzione di franchigie per l’accertamento per chi dichiara ricavi e compensi in linea con le risultanze degli studi di settore”.

L’azione dell’Agenzia delle Entrate ha aggiunto, deve essere guidata da principi di “equilibrio, misura e ragionevolezza”, tanto più in una situazione di complessità e difficoltà interpretative del sistema. “La nostra azione – ha osservato – deve essere non solo giusta, ma essere percepita come giusta”, a cominciare ”dal dimostrare di saper ascoltare fino in fondo le ragioni dell’interlocutore, senza per questo doverle necessariamente condividere”.

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