“Omicidio di Stato” ricostruisce la scomparsa a Beirut di Italo Toni e Graziella De Palo, giornalisti di Paese Sera. Una torbida storia di depistaggi e omertà istituzionale

Omicidio di Stato. Storia dei giornalisti Graziella De Palo e Italo Toni
Omicidio di Stato. Storia dei giornalisti Graziella De Palo e Italo Toni

“Omicidio di Stato” è il titolo del libro scritto da Nicola De Palo e presentato in questi giorni a Roma in Campidoglio. Ricostruisce la scomparsa di due giornalisti italiani – Graziella De Palo (cugina dell’autore) e Italo Toni – mai più ritrovati, che indagavano su un traffico d’armi tra Italia e Libano nel settembre 1980. Una vicenda, tuttora oscura, che chiama in causa servizi segreti, loggia P2 e misteri italici coperti da “segreto di Stato”.

La triste storia di Graziella De Palo e Italo Toni è una torbida storia che ci riguarda e della quale abbiamo saputo, e sappiamo, pochissimo.

Il 2 settembre 1980 i due giornalisti italiani – Graziella De Palo e Italo Toni – inviati in Libano da “Paese Sera” e dalla rivista “Astrolabio” – per indagare su un traffico d’armi  tra Italia e Libano e sugli intrighi internazionali che vedono la partecipazione dei servizi segreti italiani – scompaiono a Beirut.

A 32 anni di distanza nulla si sa di loro, né sono stati ritrovati i loro corpi. Il Libro di Nicola De Palo ne ricostruisce la storia, fatta di depistaggi, omissioni, misteri, coperture e collusioni istituzionali. Una squallida storia italica riferita ad un periodo torbido ed opaco della politica italiana in Medio Oriente, tuttora presente.

Tutti i tentativi dei familiari, giudici, investigatori per risalire alla verità dei fatti ed ai responsabili non hanno prodotto alcun risultato in 32 anni: una barriera di omertà istituzionale, depistaggi, false notizie, ha coperto finora l’eccidio e i suoi mandanti, perciò l’autore del libro parla di “Omicidio di Stato“.

La scomparsa dei due giornalisti si colloca nel contesto politico-istituzionale di quegli anni, nel rapporto tra Stato italiano e politica medio-orientale. In Libano è in corso una guerra civile, scoppiata nel 1975, nella quale si fronteggiano cristiani maroniti, sostenuti da Israele, e musulmani palestinesi e libanesi, sostenuti dalla Siria e dall’Iran di Khomeini (dal 1979 in poi). Il fronte musulmano (palestinese/libanese) è raccolto nel partito socialista progressista libanese.

E’ la solita tecnica imperialista e sionista, di ieri e di oggi: sobillare un guerra civile interna, per poi invadere ed occupare il Paese, con la scusa di “liberarlo” e “far cessare la guerra”.

Infatti Israele approfitta della situazione di scontro interno per tentare una perenne e sistematica invasione del Libano, usando pretesti strumentali, barbari bombardamenti ed eccidi crudeli che uccidono una quota consistente di civili libanesi.

La prima aggressione – denominata “operazione litani” avviene nel 1978. Le risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’ONU ingiungono ad Israele di ritirarsi: truppe ONU di pace inviate là vengono anche attaccate dai soldati di Israele che lasceranno i territori occupati solo nel 2000. Nel 1982 Israele lancia la seconda aggressione contro il Libano “operazione di pace in Galilea” (!?): vengono bombardati campi di profughi palestinesi con almeno 17.000 arabi uccisi. Un anno dopo gli USA promuovono il “trattato di pace tra Israele e Libano” che prevede il ritiro israeliano entro il 1985.

La terza aggressione israeliana avviene nel 1992, con le stesse modalità. La quarta è del 2006: nonostante la schiacciante superiorità militare israeliana, gli Hezbollah libanesi respingono l’attacco. Su questo evento esiste un video DAC  “Libano 2006: neonazisti bugiardi all’assalto del modo”. Come si vede, la tecnica imperialialista israeliana in Medio Oriente è la stessa che gli USA – da sempre alleati e sostenitori di Israele – applicano a livello mondiale. Stessi pretesti, stessi metodi, stessa arroganza.

E’ superfluo aggiungere che i governi italiani, sudditi di USA/Israele, hanno lasciato fare o hanno sostenuto gli aggressori, con la scusa grottesca che l’esistenza di Israele è minacciata da arabi e musulmani. Le attuali aggressioni e le minacce imperialiste contro Siria ed Iran sono appunto il seguito di questa storia libanese. E’ in questo contesto di guerra permanente che si colloca la vicenda dei due giornalisti scomparsi.

Come in tutte le guerre anche in Libano il traffico di armi è piuttosto attivo: in questi anni i soldi derivati dal commercio di armi vengono riciclati in istituti di credito, aziende e banche con sede proprio a Beirut, città con la quale hanno a che fare anche persone legate alla P2 e al Banco Ambrosiano di Roberto Calvi.

E qui incontriamo gli stessi personaggi “nefasti” della nostra storia italica, come vedremo.

Su questo traffico indagano i due giornalisti italiani nel 1980. Graziella De Palo e Italo Toni sono ospiti del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), formazione di estrazione marxista (guidata da George Habbash), che ha promesso di condurli a sud, sulle colline dove si trova il castello di Beaufort, linea di scontro con l’esercito israeliano. I due hanno scoperto che proprio in Libano avvengono traffici internazionali d’armi in violazione degli embarghi sanciti dall’Onu: per loro è quindi una grande occasione unirsi a un gruppo di guerriglieri per raccontare proprio questo tipo di traffici.

Il 2 settembre 1980 dunque dopo aver confermato le stanze d’albergo e avvertito l’ambasciata italiana, partono con alcuni membri del FPLP. Da questo momento le loro tracce scompaiono nel nulla. Della loro sorte non si saprà più niente e i loro parenti a 32 anni dalla scomparsa, non sanno ancora se sono morti, e se sì, come e per mano di chi. Le indagini sulla loro scomparsa mostrano subito collegamenti con la P2 e i servizi segreti. Ma tutto viene ben resto coperto dal segreto di Stato (Craxi nel 1984). E qui entrano in scena personaggi delle nostre istituzioni, con misteri, depistaggi e segreti di Stato.

Il primo capitolo del libro di De Palo consiste nella trascrizione integrale del testo della mia prima intervista al “Maurizio Costanzo Show”, che indusse finalmente, grazie al clamore che provocò, il pubblico ministero Giancarlo Armati e il giudice istruttore, Renato Squillante, a incriminare per falsa testimonianza il generale Giuseppe Santovito, direttore dei servizi segreti italiani all’epoca dei fatti, e a spiccare il mandato di cattura nei confronti del colonnello dei carabinieri Stefano Giovannone, già capo centro del Sismi a Beirut. Giovannone è stato anche chiamato in causa da Falco Accame in una videointervista dal titolo “Via Fani, 16 marzo 1978: una strage annunciata?” del 2005. In essa Accame cita documenti e testimonianze che portano a ritenere che la strage di via Fani e la successiva uccisione di Moro, fossero note in anticipo ai servizi segreti italiani e che una gladio militare segreta operava all’estero (e in Medio Oriente) con compiti di “destabilizzazione” (termine imperialista che introduce aggressioni militari).

Nel libro di De Palo si indicano altre due circostanze molto illuminanti: Aldo Moro aveva stabilito una intesa con il fronte palestinese: sostegno attivo alla causa contro garanzie antiterroristiche in Italia. Era dunque un nemico di Israele e dei poteri che sostenevano gli aggressori sionisti in Medio Oriente. Giovannone era un elemento essenziale di quel determinato sistema di potere occulto contro il quale si batteva Graziella De Palo, sulla base soprattutto delle informazioni fornitele dall’ammiraglio Falco Accame, deputato socialista, già presidente della Commissione Difesa della Camera, declassato da Craxi a vicepresidente della stessa.

Il viaggio in Libano dell’estate 1980, organizzato e offerto dal capo della delegazione palestinese a Roma, Nemr Hammad, doveva servire a documentare, anche fotograficamente, le informazioni e i documenti cartacei dei quali Graziella De Palo era in possesso. “Omicidio di Stato” ripubblica integralmente quegli stessi articoli commissionati dall’onorevole comunista Giuseppe Fiori, che di Paese Sera era direttore.

I ripetuti tentativi di tutti coloro che cercano la verità e le tante interpellanze di Falco Accame, sono sempre finiti nel nulla. Importanti e diversi i personaggi che hanno rifiutato loro un incontro: il papa Giovanni Paolo II, il segretario generale della Farnesina, Francesco Malfatti, l’ex sindaco di Roma Veltroni e l’attuale Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Da altri sono stati ricevuti, ma senza alcun risultato: Pertini, Andreotti, Susanna Agnelli, Yasser Arafat ed altri.

I depistatori italiani hanno rivolto accuse infondate o strumentali verso improbabili assassini: i falangisti o, addirittura, l’FPLP che li aveva ospitati e guidati nella loro inchiesta giornalistica. La falsa pista falangista nasce su una scrivania ministeriale a Roma. “Omicidio di Stato” è tutto questo e molto altro ancora. È un libro che colma finalmente un vuoto. “È un viaggio negli orrori della Prima Repubblica, dove lo Stato di diritto era un luogo inaccessibile, un club esclusivo, frequentato da pochi intimi privilegiati”.

E’ agevole per chiunque trovare la forte affinità di questa vicenda, di questo delitto e dei personaggi implicati, con quello di Ilaria Alpi e Miran Krovatin avvenuto in Somalia nel 1994, per motivi simili.

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